All’inizio ha cercato di negare, come fan tutti, poi ha ammesso. Parliamo del caso Marrazzo non per rovistare ancora in quella putrida vicenda che sta ammorbando l’aria del nostro Paese, ma per trarne qualche riflessione sul tema cruciale del rapporto tra politica e morale. Marrazzo alla fine ha dichiarato: «Questa vicenda è frutto di mie debolezze nella vita privata. La mia permanenza in Regione è inopportuna». Ha anche aggiunto: «Io sono cattolico e arrivo ad ammettere che ho peccato». Una vera confessione pubblica. C’è stato, a quanto pare, un plauso generale alla decisione di dare le dimissioni, segno che non solo la sua coscienza giudicava incompatibile la carica pubblica con il suo comportamento privato, ma che anche la coscienza comune valutava in questo senso.

Questa vicenda spazza via di colpo tutte le distinzioni che una cultura ben rappresentata nel nostro Paese continua a rivendicare tra vita privata e vita pubblica. La sua voce si è fatta sentire anche in questa occasione, ma è stata una voce flebile, coperta dall’indignazione generale di fronte a questa “debolezza privata” e, soprattutto, dall’assoluta inopportunità di mantenere l’incarico pubblico. Ho anche notato che la rivendicazione della distinzione tra comportamenti privati e vita pubblica si è fatta sentire prevalentemente da parte della maggioranza di governo. E il pensiero malizioso che si cercasse così di giustificare altre vicende mi si è affacciato spontaneamente alla mente.
Dunque, secondo il sentire comune non si possono fare troppe comode distinzioni tra vita privata e pubblica.

Senza arrivare ad un rigorismo morale di stampo giacobino e mantenendo un’indulgenza che è segno di umanità, si deve, tuttavia, esigere da chi ricopre cariche pubbliche coerenza morale anche nella vita privata: nelle frequentazioni amicali, nei comportamenti familiari, nella vita sessuale. È a quest’ultima che si allude più facilmente quando si parla di comportamenti privati. Nonostante tutti i cambiamenti avvenuti in questo campo, è rimasto un nucleo etico ben solido che condanna certi comportamenti, come il tradimento del coniuge, che nel caso Marrazzo presenta una modalità particolarmente ripugnate. Anche l’ammirazione generale per la reazione della moglie dell’ex governatore che, pur nel grande dolore, ha riaccolto il marito con la volontà di ricominciare con lui un nuovo cammino, è un segno inequivocabile che la condotta nel campo sessuale non è cosa da poco. Quindi non gossip insignificanti, “ciacole” da osteria, ma cose serie.

La separazione tra sfera privata e pubblica è stata reclamata per mettere al riparo chi copre posti istituzionali da ricatti che gli impedirebbero l’esercizio dei suoi compiti. Se le due sfere sono del tutto separate, uno può fare quello che gli pare nella vita privata, senza che alcuno possa colpirlo nella sua azione pubblica. Ma si tratta di una distinzione intellettualistica, di fatto le macchie nel privato, sporcano inevitabilmente anche la veste pubblica. Se i ricatti a base di filmini rubati alla vita privata, se le chiacchiere sui comportamenti sessuali dei rappresentanti delle istituzioni rendono squallida la politica italiana, il rimedio non sta nel non dare valore a queste cose, bensì nel pretendere dagli uomini che governano una condotta ineccepibile da tutti i punti di vista. L’onestà individuale è una condizione necessaria per chi assume incarichi pubblici. Non è sufficiente, è vero, perché ci vogliono anche capacità politiche che la semplice onestà non assicura, ma questa non deve mai mancare. Il Papa nella sua ultima enciclica ha ribadito questa esigenza: “Lo sviluppo è impossibile senza uomini retti, senza operatori economici e uomini politici che vivono fortemente nelle loro coscienze l’appello al bene comune. Sono necessarie sia la preparazione professionale, sia la coerenza morale” (71).

La teoria delle due morali, una della vita pubblica e una della vita privata è stata pensata dal Machiavelli e poi ripetuta in diverse versioni. Ma non tiene. Doppia morale significa nessuna morale. Ciò che la coscienza giudica bene da compiere e male da rifiutare copre la vita umana in tutte le sue dimensioni e dà la qualifica ultima ad una persona. Chi si abitua a non ascoltarne la voce in un aspetto della vita indebolisce il suo udito morale e rischia di essere sordo ai richiami in altri settori. Comunque diventa una persona moralmente inaffidabile alla quale è bene non affidare la vita di tutti.

Giampiero Moret

Commenti

avatar GIUSEPPE
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Non so se sia ancora in vigore lo STATUTO DEGLI IMPIEGATI CIVILI DELLO STATO. Comunque all'ultimo comma dell'art 13 si legge o si leggeva. FUORI DELL'UFFICIO, L'IMPIEGATO DEVE MANTENERE CODOTTA CONFORME ALLA DIGNITA'DELLE PROPRIE FUNZIONI. Questo non dovrebbe valere ancor di più per chi è chiamato a rappresentarci nelle Istituzioni? Giuseppe
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