da "L'Azione" di Domenica 29 novembre a pagina 6
SEZIONI AVIS PREOCCUPATE: VERSO LA CHIUSURA DEL 30 % DELLE 58 "UNITÀ DI RACCOLTA" LOCALI, CON IL RISCHIO CHE CALINO LE DONAZIONI
Sarà ancora possibile donare sangue a Codognè? O a Portobuffole? Ormai è questione di settimane, per saperlo.
Entro qualche settimana dovrebbero infatti giungere all’Avis provinciale di Treviso i referti dell’Arss, l’ufficio regionale preposto, relativi all’idoneità o meno dei “servizi mobili” - che adesso si chiamano “unità di raccolta” - di tutte le Avis comunali sparse per la Marca.
In seguito ai sopralluoghi degli ispettori effettuati nella scorsa primavera, si saprà in quante e quali sedi potranno ancora essere effettuate le donazioni. Il “metro di misura” è la legge 22/2002 che fissa una serie di prescrizioni - strutturali, metodologiche, sanitarie, tecnologiche - per garantire la massima sicurezza ai donatori e ai riceventi.
Gino Foffano, presidente dell’Avis provinciale, non nasconde la sua preoccupazione: «Dei 58 punti dove si svolgono ora le periodiche raccolte prevediamo che circa il 30 % non potrà continuare. Mentre l’80-90 % riceveranno prescrizioni, con un termine di 3-12 mesi per adeguarsi. Quindi con la possibilità che altre siano in seguito costrette a chiudere».
Quello prossimo sarà un periodo davvero impegnativo per il mondo dei volontari che donano sangue. In provincia una folla enorme: quasi 36 mila avisini, che nel 2008 sono arrivati a 49 mila 173 donazioni. E la previsione è che nel 2009 si supererà la soglia delle 50 mila. Mentre è assai difficile immaginare cosa accadrà nel 2010, se si ridurranno drasticamente i luoghi decentrati nel territorio dove la domenica mattina è possibile andare a donare, senza doversi recare al Centro trasfusionale dell’ospedale, lontano magari 20 chilometri da casa.
Fino ad oggi si sa com’è andata, come spiega Foffano: «Nel 2008 le donazioni nelle unità di raccolta sono state circa 13 mila: il 26,7 % del totale delle donazioni effettuate. Quante di queste non ci sarebbero, se i donatori non possono più andare nel proprio comune?».
L’interrogativo è di quelli pesanti. Perché l’equilibrio tra donazioni e utilizzo di sangue ed emoderivati negli ospedali della provincia è precario. «I consumi di sangue aumentano mediamente del 3% annuo - spiega il consigliere regionale dell’Avis Bernardino Spaliviero, che dal 1996 accumula ed elabora minuziosamente i dati statistici -. Mentre le donazioni aumentano dell’1-2%». Quindi con momenti di difficoltà o vera e propria emergenza. «Nello scorso mese di luglio c’è stato un momento in cui tutti i frigoriferi dei centri trasfusionali trevigiani erano vuoti di globuli rossi. Per le nostre necessità non si sono avuti problemi, per fortuna. Ma a fine anno registreremo un calo del 30 % delle unità di sangue solitamente cedute fuori regione, cioè di quel “margine operativo” che permette attualmente a noi di avere l’autosufficienza».
La grande preoccupazione dell’Avis è presto detta: se si riducono i punti di raccolta c’è il rischio concerto di ridurre anche il numero di donazioni, anziché aumentarle come invece è indispensabile, visto il progressivo aumento di utilizzi sanitari del sangue nei nostri ospedali, per curare malati gravi, feriti in incidenti stradali, pazienti sottoposti ad interventi chirurgici vari.
Il presidente Foffano è molto preoccupato, ma anche schietto nell’indicare la strada da percorrere per evitare problemi e nel contempo approdare ad un livello di maggiore qualità e sicurezza delle donazioni, come prevede obbligatoriamente la legge 22.
«Il problema della disponibilità di sangue non è solo mio, nostro dell’Avis. La responsabilità e l’impegno vanno condivise insieme: servizio sanitario, associazionismo, enti locali. L’adeguamento o la chiusura di una unità di raccolta in un comune interpella direttamente i sindaci, le amministrazioni comunali. Perché la presenza di una struttura nel territorio potrà essere decisiva per l’aumento o il calo di donatori a livello locale. Noi avisini siamo disponibili a fare la nostra parte, ma per gli interventi sugli edifici è necessario che le istituzioni si attivino e si impegnino, in modo da dare continuità alla generosa disponibilità di tanti trevigiani».
E va tenuto conto che, se la prospettiva è di riuscire a tenere aperto un centro di raccolta unico per più comuni, dove viene chiuso non si tornerà più indietro. L’Avis sta pensando a strategie varie per assicurare che le donazioni non diminuiscano, ma nei prossimi mesi la grande fatica nei prossimi mesi sarà quella di valutare sezione per sezione (ce ne sono 90 in provincia), quali sedi chiuderanno senza scampo, quali potranno essere salvate e con quali interventi necessari sui quali trovare il sostegno delle istituzioni. E poi riorganizzando zona per zona l’attività dei volontari.
Un convegno sul tema, svoltosi nei giorni scorsi a Paese, era intitolato “Verso l’emergenza sangue?”. Un interrogativo per niente retorico, secondo Spaliviero, perchè l’autosufficienza si potrebbe perdere nel giro di 1-2 anni se non si fa fronte subito e adeguatamente ai problemi aperti.
Franco Pozzebon
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