
PARLA L'ECONOMISTA GUIDO MANTOVANI, DI STABIE
da "L'Azione" di domenica 15 novembre 2009 - pagina 9
Guido Mantovani è originario delle frazione di Stabie di Lentiai, dove ama ritornare spesso e volentieri per incontrare amici e conoscenti, e per seguire il Centro ricerche “Progetto 09” della Fondazione Teofilo Intat di Lentiai, che dirige. È docente di Finanza aziendale, analisi finanziaria e finanza aziendale internazionale all’Università Ca’ Foscari di Venezia, lo è stato alla Bocconi di Milano, e collabora tuttora con la Eni Corporate University di Milano e la Fondazione Cuoa di Vicenza, ma anche con istituzioni economiche e finanziarie, occupandosi di rischi d’impresa.
Recentemente ha partecipato al convegno dei giovani di Confindustria a Capri. In occasione della presenza a Ca’ Foscari del presidente della Bce Trichet è stato anche intervistato sulla crisi economica dalla celeberrima emittente televisiva americana Cnbc, il canale commerciale della Nbc.
A lui ci siamo rivolti, a circa un anno dal crollo di alcune grandi banche americane, che ha sancito l’inizio della grande crisi economica mondiale, per un punto della situazione.
Professor Mantovani, quella che stiamo attraversando è una crisi economica, finanziaria o... entrambe?
«Il problema vero non è capire in quale settore c’è crisi, bensì capire da quale settore sia nata la crisi, perché solo così è possibile prendere decisioni più efficaci per affrontarla e, soprattutto, prevenirla in futuro. La distinzione fra settore economico e finanziario è molto adottata nella pratica, ma è molto lontana da quanto effettivamente accade. Se in un paese c’è maggiore ricchezza, serve maggiore moneta per consentirne la circolazione; se un’azienda ha utili crescenti, anche i prezzi di borsa delle sue azioni saranno crescenti... insomma, la finanza riflette l’economia, ha senso dire che siano due cose separate?».
Cosa ci ha insegnato questa crisi, ad un anno dal crollo di alcune importanti banche americane?
«Anzitutto che ciò che si vede (il segnale forte) non è sempre ciò che effettivamente esiste nella realtà (il debole).
Secondo. Il delicato equilibrio fra liquidità ed investimento: più liquidità significa meno investimenti, ovvero meno redditi futuri. Quindi per avere redditi futuri più alti bisognerebbe avere meno liquidi... ma se tutti fanno così, nessuno potrà liquidare anticipatamente i capitali, cioè trasformarli in moneta! Allora meglio “essere molto liquidi”? Ma ci saranno meno redditi domani, e problemi di inflazione per la troppa liquidità...
Terzo. La stabilità economica (che non vuol dire Pil sempre crescente o mercati sempre al rialzo, ma minore volatilità) è un bene “pubblico” ed esiste una pubblica utilità nella stabilizzazione del sistema, con immissione di denaro dagli stati (come è accaduto), con regolamentazioni migliorate (come si sta cercando di fare) o con una migliore gestione dei segnali dal sistema (come probabilmente si farà in futuro).
Quarto. Non sempre i consumi sono retti dalla produzione di reddito, ma possono essere indotti anche dai rendimenti finanziari ottenibili: ma se questi (e succede) spariscono... La situazione è più grave per quei sistemi che – attraverso i fondi pensione – pagano rendite pensionistiche attraverso i risultati dell’investimento nei mercati finanziari.
Quinto. Tanta informazione economica non significa necessariamente buona informazione, e lo stesso vale per la regolamentazione. Il sistema non ha bisogno di regolamentazioni molto dettagliate e per questo rigide, ma di regole semplici con applicabilità flessibile».
Cosa è cambiato... o sta cambiando dopo un anno da questo 11 settembre finanziario?
«È cambiato certamente il concetto di “ricchezza” che non si associa più necessariamente alla sola quantità ma anche alla qualità; è cambiato il significato che attribuiamo ai prezzi (prezzo basso = risparmio o prezzo basso = fregatura?); è cambiato il significato che attribuiamo alle regole (pensiamo alle procedure burocratiche pubbliche: servono al cittadino o solo al dipendente pubblico?); è cambiato il significato che attribuiamo al concetto di rischio (andare a lavorare subito, senza laurearsi, è un rischio che vale la pena di correre?)».
Chi e come pagherà il costo degli interventi pubblici attivati a sostegno dell’economia?
«Ci sono tre possibilità: li paghino i cittadini tutti, come contribuenti; li paghino i consumatori, con tassi di inflazione elevati; li paghino le aziende beneficiarie restituendo ciò che hanno avuto, come sta accadendo già in alcuni casi negli Usa».
Quale inflazione ci sarà all’uscita dalla crisi?
«Il Fondo monetario ci ha detto che si comincia a vedere l’uscita per il 2010. I governi sapranno resistere alla tentazione di usare l’inflazione come strumento di aggiustamento dei propri deficit di bilancio? E tutti noi sapremo resistere all’illusione di (finta) ricchezza che l’inflazione ci potrebbe dare?».
I nostri soldi sono veramente al sicuro nelle banche italiane?
«Penso di poter dire che non vi siano rischi eccessivi di sicurezza per i soldi depositati nelle nostre banche. Rispetto agli investimenti, bisogna capire cosa vogliamo veramente: quando ci fu l’affaire Parmalat molti hanno giustamente urlato allo scandalo; ma altrettanti anni prima avevano trovato nelle obbligazioni Parmalat rendimenti più alti dei Bot. Bisogna essere realistici: nessuno regala niente per niente. In quella situazione bisognava essere scettici!
Rimangono due grossi problemi per il nostro sistema bancario: è troppo costoso, e nemmeno le fusioni hanno risolto questa situazione; e poi fa fatica a trovare i meritevoli a cui affidare denaro».
L’enciclica Caritas in veritate ha degli agganci alla situazione economica.
«È lo scritto più intelligente sulla crisi e dice due cose che per questa crisi e per sopravvivere ad essa mi sembrano utili. La prima è che la sobrietà è un fattore stabilizzante e la seconda è che “solo con la carità, illuminata dalla luce della ragione e della fede, è possibile conseguire obiettivi di sviluppo dotati di una valenza più umana e umanizzante”. Per me e per il mio lavoro è una sfida: cominciare a metterci dentro “la luce della ragione” tanto cara agli economisti nei loro modelli».
Sergio Cugnach
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