Il 16 febbraio 1993 tornava alla casa del Padre don Giancarlo Vendrame, sacerdote, teologo, amico. Da 17 anni continuiamo ad incontrarci quasi come risposta a un insegnamento ricevuto: pensare, confrontarsi, offrire percorsi di riflessione, non stancarsi di cercare...

Dell’amico don Giancarlo ricordiamo il suo essere “cercatore di senso”, acuto osservatore della vita e delle sue trasformazioni, appassionato testimone della bellezza dell’Evangelo.

Uomo libero che in virtù della libertà, coniugata con la solidarietà e l’amicizia, era capace di offrire riflessioni sempre puntuali su temi etici e filosofici, su avvenimenti della vita delle persone, della società e della comunità cristiana. Molti ricordano la rubrica da lui curata su L’Azione dal titolo “Un fatto... un commento”.

Don Giancarlo è stato un amico, un “compagno di viaggio” che invitava i credenti “ad affiancarsi ai compagni di viaggio della vita, per alimentare con discrezione e delicatezza gli aneliti verso la Verità che vibrano in ogni uomo, consapevole che ognuno è vivente immagine di Dio e del suo Spirito”. Con coraggio, senza paure di smarrirsi e senza rivendicare alcun monopolio, solo coscienti del dono che ci è stato dato e che siamo chiamati a testimoniare: la fede nel Risorto.

Stimato discepolo di Bernard Haring, e destinato a succedergli nella cattedra di teologia morale all’Accademia Alfonsiana di Roma, è vissuto in modo semplice e austero, esercitando il ministero nella discrezione di un testimone indicante la vera sorgente, Gesù Cristo. Esemplare la sua relazione al secondo Convegno della Chiesa diocesana (27-30 dicembre 1985) che ruota attorno a ciò che è stato il perno della sua vita: fede, condivisione, ecclesialità, fatta di amore e di fedeltà alle persone, alla sua terra e alla sua Chiesa.

Con don Giancarlo tanti di noi hanno vissuto la stagione dell’immediato dopo Concilio, un periodo di forti fermenti religiosi, sociali e politici, di comune ricerca per coniugare fede e vita, pratica religiosa e impegno sociale.

Importante allora è stata la presenza di qualcuno, come don Giancarlo, che aiutasse a dare spessore, fondamento solido nella Parola di Dio e nella rinnovata ricerca teologica, alle nostre aspirazioni per renderle scelte e stili di vita.
Più preziosa ancora la sua riflessione e la sua amicizia negli anni ormai segnati dalla malattia, quando anche i tempi erano malati e la spinta ideale sembrava arenarsi nelle secche di un pragmatismo piatto e asfissiante e occorreva rimotivare le scelte di fondo e ripensare il nostro essere dentro la vita con dinamiche meno appariscenti, ma di più lungo respiro.

Sulla sua tomba è scritto: “Giancarlo Vendrame - sacerdote ed educatore”. Sono gli aspetti che lo hanno maggiormente qualificato: annunciatore della Parola e maestro che ha fatto crescere in particolare tanti giovani frequentatori della Spal (Scuola per animatori laici) e del gruppo “Giovani Quartier del Piave” che da lui venivano formati, accolti, ascoltati e aiutati. Con le sue straordinarie doti e con la sua particolare sensibilità riusciva a coinvolgerli e nei momenti di confronto a chiarire e completare il pensiero di chi interveniva senza tradire quanto ognuno voleva esprimere.

Dotato di rara sensibilità umana e di profondità di pensiero, ha cercato di rendere feconda la fede nell’incontro con un mondo in profonda trasformazione. Ha colto lucidamente le sfide poste all’uomo di fede, senza mai rifiutare il confronto, né accettare acriticamente le novità. Ci ha sempre incoraggiato ad “attraversare le contraddizioni”, consapevole che solo facendosene carico poteva emergere la luce di un messaggio evangelico che rimane, attuale e fecondo anche per l’oggi.

La malattia, una rarissima forma di tumore, lo accompagnò per più di dieci anni della sua breve vita, dal 1982 al 1993. Egli però ne fu protagonista consapevole: assieme ai medici cercò le cure più adeguate, e quando fu evidente che la guarigione non era possibile, continuò a dedicarsi con tutte le sue energie alla formazione dei seminaristi e dei preti, a rispondere alle richieste di incontri che provenivano da più parti; insegnò fino ai suoi ultimi giorni ai ragazzi del liceo di Feltre e di Oderzo anche se doveva farsi accompagnare a scuola e far uso di microfono e ossigeno.

Durante i lunghi giorni di degenza in ospedale chiedeva spesso che gli fosse letto qualche brano della Bibbia. Era particolarmente affezionato alle parole di san Paolo: “... ho pregato il Signore perché l’allontanasse da me, ed Egli mi ha detto: la mia grazia ti basta, perché la mia potenza si dimostra perfetta nella debolezza. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo” (2 Cor 12, 8-10).
 

Don Gianpietro Zago,
don Benito Introvigne, Giorgio Della Colletta, Franco
Lorenzon, Corrado Balzan, Francesca e Valerio De Rosso