Il 2 dicembre di 24 anni fa don Bruno Meneghin, cappellano di Pieve di Soligo, moriva a soli 35 anni.
Sappada, estate 1982. Don Bruno, cappellano a Oderzo, aveva accompagnato un gruppo scout accampato vicino alle sorgenti del Piave. Ogni giorno passava a casa Solero, dove si svolgevano i campi scuola dei giovani e giovanissimi dell’Azione cattolica diocesana, per ritirare carne e provviste dai congelatori che servivano ad entrambe le realtà aggregative. Sempre con il sorriso sulle labbra, sempre con modi gentili, sempre grato per quella preziosa ospitalità. L’anno dopo ci ritrovammo a Pieve di Soligo, lui come viceparroco, io come animatrice di gruppo.
Descrivere fisicamente questo giovane prete, dal camminare dondolante e dal viso roseo, paffuto, quasi infantile, che sprizzava bontà e fiducia da tutti i pori, non è cosa difficile. Sembrava molto più giovane e ciò gli permise di fraternizzare subito con tutti noi, anche con i più piccoli, a cui si dedicava con passione ed entusiasmo.
Ricordo con quanta partecipazione ascoltavo le sue intense riflessioni sulla vita e sul Vangelo che condivideva con noi giovani durante gli incontri di gruppo.
Lo faceva da compagno di strada autorevole, mai però dimenticando o nascondendo la sua umanità fatta di pregi e di difetti, di gioie e di sofferenze, di vittorie e di sconfitte.
Un prete vero, perché uomo vero, non preoccupato del ruolo o dell’immagine, né incline al moralismo o alla critica.
Un prete che stava con noi giovani, che ci stimava e “perdeva” tempo per noi.
Con lui ho avuto la grazia di percorrere il cammino di preparazione al matrimonio e di accostarmi al sacramento della riconciliazione il giorno prima della celebrazione.
Quanta serenità e fiducia mi ha dato! Alle mie paure per un passo che sapevo e volevo essere “per sempre” mi rassicurava confidandomi: «Anch’io avevo paura, ma poi quando ho detto sì, era come se l’avessi pronunciato da sempre. Vedrai sarà anche per te così!».
Solo qualche mese dopo, quando lessi il suo testamento spirituale, sentii riecheggiare il suo “sì”. “Sia fatta la volontà di Dio! Accetto con fede, speranza, carità quanto il Signore disporrà per la mia morte, passaggio necessario per l’attuazione finale della mia chiamata personale a incontrare e seguire Gesù come cristiano prete”.
Parole che hanno il potere di restituirmi intatta la figura e la testimonianza di don Bruno.
Parole che ancor oggi mi aiutano nella vita quotidiana e nel cammino di fede.
Parole che ancora una volta confermano quanto solo l’amore e il dono della propria vita possano vincere la morte e continuare a generare speranza.
Grazie don Bruno!
Francesca Zabotti