
In occasione dell’Anno sacerdotale mi fa piacere ricordare don Marino Visentin, parroco di Gainiga dal 1961 al 1971, anno in cui, dopo una dolorosa malattia, fa ritorno alla casa del Padre.
Quando arriva nel 1961, la parrocchia, appena formatasi, constava di una semplice cappella. Don Marino comincia subito a prodigarsi coinvolgendo e stimolando, soprattutto, la sensibilità delle famiglie benestanti, e in 8 anni di attivo servizio sacerdotale riesce, grazie anche al suo impegno costante, a far costruire la chiesa, l’asilo infantile e la canonica.
Da allora sono trascorsi tanti anni, ma il suo ricordo, ancora vivo in me (allora ero solo un bambino), richiama alla mia mente una figura di prete semplice, di profonda fede, di operosità straordinaria, di grande comprensione e disponibilità.
Un prete che ogni giorno spendeva se stesso, trascurando anche la sua salute e la sua persona per realizzare sia i suoi obiettivi materiali – costruzione di chiesa, asilo e canonica – sia quelli pastorali – genesi di una famiglia parrocchiale che facesse del Vangelo il “suo libro” e dell’Eucaristia il suo “pane quotidiano”–.
Ricordo che a chi gli faceva notare che la veste indossata – la sola che possedeva, le altre le aveva consumate nel fare il prete operaio – aveva delle macchie, rispondeva scherzosamente: “Queste macchie sono le mie decorazioni”.
Di carattere forte e all’apparenza ruvido, era invece buono, comprensivo e di animo generoso, attento ai bisogni dei suoi parrocchiani.
Io ho avuto un rapporto privilegiato con lui, in quanto chierichetto durante la messa mattutina. Ricordo che la mattina che non mi vide arrivare, perché ero stato coinvolto in un incidente, si affrettò a venirmi a trovare in ospedale. Ho provato una gioia e un’emozione ancora vivi nella mia mente: mi aveva fatto sentire “indispensabile”.
I miei ricordi sono tanti; quelli che, però, continuano ad affiorare alla mia mente sono relativi al mio rapporto personale con don Marino e alle frasi da lui spesso ripetute e che sono state importanti nella mia formazione cristiana: “Il prete è tale per salvare le anime; per questo non si sposa, non fa un mestiere; è sempre pronto ai bisogni dei fedeli; un prete non riesce a mantenersi tale se non celebra bene la messa, se non legge il breviario, se non recita il rosario, se non fa le meditazioni, se in chiesa non sa parlare con il Signore”.
Le sue qualità e il suo carisma gli hanno consentito di dare vita ad una comunità parrocchiale che ha portato a termine le opere materiali da lui fortemente volute, e che non aveva potuto ultimare, e che lo ha assistito con amorevole gratitudine durante la malattia, vissuta da lui come “dono di Dio”.
Domenico Barbaresco
Cessalto