
da L'Azione - DOMENICA 13 GIUGNO 2010 - pagina 10
Verso il sacerdote che ti accoglie al fonte battesimale si mantiene sempre una specie di venerazione particolare che ti ccompagna per tutta la vita. Questo sentimento pervade il mio cuore quando penso a don Pietro Roman, semplicemente don Piero per noi tutti di Fossalta Maggiore. La sua figura ascetica e mite al tempo stesso è ancora viva nella memoria dei fossaltini, i quali continuano a ricordarlo per la sua profonda fede e la bontà disarmante. Nell’anno sacerdotale viene quasi spontaneo paragonarlo al Curato d’Ars oltre che per una fede incrollabile anche per la sua dedizione all’insegnamento soprattutto della dottrina cristiana.
Arrivato a Fossalta subito dopo la guerra nel 1945, ha vissuto in paese fino alla fine dei suoi giorni, nel 1981 quando la malattia ha avuto la meglio sulla sua fragile tempra. Uomo di profonda cultura, fine conoscitore della filosofia e maestro della teologia, amante dei classici latini e greci dei quali cercava di trasmettere la passione soprattutto in quei pochi giovani che avevano la fortuna di poter continuare gli studi. Accompagnò il paese nel lento rinascere del dopoguerra, cercando sempre di far crescere nella fede i suoi parrocchiani, coltivando le vocazioni, sostenendo la catechesi e l’insegnamento scolastico (aveva infatti il diploma di maestro elementare) avendo poi ben chiaro di essere per la sua gente il tramite tra loro e Dio.
Ero ancora bambino quando un giorno, entrando in chiesa per servire messa, lo trovai solo in preghiera davanti al tabernacolo: era talmente assorto con il suo Dio che trovandolo tutto rannicchiato su se stesso, in ginocchio, con il viso tra le mani, ebbi l’impressione che fosse morto! Uscii di corsa dalla chiesa e aspettai finché cominciò ad entrare qualcuno per la messa... Non sentendo nessun movimento, entrai anch’io e con profondo sollievo lo trovai in sacrestia che si stava preparando. Vivo è ancora il ricordo di quando, durante i temporali e i fortunali estivi, indossando la cotta e la stola viola, si piazzava sulla soglia della porta principale della chiesa e salmodiando e benedicendo, intraprendeva una battaglia contro le forze della natura. Alla fine, tutto madido di sudore, cercava di riprendere le forze con una tazza di caffè forte. Erano ancora gli anni del “Sia lodato Gesù Cristo” e quando don Piero passava per le vie del paese con la sua bicicletta da donna nera, indossando cotta e stola bianca, ci si inginocchiava lungo la strada perché si capiva dal suo sguardo che stava portando il viatico a qualche moribondo. Sono proprio gli ammalati quelli che maggiormente hanno potuto godere del suo affetto: tutti andava a trovare a casa o negli ospedali e a chi veniva ricoverato in strutture troppo distanti, si premurava di far avere tramite i parenti una lettera dove sosteneva il sofferente con parole di speranza e di benedizione.
Don Piero non viene ricordato per aver costruito grandi opere, non ci ha lasciato strutture imponenti, non incarnava la figura del prete combattivo o trascinatore di folle. Lui era schivo, quasi timido, ma proprio per questo, quando veniva avvicinato, traspariva dal suo volto una luce particolare che rasserenava gli animi, ti dava conforto e quello sguardo profondo accompagnato dall’immancabile sorriso e dalle mani sempre giunte, erano il segno che ci si trovava di fronte a qualcosa di più di un semplice prete.
Noi tutti ti ricordiamo caro arciprete in occasione dei tuoi cento anni dalla nascita. Continua a vegliare sul tuo paese e come facevi quando tenevi lontano i mali della natura, continua a intercedere presso Dio così da preservarci da tutti i mali, soprattutto da quelli dell’anima.
Otello Drusian