
Conobbi monsignor Vittorio Bet nel novembre del 1966.
A quel tempo facevo parte dell’amministrazione comunale, guidata dal sindaco Mario Gerlin, che in seguito diventerà padre Mario, missionario tra gli hanseniani in Brasile.
Si concordò con monsignor Bet una visita della giunta comunale alla scuola apostolica di Oderzo, una sorta di piccolo seminario da lui diretto e luogo ove egli risiedeva.
Da poco era stato nominato parroco di Pieve di Soligo, in sostituzione di monsignor Martin a riposo per limiti di età.
Pur essendo un incontro informale, don Vittorio si interessò subito di tutti noi e delle nostre famiglie. Si parlò del suo ingresso nella nostra comunità, ormai stabilito per il 5 gennaio 1967. La chiacchierata continuò poi in tono più confidenziale, così venimmo a conoscenza che nel 1944 era stato cappellano a Sernaglia: periodo molto difficile per le lotte fratricide tra partigiani e fascisti, con una componente della decima Mas di stanza nel paese.
Ci raccontò che, mentre accompagnava al cimitero un parrocchiano, sentendo urla e schiamazzi provenire dalla vicina casa dove alloggiavano questi militi, fece fermare il corteo funebre, poi entrò e redarguì quei ragazzi, invitandoli ad avere un comportamento di rispetto verso i morti.
Prima di allontanarsi, con tono autorevole fece notare loro che avere un fucile in mano non li autorizzava certo a sentirsi padroni del mondo.
Da questo episodio capii di che pasta era fatto: inflessibile e di rigore indiscusso.
Prima di congedarci si parlò anche della possibilità di evitare la celebrazione del vespro domenicale, ormai caduto in disuso in tante parrocchie.
Si dichiarò in merito possibilista, salvo poi, a ragion veduta dopo i suoi primi contatti con la parrocchia, cambiare completamente parere, avendo constatato quanto questa pratica religiosa fosse ancora molto sentita e partecipata.
La cerimonia di ingresso suscitò i commenti molto positivi dei parrocchiani.
Diverso dal precedente pastore d’anime, si disse, ma di altrettanta elevata statura umana e religiosa.
Si impegnò fin da subito a conservare la tradizione, in particolare le realtà a carattere religioso e associazionistico del paese furono da lui sostenute ed incoraggiate.
Riservò un’attenzione speciale all’Azione Cattolica: il settore adulti era considerato alla pari del consiglio pastorale che oggi opera nei nostri paesi. Per questo donò negli anni Novanta all’Ac diocesana una cospicua somma di denaro per l’acquisto della casa alpina di Cima Cesta in Auronzo.
Amava molto la montagna, forse anche per le sue origini cadorine da parte materna.
Il suo principale relax era raggiungere in solitudine vette e rifugi, di solito il martedì, tempo permettendo.
Aveva un rapporto direi quasi paterno con i chierichetti, sebbene la sua presenza austera incutesse soggezione nei ragazzi. Con loro amava scherzare, ma nel contempo si interessava di che cosa facevano, di come era andata a scuola.
Ricordo di essere stato presente in sacrestia un giorno in cui si era creata, per la vivacità dei chierichetti, non poca confusione. Ed ecco tutto zittirsi, come per incanto grazie ad una parola magica: “Arriva el monsignor, arriva el monsignor!”.
Il suo “sacro” rispetto della tradizione si rivelò anche nell’utilizzo del clergyman.
Pur essendo solito indossarlo, venuto a conoscenza che Pieve era molto legata alla tradizione cioè abituata a vedere i suoi sacerdoti in abito talare, cambiò modo di vestire, e in paese nessuno lo vide mai in abiti borghesi.
Dirò di più: quando, dopo essere stato chiamato ad altro incarico, i parrocchiani di Pieve andavano a fargli visita, prima di incontrarli si metteva l’abito talare.
La sua presenza si divideva tra chiesa e canonica: in questi due luoghi si era sempre sicuri di trovarlo.
Spesso al termine delle messe festive, si attardava sul sagrato a conversare con i fedeli. Era il suo modo di conoscere le situazioni delle singole famiglie, che completava poi con la benedizione delle case di cui era un sostenitore convinto.
Molteplici cappellani si sono alternati nella cura d’anime di Pieve, ma tutti concordano nel riconoscere in lui una personalità austera, mai sfiorata da compromessi.
Quando si trattava di dare un parere la sua parola era onesta e inequivocabile, anche se essa poteva lasciare nell’interlocutore dell’amaro in bocca.
Aveva una sicura cognizione di causa in molti settori, dalla manutenzione della chiesa alle scelte economiche da adottare in materia di risparmio, convinto che la comunità si serviva anche in questo modo.
Svolgeva periodicamente la visita agli ammalati riservando sempre a tutti una parola di sostegno e di conforto.
Nella celebrazione eucaristica, il suo atteggiamento era così intenso e trascinante da coinvolgere tutti i fedeli partecipanti, in breve un vero ministro di Dio.
Nel 1985, dopo 18 anni di permanenza, venne chiamato dal vescovo a ricoprire l’incarico di economo della diocesi.
Alla fine del suo discorso di commiato si commosse: «Voi siete stati la mia famiglia, la mia unica famiglia dato che non avrò altre parrocchie. Per questo vi porterò sempre nel cuore».
Monsignor Bet lasciò questa vita terrena il 28 gennaio 1998.
Quando venni a sapere che nel suo testamento aveva scelto come ultima dimora la tomba dei parroci nella chiesetta di San Martino a Pieve di Soligo, una commozione profonda mi invase ricordando le sue ultime parole, pronunciate in quel giorno di addio.
Illario Zabotti
Pieve di Soligo