L'Azione Blog

“In questo ultimo periodo tutti mi chiedono: sei pronto? Ebbene, domenica 26 sarò prete ma ho tutta la vita per diventarlo. Ho delle basi, certo, ma non divento prete perché “sono pronto”: vivendo da prete sarò sempre più pronto e diventerò sempre più prete nel corso di tutta la vita. Come quegli sposi che mi hanno detto: “Noi siamo sposati, ma il matrimonio lo impariamo vivendo” ” (dall’intervista di Paolo Salatin, che domenica 26 alle 15.30 viene ordinato sacerdote in Cattedrale a Vittorio Veneto, pubblicata sul nuovo numero dell’Azione).

“Il prete ci vuole perché dà volto a quel Dio che è misericordia: è una grande responsabilità, esige una grande coerenza di vita e lavorare su se stessi con pazienza. Ma ho scoperto anche tutto il bene che le persone ti vogliono: il Signore dà veramente il centuplo quaggiù e questo è bellissimo” (dall’intervista di Paolo Salatin, che domenica 26 alle 15.30 viene ordinato sacerdote in Cattedrale a Vittorio Veneto, pubblicata sul nuovo numero dell’Azione).

“Dal confronto con gli educatori (del Seminario) ho scoperto che il non confrontarsi porta all’infelicità e alla poca sicurezza nelle scelte. Una scelta confrontata con gli altri, invece, è una scelta alla luce del sole: una decisione condivisa che ha una oggettività più forte. Ho fatto anche esperienza di perdono e di misericordia: sono stati momenti di verità, in cui mi sono posto di fronte ad un altro e ho sentito la stima non per quello che facevo ma per quello che ero” (dall’intervista di Paolo Salatin, che domenica 26 alle 15.30 viene ordinato sacerdote in Cattedrale a Vittorio Veneto, pubblicata sul nuovo numero dell’Azione).

Quel che investiamo in amore rimane, il resto svanisce. Oggi possiamo chiederci: “Che cosa conta per me nella vita, dove investo?” Nella ricchezza che passa, di cui il mondo non è mai sazio, o nella ricchezza di Dio, che dà la vita eterna? Questa scelta è davanti a noi: vivere per avere in terra oppure dare per guadagnare il cielo. Perché per il cielo non vale ciò che si ha, ma ciò che si dà, e «chi accumula tesori per sé non si arricchisce presso Dio» (Lc12,21). Non cerchiamo allora il superfluo per noi, ma il bene per gli altri, e nulla di prezioso ci mancherà (dall’omelia di papa Francesco alla messa di domenica 19 novembre prima Giornata mondiale dei poveri).

Nei poveri, si manifesta la presenza di Gesù, che da ricco si è fatto povero (cfr 2 Cor 8,9). Per questo in loro, nella loro debolezza, c’è una “forza salvifica”. E se agli occhi del mondo hanno poco valore, sono loro che ci aprono la via al cielo, sono il nostro “passaporto per il paradiso”. Per noi è dovere evangelico prenderci cura di loro, che sono la nostra vera ricchezza, e farlo non solo dando pane, ma anche spezzando con loro il pane della Parola, di cui essi sono i più naturali destinatari. Amare il povero significa lottare contro tutte le povertà, spirituali e materiali (dall’omelia di papa Francesco alla messa di domenica 19 novembre prima Giornata mondiale dei poveri).

L’omissione è anche il grande peccato nei confronti dei poveri. Qui assume un nome preciso: indifferenza. È dire: “Non mi riguarda, non è affar mio, è colpa della società”. È girarsi dall’altra parte quando il fratello è nel bisogno, è cambiare canale appena una questione seria ci infastidisce, è anche sdegnarsi di fronte al male senza far nulla. Dio, però, non ci chiederà se avremo avuto giusto sdegno, ma se avremo fatto del bene (dall’omelia di papa Francesco alla messa di domenica 19 novembre prima Giornata mondiale dei poveri).

Noi spesso siamo dell’idea di non aver fatto nulla di male e per questo ci accontentiamo, presumendo di essere buoni e giusti. Così, però, rischiamo di comportarci come il servo malvagio: anche lui non ha fatto nulla di male, non ha rovinato il talento, anzi l’ha ben conservato sotto terra. Ma non fare nulla di male non basta. Perché Dio non è un controllore in cerca di biglietti non timbrati, è un Padre alla ricerca di figli, cui affidare i suoi beni e i suoi progetti (cfr v. 14). Ed è triste quando il Padre dell’amore non riceve una risposta generosa di amore dai figli, che si limitano a rispettare le regole, ad adempiere i comandamenti, come salariati nella casa del Padre (cfr Lc15,17) (dall’omelia di papa Francesco alla messa di domenica 19 novembre prima Giornata mondiale dei poveri).

“Felicità e beatitudine non consistono nel piccolo cabotaggio di una vita che mira solo allo ‘star bene’. Ma felici sono l’uomo e la donna che mirano a ‘far star bene’, provano gioia nel rimanere presso l’altro, nel cercarne la felicità”. Così il vescovo di Trento Lauro Tisi lo scorso 1° novembre nella liturgia nel cimitero cittadino. "E’ questa - ha proseguito il Vescovo - la direzione del Regno di Dio, ma anche quella indicata dalle nostre lacrime, nel ricordo struggente del volto di chi abbiamo amato". La conclusione: “La vita non scorre in un’immagine digitale o in un conto in banca, ma nella concretezza di una carezza, di un sorriso, di un abbraccio che mantengono intatta la loro forza, non temono l’usura del tempo. Questa è l’eredità più bella”.

Ancora un ricordo di don Silvano De Cal con un passaggio dell'omelia del vescovo Corrado Pizziolo nella liturgia eucaristica di commiato in Cattedrale sabato 28 ottobre: "Nella parabola della sua vita o, meglio, in quella parabola che è la sua vita possiamo davvero riconoscere una figura di prete ben riuscita. Un pastore secondo il cuore di Dio. Le persone che l’hanno conosciuto nei molteplici incarichi che gli sono stati affidati durante la sua vita di prete, sono concordi nel riconoscere che don Silvano aveva un cuore da vero pastore… Un cuore di pastore che – in sintonia profonda con Gesù buon Pastore - entrava in profonda sintonia con le persone a cui era inviato. Le conosceva, partecipava alle loro gioie, alle loro preoccupazioni ai loro dolori".

Ricordiamo don Silvano De Cal, sacerdote diocesano improvvisamente scomparso pochi giorni fa, con un passaggio di quella che probabilmente è l'ultima riflessione che ha scritto come contributo al giornalino parrocchiale (la versione integrale nel nuovo numero dell'Azione). Scrive don Silvano: "Se Dio invita a entrare alla festa di nozze di suo Figlio, non lo fa per castigarci o rattristarci. Siamo invitati a vivere con il passo della festa e della gioia di chi si sente scelto e chiamato. Ciò chiede che ogni giorno ci convertiamo a superare ripiegamenti e pessimismi, ed essere uomini e donne che amano la vita, che vivono positivamente la loro esperienza familiare e sociale, le relazione con gli amici e i vicini di casa, la politica, il lavoro; che sanno apprezzare l’esistenza con tutte le sue dimensioni: affetti, responsabilità, fatica, amore; che sanno dare un senso alle esperienze difficili che segnano il vivere di tutti: la malattia, il dolore, il limite, la solitudine, la morte; che non subiscono la loro umanità e le forme negative con cui si esprime la cultura d’oggi".