da L'AZIONE di  Domenica 31 gennaio - pagina 12 - Chiesa

Recentemente la televisione ha trasmesso il film “Giuseppe Moscati” con Giuseppe Fiorello, Ettore Bassi, Kasia Smutniak e Paola Casella. Al di là della bravura degli attori e dell’ottima regia, ho voluto guardarlo per riavvicinarmi al santo medico napoletano, conosciuto in adolescenza per i bellissimi racconti biografici sentiti dal mio arciprete don Mario Pigatti. Con il ricordo sono tornata agli anni in cui l’Azione cattolica era l’associazione più fiorente e attiva nella Chiesa. L’arciprete e i cappellani dedicavano tantissime energie alla formazione degli aderenti, con i numerosissimi soci, i delegati, i presidenti di ciascun ramo e la giunta parrocchiale. Le settimane erano fitte di incontri, al termine dei quali ci presentava figure esemplari di fedeli innamorati di Cristo.

Così a Giuseppe Moscati seguivano Piergiorgio Frassati, don Giovanni Calabria, suor Bertilla Boscardin, Armida Barelli, padre Damiano di Molokai, Laura Vicina, eccetera. L’enfasi con cui leggeva o raccontava la vita di questi modelli ci catalizzava e noi ragazze di Azione cattolica tornavamo a casa con tanta gioia da sentirci pronte a ripetere gli esempi di bontà sentiti alle adunanze o ai ritiri. Eravamo assidue nella frequenza ai sacramenti, alle pratiche di pietà e nulla ci pesavano le piccole rinunce e i fioretti quotidiani suggeriti dal sacerdote per far contento Gesù.

Per questo devo al mio arciprete tanta parte della mia formazione cristiana, ma gli sono debitrice anche della sua influenza sulla mia formazione culturale e umana.

Mi è caro ricordarlo quando trovava momenti di distensione nella lettura dei classici: Dante, Manzoni, Pascoli, Leopardi… Negli anni di pieno vigore a Chiarano, almeno dal 1962 al 1980, ha aiutato studenti con difficoltà nella lingua italiana o latina che amava moltissimo. Ai mercatini del libro aveva ricomprato i testi di letteratura ed alcune antologie che ha continuato ad usare fino agli ultimi tempi.

La memoria per le poesie imparate a scuola non era mai venuta meno. Bastava un cenno e recitava interamente “Il 5 maggio” del Manzoni, “La cavalla storna” del Pascoli, “A Silvia” del Leopardi, “Sant’Ambrogio” del Giusti e altre.

Mi stupiva quando nella predicazione per la giornata dell’emigrante, trasferendo l’esperienza delle visite fatte all’estero ai tanti parrocchiani di Miane emigrati (anni ’50-’62), citava il sommo poeta al capitolo XVII del Paradiso: “Come sa di sale lo pane altrui e com’è duro calle lo scendere e ’l salir per l’altrui scale” per evidenziare – in tempi non sospetti – il sapore amaro di chi è costretto a lasciare la propria terra per guadagnarsi il pane.

Il testo che più lo coinvolgeva era il brano dei Promessi Sposi “La madre di Cecilia”. Già iniziando “Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci…” la commozione lo prendeva per coinvolgere anche noi presenti quando giungeva a quel “Addio, Cecilia! Riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme”.

Non era emotività sdolcinata. Affermava di aver avuto in Seminario grandi e valenti insegnanti che gli avevano fatto amare la scuola e lo studio ed insisteva perché a nostra volta fossimo diligenti e bravi a scuola.
La storia della sua vocazione è stata carica di sacrifici per motivi economici e non ultimo, stanti le regole di allora, perché in famiglia era unico figlio maschio. Gli erano venuti in soccorso gli ottimi risultati scolastici per cui a 23 anni appena, nel 1938, fu consacrato sacerdote.

Innamorato del suo ideale mai smise di incoraggiare, pregare, accompagnare anime giovani a rispondere generosamente alla chiamata del Signore. Sempre ricordando le belle e nutrite conferenze, lo rivedo tenere in mano il volumetto “Il mio piccolo prete” (autore Pierre Lande, Ed. L’Ancora), letto e riletto tante volte. Assicuro che è una bellissima storia di vocazione sacerdotale, conquistata, sofferta e vissuta che non guasterebbe riproporre ai nostri giorni. Altrettanto avvincente come storia di vocazione era il racconto “Tre sassi” di Teresio Bosco (Il posto di Gesù. Ed. Ldc). Questi e altri esempi costituivano il filo conduttore nelle lunghe ore di preghiera per le vocazioni che in tutto il suo ministero ha sempre promosso e attuato con la consolazione di aver accompagnato alla consacrazione sacerdotale quattro giovani e alla vita religiosa femminile quattordici ragazze.
In tempi post conciliari meditava ed utilizzava con passione: “Preti così” di Mazzolari, “Vita eroica” di don Edoardo Poppe, il “Giornale dell’anima” di Giovanni XXIII, “Vangeli scomodi” di Pronzato.

Oggi la fretta ci porta a consultare Internet e ogni risposta può essere soddisfatta, ma la rete comunica senza il cuore.
Io ho profonda nostalgia dei bei libri con i racconti di vita sentiti dalla voce del mio arciprete. Sapeva esprimere sentimenti veri, letti negli occhi che ci lasciavano l’animo libero, pulito e ben disposto alla bontà e alla preghiera. Nel settimo anniversario della morte, che ricorre il 1° febbraio, per dirgli ancora la mia grande riconoscenza ho ricercato e fatto mia la “Preghiera del sacerdote la domenica sera” di Michel Quoist, che lui ha recitato infinite volte, offrendola con immensa gratitudine per lui e per tutti i sacerdoti.
Renata Serafin