
da L'AZIONE - Domenica 22 novembre 2009 - pag. 24
LA BELLA STORIA DI UN AFFIDO
La vita di Giovanna e Andrea (i nomi sono di fantasia), una giovane coppia di sposi vittoriesi, è cambiata a marzo 2008, quando si sono ritrovati in breve tempo genitori affidatari di una bambina di soli tre mesi. Una decisione che è diventata una scelta di vita, un progetto sul quale costruire e far crescere la loro famiglia.
Come ha avuto inizio questa esperienza?
«Un’amica ci ha segnalato una famiglia in difficoltà che non riusciva ad accudire un minore. Noi ci siamo subito resi disponibili e siamo stati contattati dagli assistenti sociali, che ci hanno proposto un affido diurno – spiega Giovanna. – Io e mio marito ne abbiamo discusso nel breve tempo che ci era stato concesso e abbiamo accettato, anche se non sapevamo a che cosa saremmo andati in contro, essendo per noi questa un’esperienza nuova».
Avevate mai pensato all’affido?
«Ne avevamo parlato, ma mai seriamente; nel nostro progetto di vita c’era, o nella forma dell’affido o dell’adozione».
Quindi nel giro di un paio di giorni la vostra vita è cambiata?
«Esatto, abbiamo dato la nostra disponibilità e sono seguiti dei colloqui conoscitivi con l’assistente sociale» conferma Andrea. «Normalmente le disponibilità delle famiglie arrivano al Centro affido dell’Ulss, che coordina gli affidi, ma per questo caso specifico non avevano trovato delle persone a cui affidare questa bambina e per questo gli assistenti sociali si erano rivolti all’esterno».
Com’è cambiata a marzo 2008 la vostra vita?
«Ho lasciato il lavoro e ho potuto prendere il congedo per maternità per tre mesi – spiega Giovanna –. Ci siamo trovati genitori in tre giorni, abbiamo avuto molto aiuto dai nostri genitori, dagli amici, dai colleghi di lavoro, dagli assistenti sociali, dagli operatori e dal pediatra. Tutti i problemi che ci comparivano si spianavano davanti a noi grazie all’aiuto e al sostegno di molta gente». «Abbiamo trovato, ed è la cosa bella – aggiunge Andrea – molte persone che avevano voglia di aiutarci; noi non avevamo niente per bambini e nel giro di due settimana abbiamo avuto tutto, dai vestitini al passeggino, dalla vaschetta per fare il bagno al lettino».
Il vostro è un affido diurno, come funziona?
«La bambina è affidata a noi di giorno, dal lunedì al venerdì dalle 8 alle 18. A settembre 2008 – prosegue Giovanna – ho ripreso il mio lavoro di insegnante e ora al mattino la portiamo al nido. Andrea la va a prendere a casa sua al mattino alle 8, la porta al nido, alle 13 la va a riprendere e la porta a casa nostra. Lui ritorna al lavoro, mentre io passo il pomeriggio con la bambina fino alle 18, quando la riporto dalla sua famiglia».
Come affrontate le difficoltà?
«Con il mio lavoro – precisa Giovanna – sono stata fortunata perché in questi due anni ho sempre trovato delle scuole in cui ho potuto lavorare solo al mattino e questo è stato indispensabile. Mio marito ha la fortuna di avere un orario di lavoro flessibile. La nostra difficoltà maggiore è che noi viviamo a Vittorio Veneto, mentre la bambina è di un comune limitrofo; negli orari di pieno traffico ci mettiamo anche 45 minuti per andarla a prendere o riportarla a casa. Sul piano dei rapporti con la famiglia e con la bambina abbiamo avuto molto aiuto dagli assistenti sociali e dagli operatori».
Che tipo di rapporto si viene a creare con i genitori?
«Il tuo ruolo di genitore affidatario prevede anche di curare i rapporti con la famiglia, soprattutto quando si tratta di bambini molto piccoli, perché ci deve essere fiducia da parte loro». «Bisogna essere il meno invasivi possibili, rispettare la loro sfera – aggiunge Andrea –. C’è stata qualche difficoltà qualche mese fa quando la bimba ha iniziato a chiamarci papà e mamma. Ora non lo fa più, perché siamo riusciti a farle capire che noi siamo Andrea e Giovanna, noi non siamo i suoi genitori. Non si tratta di un distacco emotivo, ma un distacco del ruolo».
«Spesso – aggiunge Giovanna – mi chiedono: “Ma come fate? Io non ce la farei mai al momento del distacco!”. Non è che noi non ci pensiamo a questo momento, anzi è la prima cosa a cui abbiamo pensato ed è forse per questo che viviamo bene questa esperienza. Non puoi dire di no solo perché hai paura di soffrire, non è la risposta giusta. Certamente faremo i nostri pianti e non sarà un momento facile, ma ne vale la pena ed è una cosa giusta da fare. Non ci sono tante famiglie affidatarie sul nostro territorio e la paura di legarsi troppo al bambino limita le persone nella disponibilità». «Ti devi occupare di questa bambina come se fosse tua figlia, ma non è tua – conclude Andrea –. Siamo per lei delle figure di riferimento. L’idea che la sua vita avrebbe potuto prendere una piega diversa se noi non ci fossimo stati, e che quindi oggi possa crescere in maniera più serena, ci ripaga di tutto».
Claudia Borsoi
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