L'Azione Blog

Ieri era la festa del Perdon d'Assisi. Mauro Gambetti, custode Sacro Convento Assisi, così spiega il senso di questa festa: "Francesco d’Assisi, dopo gli anni travagliati della giovinezza, si accorse che la vita gli era stata risparmiata senza alcun merito. Non gli avevano dato la felicità i successi, non era servito a nulla cercare il riscatto dal fallimento… non si poteva giustificare una esistenza vuota di senso: solo per misericordia era “vivo”, sentiva ancora in se stesso il desiderio della vita piena. La sua fu l’esperienza del perdono che ci precede e ci permette di essere ancora vivi. E il Poverello di Assisi si aggrappò all’esperienza della misericordia divina, lasciandosene compenetrare fino al rovesciamento del pensiero e dello sguardo sulla realtà. Così, passò dall’attaccamento a se stesso e alla propria immagine, ad una profonda gratitudine e alla vera libertà, ipotecata nell’esercizio costante di gesti di misericordia e nel perdono accordato preventivamente ai fratelli, amici o nemici che fossero. Poi, l’accesso alla ricompensa che spetta all’uomo buono: la vera e perfetta letizia! Questa scoperta ne accese il desiderio: “Voglio mandarvi tutti in Paradiso!” esclamò Francesco. Nasce così il Perdono di Assisi, come una freccia ardente scagliata verso il cuore dell’uomo".

Un anno fa veniva ucciso padre Jacques Hamel. Il sacerdote francese, 85enne, fu sgozzato fa da due giovani estremisti islamisti mentre stava celebrando la messa nella chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray. Ieri il vescovo di Rouen, monsignor Dominique Lebrun, lo ha ricordato in un'intervista sull'Osservatore Romano. Ecco alcuni passaggi: "Adesso che è morto, padre Hamel è ancora più vivo"... "La sua figura di sacerdote, semplice ed esemplare, mi interroga come pastore e vescovo sul modo di considerare la vita dei preti, su quello che mi aspetto da parte loro in termini di ‘efficienza’"... "Padre Hamel  è stato un sacerdote semplice ed esemplare, anzi “forse esemplare perché semplice"... "Sì, posso dire che quello che è avvenuto mi ha trasformato come vescovo".

Intervistato dal Fatto Quotidiano di oggi, il vescovo di Bologna Matteo Zuppi così ha risposto alla domanda "Lei è il vescovo degli ultimi?"; "Penso che il vescovo deve sempre essere il vescovo degli ultimi, perché sono i nostri fratelli più piccoli. Io ero il quinto di sei fratelli, sono cresciuto in una famiglia dove quelli più grandi dovevano stare attenti a noi che eravamo i più piccoli. Ho sempre pensato che non farlo porta a delle conseguenze terribili. Spero di essere davvero un vescovo degli ultimi perché vorrebbe dire che lo sono di tutti".

Ancora sull'intervista a Famiglia Cristiana del cardinale dell'Honduras Oscar Maradiaga: "Mi preoccupa l'oblio attorno alla "Laudato si'". Negli Stati Uniti pochissimi l'hanno letta, anche tra i cattolici. Altri l'hanno liquidata come l'enciclica "verde", come se fosse stata scritta da uno scrittore visionario fuori dalla storia. E' la prova lampante che si tratta di un testo che dà fastidio, perché il Papa chiede di ripensare ai paradigmi della morale sociale".

In un'intervista a Famiglia Cristiana viene chiesto al cardinale dell'Honduras Oscar Maradiaga cosa pensi dei dubbi manifestati da quattro cardinali su alcuni passaggi dell'Amoris Laetitia. Questa la risposta: "Per avere una risposta basta leggere bene l'Esortazione. Piuttosto mi domando perché altrettanti dubbi non sono stati espressi sul commercio delle armi, sulla riduzione costante delle risorse destinate allo sviluppo, sulla retromarcia in materia di diritti umani".

"La tentazione costituisce dunque come il «passaggio obbligato» nella costruzione della libertà, che si rafforza attraverso le scelte che compiamo. La nostra relazione con Dio non ci preserva dal combattimento umano e spirituale, ma ci dona nella fede la certezza di uscirne vincitori con Cristo. Scrive San Pietro ai primi cristiani: «Siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere, per un po’ di tempo, afflitti da varie prove, affinché la vostra fede, messa alla prova, molto più preziosa dell’oro – destinato a perire e tuttavia purificato con fuoco – torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà» (1 Pt 1, 7-8)". Così il vescovo Boccardo conclude il commento alla frase del Padre Nostro "Non ci indurre in tentazione" (vedi post precedenti). 

Sottolinea ancora il vescovo Boccardo commentando la frase del Padre Nostro "Non ci indurre in tentazione": "«Chi non ha avuto prove, poco conosce», dice il Siracide (34, 10). Come l’oro nel crogiuolo è provato con il fuoco, così è necessario che la nostra preziosa libertà sia messa alla prova perché conosca i suoi limiti e si apra pienamente al bene che le è proposto e che è Dio stesso. Ogni tentazione permette dunque all’uomo di conoscersi. Satana, in effetti, non riesce ad attaccarci se non là dove abbiamo lasciato aperta una porta. La nostra resistenza alla tentazione, invece, rivela la nostra forza interiore. Ecco allora che la tentazione diventa un momento fondamentale della conoscenza di sé".

Ancora sulla riflessione del vescovo Boccardo sulla frase del Padre Nostro "Non ci indurre in tentazione": "Chi è l’autore della tentazione? Il Maligno, il cattivo, il malvagio, il diavolo, che è la potenza personificata del male. L’apostolo Giovanni conferma questa identificazione parlando del serpente antico chiamato diavolo e Satana, colui che inganna gli abitanti della terra (cf Ap 12, 9). Il progetto di Dio è di salvare, non di ingannare qualcuno. Chi compie questa manovra perversa è il demonio. È un mistero che ci sfugge, ma che la tradizione cristiana ha cercato di esprimere se non di spiegare. Origene scrive nel secondo secolo: «A qualcosa la tentazione serve»".

Ancora sulla riflessione del vescovo Boccardo sulla frase del Padre Nostro "Non ci indurre in tentazione": "Solo con la preghiera si può avere sopravvento sugli spiriti maligni (cf Mt 17, 21; Mc 9, 29). Bisogna dunque vedere il demonio dappertutto? [...] Sarebbe un alibi troppo comodo per dimenticare che la causa ordinaria delle nostre mancanze è in noi. «Dal cuore, infatti, – dice Gesù – provengono propositi malvagi, omicidi, adultèri, impurità, furti, false testimonianze, calunnie » (Mt 15, 19). Solo l’uomo è responsabile del male che compie e che attraverso di lui entra nel mondo. I padri del deserto ricordano: «Non dare la colpa né a Dio né al diavolo, né al mondo, né alla carne con le sue passioni, ma dà la colpa a te stesso e solo a te stesso!»".

Tutta da leggere la riflessione del vescovo Renato Boccardo alle Prediche di Spoleto sulla frase del Padre Nostro "Non ci indurre in tentazione". Ne proponiamo alcuni passaggi, in questo blog, nel corso di questa giornata. "L’espressione «Non ci indurre in tentazione» continua a suscitare sorpresa. La traduzione abituale, infatti, lascia supporre che Dio potrebbe spingerci volontariamente nella tentazione, mentre la Scrittura afferma: «Nessuno, quando è tentato, dica: “Sono tentato da Dio”; perché Dio non può essere tentato al male ed egli non tenta nessuno» (Gc 1, 13). [...] Dio può essere causa, anche indiretta, del nostro male? No, Dio non tenta nessuno (cf Gc 1, 13), ma dona la sua grazia a chi deve affrontare la tentazione e la prova".