Sicuramente i padri e le madri spirituali esprimono l’azione materna della Chiesa, ma non la esauriscono. Quando mi fermo a render grazie al Signore per come mi ha accompagnato e custodito, ritrovo il cuore ricolmo di gratitudine per i tanti volti che sono stati strumenti del suo Amore. Tra questi un posto speciale è occupato dai tanti sacerdoti che il Signore ha messo sul mio cammino. Alcuni sono già stati ricordati sulle pagine de L’Azione; si tratta di sacerdoti che ho sentito particolarmente vicini e che ancora prego quando mi trovo ad affrontare situazioni personali o ecclesiali delle quali loro in vita mi sembravano particolarmente “competenti”. Ora che vivono la pienezza della comunione con il Signore, questa sensibilità si trasforma certamente in intercessione per questa nostra Chiesa che tanto hanno amato e mi hanno insegnato ad amare.

Proprio perché tra qualche giorno ricorre il 29º anniversario dalla morte, vorrei ricordare don Arrigo Gobbo. Quando io l’ho conosciuto era anche direttore dell’Opera diocesana assistenza, l’ente che si occupava delle colonie di Caorle e Nebbiù. Io ero una giovane assistente (animatrice si direbbe oggi), arrivata in colonia a Nebbiù per fare un turno, ma poi rimasta lì per rispondere a necessità emergenti. Senza sceglierlo, mi son trovata nel gruppo di chi condivideva la responsabilità, ho avuto così modo di conoscere di più don Arrigo. Di lui ricordo la grande laboriosità e generosità. Era instancabile: nei tempi di apertura della casa, si lavorava tutto il giorno, solo una breve sosta per i panini a mezzogiorno, spesso svolgeva proprio lui i lavori più pesanti. Era attento a tutti i particolari. Anche quando le urgenze erano tante, non l’ho mai visto però saltare la celebrazione quotidiana della messa o la preghiera. Per la passione che ci metteva in ciò che faceva, don Arrigo è stato sicuramente un sacerdote che mi ha fatto maturare la passione per questa nostra Chiesa e per le sue opere ed attività. Non ho mai fatto con lui grandi discorsi (eravamo appena dopo il ’68 e le grandi discussioni erano di moda anche nella Chiesa), ma azioni concrete che mi facevano sperimentare l’amore per la Chiesa e mi facevano “esercitare” nel servizio.

Poteva apparire un prete “tanto lavoratore” e “poco spirituale”. Non aveva certo l’aria del padre spirituale, eppure il primo Breviario della mia vita è stato proprio lui a regalarmelo. Il ruolo che aveva lo metteva in contatto prevalentemente con questioni economiche e burocratiche e quando si lasciava andare in confidenza ricordava con nostalgia i tempi in cui facevo il vicario parrocchiale... oppure ci faceva notare che lui faceva quel servizio perché noi potessimo “evangelizzare”. L’amore e la passione che ci metteva in ciò che faceva, qualche volta perfino ironizzato da persone che lavoravano insieme, non era che espressione del grande amore per la sua Chiesa. Quando ho letto per la prima volta nella regola di san Benedetto, che gli attrezzi del lavoro vanno usati con la stessa cura dei vasi dell’altare ho pensato proprio a don Arrigo. La cura e la dedizione, il senso del risparmio e la sobrietà con cui amministrava i beni della Chiesa erano segno di un grande rispetto per chi prima di lui si era sacrificato, e di un’autentica carità. Sì, perché quanto era sobrio nella gestione delle case, quanto era schivo e poco complimentoso, tanto era generoso con le persone in difficoltà che accostava nel suo ministero. Incontro ancora persone in diocesi che gli sono molto riconoscenti. Personalmente ho un ricordo ancora vivissimo della delicatezza con cui è stato vicino alle situazioni di sofferenza e di lutto nella mia famiglia.

A cinquant’anni, nel pieno del suo vigore, un tumore al cervello in pochi mesi lo ha stroncato. La malattia gli aveva leso anche i centri del linguaggio e spesso non riusciva a trovare le parole per esprimersi o per pregare la Liturgia delle Ore. Questa era per lui una grande sofferenza. La penultima volta che l’ho visto era ospite della sorella, che lo ha accompagnato nell’ultimo periodo della malattia. Ha celebrato la messa in casa con una terribile fatica a pronunciare le formule delle preghiere liturgiche. Guardandolo, mentre alzava il calice, si poteva davvero vedere l’offerta della sua vita fare un tutt’uno con l’offerta di Cristo.
Il suo funerale è stato un trionfo: tanta gente, soprattutto tante persone semplici, che lui in silenzio aveva aiutato. Dal duomo di Oderzo la salma è stata accompagnata a piedi al cimitero di Camino, in un silenzio ricolmo di preghiera; quel silenzio che aveva caratterizzato la sua vita. A don Arrigo una preghiera: aiuta questa Chiesa, che tanto hai amato, a vivere la concretezza di una spiritualità che si esprime nei gesti semplici dell’amore.

Silva De Luca