
Il 18 gennaio 1985 si spegneva a 77 anni monsignor Giuseppe Moras. Una fatale caduta in un freddo mattino invernale aveva provocato inaspettatamente la fine della sua giornata terrena. Ai dolorosi incidenti, alle insidie imprevedibili della natura egli si esponeva con facile arrendevolezza, dato il carattere generoso e la consuetudine di affrontare con atteggiamento coraggioso e con grande semplicità le varie situazioni della vita. Nei rapporti con le persone, specie con i giovani, non era solito frapporre particolari complicazioni; con naturalezza e spontaneità suscitava il dialogo e il calore della discussione. Monsignor Moras era uomo colto e appassionato, tutto d’un pezzo, soprattutto per il riuscito incontro della missione sacerdotale con la sensibilità letteraria. I due aspetti erano felicemente fusi e inscindibili.
Si poteva averne una prova concreta e inconfutabile quando ci si trovava in un’aula di scuola per le lezioni di italiano, di latino o di greco nel corso liceale. In modo istintivo e senza una particolare consapevolezza didattica, aveva adottato un metodo che oggi viene definito interdisciplinare, auspicato dalle più aggiornate tecniche educative. Non gli andava di seguire un percorso rigidamente disciplinare, di attivare particolari analisi linguistiche e grammaticali, ma preferiva puntare direttamente l’attenzione sul pensiero dei classici, cogliere particolari spunti e da lì spiccare il volo. Che quasi inevitabilmente si posava su argomenti di attualità, formalmente estranei alle materie, non di rado furbescamente pilotati dagli alunni. Un periodo storico suscitava in modo quasi irrefrenabile la sua curiosità e passione: erano gli anni successivi alla prima guerra mondiale, quelli delle sollevazioni operaie e della nascita del fascismo.
Nel suo esporre non confluivano tanto le letture degli storici, quanto i ricordi e le voci della sua adolescenza. E anche del suo paese d’origine, la mitica Codognè. In tanto discorrere non era facile individuare le sue simpatie o posizione di carattere “politico”. Il volo si librava in alto, al di sopra di tutto. Le sue digressioni erano particolarmente attese: l’aula si riscaldava, agli alunni non dispiaceva di eludere di tanto in tanto le pericolose interrogazioni.
Nel procedere dell’attività della scuola, dove spesso fa capolino la difesa di piccoli interessi, monsignor Moras a volte appariva un uomo disarmato: era facile catturare la sua disponibilità e sequestrare, per così dire, la sua grande passione umana. Tutto ciò lasciava l’impressione di un’intensa umanità e di un fortissimo impegno all’azione educativa. Cosa questa non sempre scontata negli ambienti di scuola.
Nei pensieri e nell’immaginazione dei giovani alunni la figura di monsignor Moras campeggiava in altri spazi, oltre i brevi confini della scuola. Si sapeva delle sue importanti iniziative come promotore di nuovi istituti superiori, della sua infaticabile attività pastorale ed educativa nell’ambito della diocesi, della sua indistruttibile bicicletta che viaggiava instancabile attraverso il territorio delle parrocchie.
Luigi Floriani