
Abbiamo scritto di lui per la sua morte e pensavamo di aver detto tutto. Sono passati otto anni da quell’agosto che lo fermò di colpo senza dargli il tempo per salutare. Una vita a Vidor: il periodo della sua maturità. Di lui si rammentano tutti. Ogni casa conserva la sua foto: un oggetto di memoria voluto, guardato, tuttora evocatore di commenti e commozione. Del resto non è proprio possibile dimenticarlo.
Don Benedetto Carlot era davvero uno di famiglia. Con lui si parlava, si litigava e ci si riappacificava per poi tornare a confrontarsi, si facevano programmi, si lavorava, si dissentiva e ci si accordava. Niente formalità, niente mezzi termini, niente verità addomesticate. Come in famiglia, appunto.
Se quel mattino il ciuffo si ribellava sulla fronte, meglio girare i tacchi e aspettare un mattino migliore o sperare nell’intervento stemperante della Olga sua sorella, insostituibile governante. Ma ci sono stati tanti giorni – i più – nei quali si faceva trovare con i capelli disciplinati e allora c’era l’accoglienza autentica di uno di casa, un interlocutore al quale poter dare i tuoi affanni senza sentirti giudicato. Certo non sempre esagerava con le parole; le frasi sembravano composte per sottrazione, ma dentro di esse Dio era il protagonista presente senza essere troppo nominato. A completarle stavano i gesti, i fatti, quel correre di qua e di là dove c’era bisogno di lui: una concretezza a volte ruvida ma carica di umanità. E non scriviamo così perché tanto la morte aggiusta tutto e rabbonisce il ricordo. No.
Tant’è vero che queste righe non le sta scrivendo una persona, ma una comunità intera, che ha annotato pensieri, osservazioni, lampi di passato legati ad una lunga significativa relazione con lui.
Allora, poiché la sintesi si fa difficile, mettiamoli così come stanno i ricordi della gente, senza togliere niente della loro freschezza.
“Quando sapeva che qualcuno stava male, arrivava di sorpresa in casa o in ospedale, si fermava a incoraggiare; in quei momenti si capiva che dietro la scorza c’era tenerezza”.
“Le persone in difficoltà, anche quelle senza soldi, sapevano che sarebbero state aiutate; faceva la carità, nel senso popolare del termine, con molta discrezione, in silenzio”.
“Era determinato e forse questo suo modo di essere lo ha fatto diventare un punto di riferimento per la parrocchia”.
“Bravissimo a tenere unita la comunità quando i tempi erano complicati e duri”.
“Le camminate in montagna con lui erano una sfida ai limiti delle nostre possibilità; ma il campeggio era un appuntamento necessario. Si viveva la natura; si mettevano alla prova il coraggio e la volontà;” Dombe” voleva che giocassimo e stessimo insieme e questo gli bastava; si capiva che era felice quando noi lo eravamo”.
“Meticolosissimo nel preparare le celebrazioni liturgiche. Qualche volta con noi chierichetti di allora era pungente; ogni tanto si arrabbiava, ma poi ci portava al bar a prendere il gelato; forse era il suo modo per chiederci scusa”.
“Era molto vicino a chi soffriva. Casa Maria Adelaide è una sua creatura. Chissà quanto ha fatto perché si costruisse!”.
“Lo trovavi spesso in chiesa, anche alla mattina presto. Pregava molto”.
“Un furlàn. L’era vero un furlàn! Ma i fusse tuti cussita!”.
“Non era capace di diplomazia, ma proprio per questo si sapeva di avere di fronte un uomo sincero, autentico”.
“El ne ferméa fòra dela césa par ciacolàr, saludarne, domandarne calcossa; ma forse el voléa che se ‘ndesse a confessarse”.
“Ai collaboratori dava fiducia. Era vicino ai tanti gruppi di laici – lo sentivamo presente – e lasciava autonomia”.
“Non diceva “si è sempre fatto così”, ma era aperto a nuove forme di comunicazione; era convinto che occorresse trovare metodi nuovi per far conoscere a fondo il Vangelo”.
Del parroco che a Vidor passò quasi trent’anni del suo ministero potremmo dire ancora molto, tante sono state le gioie e le fatiche del viaggio fatto assieme. Rimane il suggerimento incalzante di qualcuno, quasi una sottolineatura riassuntiva che rende bene il sentimento di tutti: “No sta desméntegarte de scriver che ghe von volést ben!”.
Elvira Fantin