Qualcuno, che negli anni Cinquanta del secolo scorso fu alunno liceale dell’indimenticato professore di filosofia don Pino Zangiacomi, si sente, forse, ancora rimordere la coscienza per il tempo che, con astuzia burlesca propria degli studenti dell’epoca, riusciva a sottrarre allo sviluppo del programma scolastico. Anche se, è giusto anticiparlo, l’esito fu tutt’altro che deludente.
Le cose andavano press’a poco in questo modo: il professore entrava in classe per la lezione e uno di noi, fra i più autorevoli per condotta e profitto, naturalmente omnium consensu, gli si rivolgeva in tono convenientemente dimesso: «Professore, abbiamo saputo che ha composto una nuova poesia. Ce la vuoi far sentire?». Noi non si era certi della cosa, ma anche allora “tentare non nuoceva”. Il professore si schermiva, diceva di no, che non era vero, ma poi, cedeva alle nostre insistenze, anche perché la poesia c’era per davvero, e così l’autore ci proponeva l’ultima sua composizione. E nel recitarla si sentiva tutta la sua partecipazione, si commuoveva fino alle lacrime, e a noi, dimentichi ormai della piccola macchinazione orchestrata, prendeva l’anima e trasmetteva una nuova forma di sapere, alternativa, se si vuole, ma che non avremmo dimenticato.
Anche perché i nostri studi letterari giungevano, allora, a Carducci e Pascoli; di quest’ultimo un altro nostro insegnante era stato alunno a Bologna. D’Annunzio non godeva di buona fama e ci si proponeva, di lui, l’asettico “Settembre, andiamo”. Dopo, qualcuno autorevolmente sentenziava, non c’era più poesia.
E così, anche se spinti da suggestioni innocentemente goliardiche, imparammo a gustare un nuovo modo di fare poesia, ad apprezzare lo stile limpido e luminoso di don Pino, il suo linguaggio scarno, le sue immagini, i suoni, i colori, che emergono lievi, in equilibrati intrecci (A. Toffoli).
E non si vuol peccare di millantato credito se ci diciamo felici d’essere stati i primi, sia pur inconsapevoli destinatari dei versi che, più tardi, sarebbero confluiti ne “La Certosa di neve” e in “Attesa Novissima”.
Chi scrive queste note ebbe la bella ventura di incontrare don Pino anche fuori dell’ufficialità della scuola. Nelle solennità liturgiche veniva a Cordignano, invitato dall’amico arciprete monsignor Mario Ghizzo e là, liberi da ogni condizionamento, era piacevole ascoltare il suo dire semplice e disarmato e ammirare, se mai lo si può veramente, la logica continuità tra poesia e vita: una poesia limpida e cristallina espressione spontanea di una vita semplice e schiva. E si riteneva felice di partecipare alla vita di parrocchia con le sue celebrazioni affollate nelle quali prendeva volentieri la parola.
Ed è caro pensare che sia ispirata a questa sua esperienza la lirica che chiude “La Certosa di neve”, nella visione delle 14 candele spente sul triangolo, come si usava allora durante la Settimana santa, e si fa preghiera: “... perché la Tua risplenda / solitaria e pura / nelle pacificate / ombre del Miserere”.
Don Piergiorgio Da Canal
IL 17 COMMEMORAZIONE IN SEMINARIO NEL 50º DELLA MORTE
Don Pino Zangiacomi verrà ricordato martedì 17 novembre in Seminario vescovile a Vittorio Veneto nel 50º della morte. Alle 18.30 nella cappella del Seminario il vescovo Corrado celebra la messa di suffragio mentre alle 20.30 nell’aula magna ci sarà la commemorazione a cura di don Bruno Daniel, rettore del Seminario, e di monsignor Ovidio Poletto, vescovo di Concordia-Pordenone. Il professor Aldo Toffoli presenterà il libro “Poesie di don Pino” e Franco Santin leggerà alcune liriche accompagnato all’arpa da Sara Girardello.