"Fortunato! Abbandona la carriera nella marina militare!”. Era una voce insistente che chiamava.
Egli si trovava a Sabaudia da tre anni per frequentare la scuola della Marina militare. Suo padre lo desiderava e sognava brillante ufficiale di marina. “Fortunato: lascia tutto! Ascolta la mia voce! Supera eventuali contrasti in famiglia! C’è una barca piena di tanta gente che ti attende. È gente che ha bisogno di tenerezza, serenità e conforto. Ascoltami! Lascia tutto! Torna a Roverbasso, e seguimi!”. E Fortunato lascia Sabaudia, la scuola militare, e torna a casa dopo profonda riflessione e coraggiosa decisione. Riesce a superare con delicatezza e fermezza le difficoltà familiari, e volontariamente chiede di essere accolto nel Seminario diocesano. Così avrebbe potuto prepararsi ad essere pescatore di quella gente che lo aspettava nella barca di quel Signore che lo aveva chiamato.
E servirà quel Signore fedelmente e ininterrottamente dal 1951, quando monsignor Zaffonato lo consacrò sacerdote, per ben 45 anni.
Parlare di lui descrivendone le qualità, le doti e le determinate sue rigorose scelte, non è facile. A noi è sufficiente ricordare la sua figura a quattordici anni dalla sua morte.
Don Fortunato Candiago è stato un prete che nello stesso tempo ha saputo piangere e sorridere ed è riuscito ad ascoltare e capire i problemi di piccoli, di giovani, di adulti, di tanti, condividendo le svariate situazioni dei disegni che Dio pone in ogni essere umano.
È stato amico con tutti. Pur non essendo sposato si è fatto sentire padre e pastore comprendendo le problematiche delle famiglie specialmente nell’educazione dei figli e della gioventù.
Uomo forte e servitore fedele del suo Signore, ha saputo gestire i suoi compiti e doveri con coraggio, decisione ed intensità sia da cappellano a Santa Giustina di Vittorio Veneto e a Cordignano, sia come assistente dei fanciulli cattolici e direttore della casa dello studente.
Vivendo con prudenza, onestà e amore servì per quattordici anni la comunità parrocchiale di Falzè di Piave, dove resta indelebile la scia lasciata dal suo servizio.
A San Vendemiano profuse il meglio di se stesso, fino a quando quel Signore che lo aveva chiamato dopo averlo saggiato, affinandolo come si fa per purificare l’oro, e dopo aver accettato i laceranti dolori della sua lunga malattia, lo accolse nelle sue braccia in paradiso.
Venne accompagnato al sepolcro quasi trionfalmente da grande folla, triste ma serena, perché sicura che don Fortunato dal paradiso guarderà a noi che siamo rimasti, chiederà protezione per noi al suo Signore, e continuerà a ripetere che si prova più grande gioia nel dare che nel ricevere.
Parenti e amici