Bella storia quella dello studente di Rovereto, costretto a lasciare la scuola per aiutare la famiglia dopo che il padre cinquantenne era stato licenziato. Ne hanno parlato i mezzi di informazione in questi giorni. Lui, giovane, avrebbe trovato qualche precario lavoretto, mentre il padre a quell’età difficilmente avrebbe trovato un lavoro. Da qui la decisione di abbandonare la scuola nonostante l’ottimo profitto. Bella storia a lieto fine, perché il papà è riuscito a trovare lavoro e il ragazzo ha potuto continuare lo studio. Come mai? È forse un caso esemplare che mostra come le cose nel nostro Paese funzionano alla perfezione e se c’è un ragazzo meritevole non succede che sia costretto a sacrificare il suo futuro per aiutare la famiglia?
La spiegazione è meno esaltante. È successo che la preside della scuola, amareggiata per la perdita dell’alunno, ha pensato di convocare i media, stampa e televisione, per raccontare il caso. Fortuna volle che la notizia abbia trovato il canale giusto, passando indenne tra le varie selezioni e sia riuscita ad avere spazio sui giornali e nelle televisioni. Ed ecco fatto: attorno al caso si è mosso mezzo mondo. Assessori comunali e provinciali, sindaci, perfino il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, tutti a presentarsi in pubblico a fare dichiarazioni, ad impegnarsi per risolvere il caso doloroso, indignati che in Italia possano succedere tali cose. Si è fatto avanti anche un imprenditore locale, lieto di offrire lavoro al padre e così lo studente è ritornato all’amato studio.
Potenza dei media, ma anche ambiguità dei media.
Ha fatto bene la preside a denunciare il caso alla stampa. Informare sulla vita sociale è proprio il compito dei mezzi di comunicazione sociale. Bisogna conoscere quello che succede, nel bene e nel male, per potenziare il bene e combattere il male. Senza informazione i mali sociali si propagano nel corpo sociale come una cancrena nascosta che provoca situazioni dolorose. Nello stesso tempo, però, questi benedetti mass media, nel loro stupefacente sviluppo, sono diventati il terreno di coltura di deleterie malattie sociali.
Quando i mezzi di comunicazione si impossessano di un fatto e lo lanciano all’attenzione dell’opinione pubblica subito si scatena la corsa di chi vuole mettersi in mostra. Se si tratta di faccende sociali, sono i politici i primi che piombano addosso come avvoltoi. Intervenire prontamente nei problemi per risolverli è compito di chi è investito di responsabilità pubbliche. Ma questo dovrebbe essere fatto con continuità, mantenendo una vigilanza costante su quanto succede nei settori cui si è preposti. Accorrere e darsi da fare soprattutto quando si accendono i fari della televisione, mostrando meno zelo negli altri casi, è cedere alla tentazione di fare della politica un teatro dove ciò che conta è occupare il più possibile la scena. È una brutta malattia che deforma il senso della vita politica. Porta la gente, il popolo, quel popolo su cui poggia la democrazia, a diventare spettatore, pronto a battere le mani a chi è più abile nell’apparire, perdendo la capacità di esigere che le cose funzionino attraverso gli organi di un sano corpo democratico. Un sistema sociale che funzioni bene dovrebbe far sì che si creino il meno possibile di queste situazioni e quando avvengano, si possano mettere in atto i canali più normali, senza creare casi più o meno spettacolari. Sono probabilmente migliaia e migliaia le situazioni simili a quelle di Rovereto, soprattutto nel Meridione, ma per esse non ci sarà mai la soluzione immediata perché non potranno mai entrare tutte nel grande circo dei media. Tuttavia, quel caso amplificato e prontamente risolto farà nascere in molte teste la convinzione che in Italia, in fondo, le cose si risolvono e che non si lascia solo chi si trova nel bisogno. È la brutta malattia chiamata populismo.
Questa deformazione causata dai potentissimi mass media non riguarda solamente la politica, ma l’intera vita sociale. Essa crea i comportamenti abnormi che sono sotto gli occhi di tutti. Crea le schiere di aspiranti veline. Oppure aspiranti politici che pensano di poter bruciare tutte le tappe trovando il palco giusto. Oppure il sogno di fortune favolose attraverso i giochi televisivi e le variazioni infinite delle lotterie pubblicizzate in maniera ossessiva. Il bello è che in fin dei conti siamo noi spettatori che manteniamo in piedi il circo, noi che magari ci indigniamo, ma che nello stesso tempo ci incantiamo, sogniamo, applaudiamo. Basterebbe rifiutarsi di stare a questo gioco e tutto si affloscerebbe come un pallone bucato.
Giampiero Moret
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