
Correva l’Anno santo 1950, in una splendida giornata primaverile, il 19 marzo, le campane suonarono a festa per un avvenimento straordinario: l’ingresso del nuovo arciprete don Giuseppe Nardo nella parrocchia di Mansuè. Da pochi anni era finita la guerra e il paese si stava risvegliando da una specie di letargo. Una grande povertà regnava nelle famiglie numerosissime, delle quali tante ancora a mezzadria. Ciò che produceva la terra non bastava nemmeno per l’essenziale, tanto che le ragazzine ancora adolescenti andavano a servizio nei centri più grossi o in città. La “cosa” di cui abbondavano le famiglie erano i bambini. Erano talmente tanti che la chiesa di domenica si riempiva solo di loro, tutti al di sotto dei quattordici anni. Don Giuseppe animava sempre la “loro messa” in maniera straordinaria dall’alto del pulpito.
Non ricordo di aver fatto fatica a frequentare la chiesa e credo che il merito fosse di questo straordinario prete che quando celebrava era di una compostezza tale che la sua figura mi è rimasta impressa nella mente. Don Giuseppe, che per tutti era solo l’arciprete, si prese a cuore subito la situazione dei giovani. Era anche lui molto giovane (non aveva ancora trentasei anni) e reduce dalla Russia come cappellano militare degli alpini per cui il desiderio di una vita nuova e diversa lo stimolò parecchio. All’associazione dei reduci e degli alpini fu sempre molto legato e per quanto gli fu possibile fu anche presente fisicamente ai raduni.
Curò tutte le associazioni: l’Ac che era ancora divisa in maschile e femminile, i terziari francescani, i confratelli del Santissimo sacramento e i chierichetti... i suoi adorati chierichetti! In un incidente stradale ne venne a mancare uno: conservò sempre la sua foto sulla scrivania.
Alle ragazze di Ac dedicò tempo prezioso per la catechesi; era così chiaro nell’esporre i concetti che il suo insegnamento è stato il fondamento per la mia formazione cristiana.
È stato come un padre per tanti ragazzini, forse perché lui il padre non lo conobbe nemmeno, perché morto prima della sua nascita in un naufragio.
Amava la sua parrocchia e la visitava girando in bicicletta. Sapeva dialogare con tutti, grandi e piccoli. Soffriva con chi era nel dolore e gioiva con chi era nella gioia. Era spiritoso nelle sue battute e a volte anche comico nell’atteggiamento. Rimase famosa una sua interpretazione della befana per far divertire i piccoli dell’asilo.
Personalmente ho un ricordo molto vivo, perché avevo la mamma ammalata e lui veniva a portarle i sacramenti tutte le volte che lei lo desiderava. Quando morì mi disse che era morta una santa.
Era una persona talmente ricca di spiritualità che lasciava il segno in chi lo avvicinava.
Concludo riportando le considerazioni semplici ma importanti tratte dalla sua immaginetta ricordo in occasione della morte avvenuta il 24 luglio 1998: “Una vita lunga e ricca nel ricordo di chi l’ha conosciuto potrebbe essere riassunta evocando per lui le due figure del padre e del fratello. Pastore intelligente, generoso e insieme cordiale fratello capace di accogliere tutti con nobiltà d’animo...”.
Spero che Piavon, il paese che gli ha dato i natali, gradisca questo omaggio al suo illustre compaesano.
Marina Paludet
Piavon