In questi tempi si parla spesso di povertà. Con un certo fastidio, mi pare, da parte di molti: sempre questa lagna su chi non ce la fa più ad arrivare alla fine del mese, a pagare l’affitto, a far fronte al mutuo. Non sarà mica che la povertà sia inventata dai mezzi di comunicazione sempre alla ricerca di notizie sensazionali? Si è convinti che qui, nelle nostre terre, sia difficile parlare di vera povertà, tutt’al più sarà un fenomeno tipico delle grandi periferie di città dove si ammassa gente sbalestrata.
Dobbiamo essere più cauti. Povertà è sofferenza materiale e morale. Non possiamo eliminarla con una scrollata di spalle. Lasciamo perdere le inchieste volanti della televisione che scelgono alcune voci e le fanno diventare realtà generale. Ci sono delle ricerche serie, come quella condotta dalla Fondazione per la sussidiarietà e dalle università Cattolica e Bicocca di Milano che ha cercato di far luce su una particolare forma di povertà: la povertà alimentare. Che vuol dire fame, che vuol dire rischio di vita. La differenza di benessere si vede innanzitutto da cosa c’è nel piatto.
In Italia il 4,4% delle famiglie è al di sotto della soglia della povertà alimentare che è fissata in 222,29 euro mensili destinati per gli alimenti di una famiglia di due persone. La famiglia che non raggiunge quella cifra ha qualche sofferenza, non può permettersi spese di alimenti che vadano al di là del necessario. Proiettato a livello nazionale questo dato significa che 1 milione e mezzo di famiglie in Italia soffre la fame.
Un’ulteriore ricerca del Banco alimentare di Milano ha constatato che in un campione di famiglie povere del sud e delle periferie delle grandi città la media per gli alimenti è di 154,70 euro al mese contro i 523,81 delle famiglie benestanti. Nel piatto delle famiglie considerate povere si trova prevalentemente pasta, pane e latte. Un po’ di formaggio e uova, poca carne e affettati, quasi mai il pesce. Ma anche riguardo agli alimenti di base c’è differenza di spesa rispetto alle famiglie benestanti. Per la pasta le famiglie povere spendono in media 28,85 euro al mese, contro i 62,86 euro delle benestanti. Per la carne il divario è ben maggiore: 35,05 euro contro 99,88 euro. I poveri non pranzano quasi mai fuori casa, infatti spendono in media 6,53 euro al ristorante, mentre i non poveri raggiungono la media di 80,02 euro. Da notare inoltre che le famiglie povere spendono il 70% del reddito per il cibo e per l’affitto (o mutuo), per cui resta ben poco per le altre spese.
Dalle ricerche si ricava anche un elenco delle situazioni di nuove povertà. È povero chi ha in casa un malato cronico da curare; chi perde il lavoro soprattutto se ha superato i 40 anni; chi pur avendo un lavoro ha uno stipendio indecente; chi è implicato in una separazione matrimoniale; l’anziano senza parenti con una pensione inadeguata. Nella definizione di povertà non bisogna considerare solo il reddito, ma anche la marginalizzazione sociale causata, per esempio, dalla malattia mentale, dalla tossicodipendenza, da una gravidanza precoce, dall’aver scontato una pena in carcere. C’è anche chi si è fortemente indebitato per alcune operazioni spericolate o per aver con leggerezza impostato una tenore di vita al di sopra delle sue possibilità.
Molti denunciano che una causa dell’aumento di queste situazioni è il drastico taglio delle spese sociali del bilancio pubblico, rilevabile anche dalle cifre delle finanziarie dove il fondo per le politiche sociali è passato dai 1.582 milioni del 2008, ai 1.355 del 2009, ai 1.064 previsti per il 2010. In questo ambito è sempre difficile avere chiarezza perché i politici sono degli abili prestigiatori per farti vedere fondi anche dove non ci sono.
Una risorsa da valorizzare per far fronte a queste situazioni è la solidarietà che, nonostante tutti gli egoismi e le chiusure, c’è sempre nel cuore delle persone. Però bisogna coltivarla e non lasciarla alla fioritura spontanea. In questo senso sono efficacissime tutte le micro organizzazioni, come i gruppi Caritas delle parrocchie, i centri di ascolto, le varie associazioni di volontariato perché riescono a penetrare nelle pieghe della società dove spesso si nascondono le povertà più dolorose. Alla disponibilità di aiuto si deve accompagnare anche uno stile di vita più sobrio. Nonostante tutti gli elogi del consumo, perché più si consuma e più la macchina economica girerebbe, sta aumentando il dubbio che questa sia una droga piuttosto che una medicina efficace della crisi. Solidarietà e uso sobrio dei beni sembra essere la via più giusta.
Giampiero Moret
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