
Ho conosciuto don Giacomo. Questa frase può apparire banale ed è probabilmente anche un po’ presuntuosa soprattutto nei confronti delle persone che hanno condiviso tante esperienze con lui. Io l’ho conosciuto come parroco dell’Mdg, Santa Maria delle Grazie come lui teneva a specificare. Ero a quel tempo un giovane animatore e, collaborando in parrocchia assieme a don Pierluigi Cesca e poi don Adriano Bellotto, ho avuto modo di scoprire a mano a mano tante caratteristiche di don Giacomo che spesso rischiavano di rimanere nascoste dietro quella specie di corazza di cui era, più o meno consapevolmente, rivestito e che non lo aiutava ad entrare subito in dialogo con le persone.
Per conoscere don Giacomo e non fermarsi all’apparenza, era necessario investire un po’ di tempo; la via migliore era quella di collaborare direttamente con lui. Le sue scelte pastorali, al di là che fossero giuste o sbagliate, non erano mai superficiali, ma sempre frutto di una lunga meditazione personale; cercava sempre di proporle con entusiasmo e tenacia. Sempre schietto e sincero, dava grande fiducia ai giovani, richiedendo da loro una fede sempre più matura e radicale. Esigente nell’impostazione della liturgia, orgoglioso di avere tanti chierichetti e ministranti ben preparati, curava personalmente le schede per la catechesi foraniale. Un pezzo del suo cuore era riservato al Brasile, a quei luoghi di missione dove operano i nostri sacerdoti diocesani fidei donum a cui lui stesso era legato.
Durante il mio percorso di ricerca e maturazione vocazionale mi ha sempre sostenuto, facendomi capire bene che condivideva la bellezza e il prezzo di un cammino che a suo tempo aveva percorso anche lui.
Ricordo l’entusiasmo che metteva in tutte le cose che faceva e diceva, anche durante il periodo della sua malattia. L’ultima volta che l’ho incontrato, nella sacrestia della Cattedrale in occasione della celebrazione della solennità di san Tiziano, mi aveva salutato felice. Lo voglio ricordare così!
Don Roberto Bischer