Dunque, il partito dei cattolici non si farà. Dal Forum delle associazioni cattoliche, che si è tenuto a Todi lo scorso fine settimana, non è sbocciato alcun “bianco fiore” e nemmeno è spuntata alcuna minacciosa “balena bianca”. Quell’incontro ha ribadito che non ci sono più le condizioni storiche che nel passato hanno fatto sorgere partiti che raccoglievano in unità i cattolici. Il Partito popolare di Sturzo, che pur non avendo un’esplicita qualifica confessionale di fatto era il partito dei cattolici italiani, era nato per superare la lunga astensione dei cattolici dalla politica a causa del contrasto tra lo Stato italiano e la Chiesa. La Democrazia cristiana di De Gasperi riusciva a tenere insieme i cattolici a causa dell’incombente pericolo comunista. Ora non ci sono situazioni che esigano una forte unità dei cattolici in campo politico.
Allora perché questo agitarsi del mondo cattolico in questi ultimi mesi? È solamente una fiammata scaturita dal clima di disfacimento dell’epoca berlusconiana, destinata a spegnersi non appena lo scenario politico si ricomporrà in un assetto più stabile?
Forse c’è qualcosa di più profondo dell’attuale momento di incertezza che sta agitando il mondo cattolico. Forse è in atto un cambiamento culturale nel nostro Paese. Ci sono voci autorevoli del mondo laico che invocano una presenza più evidente dei cattolici sulla scena sociale. Una fra tante è quella del direttore del Corriere, Ferruccio De Bortoli, che recentemente ha scritto nel suo giornale: “Il Paese ha bisogno dei cattolici.
La ricostruzione civile e morale non sarà possibile senza un loro diverso e rinnovato impegno politico. E senza un dialogo più stretto, fuori dagli schemi storici, con gli eredi delle tradizioni liberale e riformista”. Non sollecitava un partito cattolico, ma che i cattolici facessero sentire la loro voce in maniera più esplicita. Inoltre, non intendeva una intensificazione delle trattative tra i vertici dello Stato e della Chiesa, che sono state anche fin troppo palesi nell’epoca berlusconiana e con poco frutto. Egli si riferiva ai “cittadini e fedeli che si sono sentiti non di rado smarriti”, cioè a quello che chiamiamo il laicato cattolico. Secondo il direttore la tradizione cattolica “è portatrice di una cultura inclusiva, che non divide e frantuma la società. Ha il senso del limite all’azione della politica e della presenza dello Stato nella vita dei privati. Sono qualità importanti. Apprezzate da tutti, anche da noi laici”. È questa risorsa che si deve ricuperare.
Una presenza più marcata dei cattolici è chiesta con insistenza dai vescovi e anche dal Papa. Il cardinale Bagnasco, nella recente prolusione al Consiglio permanente della Cei, ha precisato che non si pensa ad un partito, ma ad “un soggetto culturale e sociale di interlocuzione con la politica”. Non è facile dare una fisionomia precisa ad un simile soggetto. Non dimentichiamo che dopo il Convegno di Palermo del 1995 è stato lanciato il “Progetto culturale” che aveva proprio l’obiettivo di definire una piattaforma culturale in cui tutti i cattolici potessero riconoscersi. Ma questa iniziativa, tuttora in atto, ha una prevalente guida clericale, mentre par di capire che ciò che Bagnasco vorrebbe veder nascere è un soggetto laicale che si muova con autonomia. In questo senso ci sarebbe sintonia tra le attese del mondo laico e la nascita di una entità di questo tipo.
Se un partito cattolico non si farà, resta tuttavia il problema della collocazione dei cattolici negli schieramenti politici. Gli interventi del Papa e dei vescovi sollecitano, infatti, i credenti cristiani ad essere attivi anche in politica oltre che nella società civile. Le sorti del Paese si decidono a questo livello. Il problema riguarda in primo luogo i cattolici coscientizzati, consapevoli dei valori di cui sono portatori, che poi trascineranno anche la massa più amorfa che, benché diminuita rispetto al passato, conserva ancora un certo peso elettorale. Teoricamente è già da tempo assodato che la condivisione dell’unica fede non comporta lo schierarsi dalla stessa parte politica. Ora pare che il sistema politico italiano si consolidi sempre più secondo uno schema bipolare con una forza minoritaria tra i due poli. Non penso che ci sia una collocazione naturale dei cattolici tra gli attuali schieramenti, anche se ciascuno di essi rivendica di essere il posto giusto dei credenti.
È fortemente desiderabile che i responsabili della Chiesa, in questa faccenda, non esercitino pressioni. Il sistema politico italiano acquisterà un modo di funzionamento genuinamente democratico, solo se la spartizione elettorale dei cattolici avverrà in piena autonomia, per una loro libera scelta e secondo la capacità di convincimento dei leader cattolici delle varie tendenze politiche. Questa autonomia dovrà poi mantenersi, per una corretta dinamica democratica, anche nell’esercizio del loro mandato politico. Traguardo che in Italia i cattolici non hanno ancora conseguito.
Giampiero Moret
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