da L'AZIONE di Domenica 9 ottobre - pagina 8 - Attualità                

 IL CELEBRE POETA PIEVIGINO ANDREA ZANZOTTO      

Andrea Zanzotto, il 10 ottobre, compie novant’anni. 
È un tempo che riscuote la propria parte ad interessi impossibili con l’arroganza dell’usuraio, come egli stesso scrive, alludendo a “rapidi rapienti capogiri”? O è un tempo che ci offre, più profondamente di sempre, la grandezza lieve e indispensabile della sua presenza come uomo-poeta?
Il senso di allontanamento dal mondo che egli lamenta “in quanto anziano”, pur mitigato dalla forza della poesia, non coincide con l’idea che noi, suoi antichi lettori, abbiamo del suo essere qui, nel mondo. Ci sentiamo infatti sempre più legati a lui, proprio grazie al tempo che passa. In fondo è  il tempo ad aver messo insieme quelle montagne possenti di “conglomerati” - le sue poesie e non solo - di cui, conoscendolo, abbiamo goduto. E l’appuntamento di questo compleanno ci porta a ridefinire il peso di ciò che egli, poeta, è stato e sarà, non dimenticando di passare per l’“è” di cui è fatto il presente. L’argomento probante è quello della sua relazione con la realtà, che ha attraversato buona parte del Novecento per carambolare nel terzo millennio con un’inarrestabile efficacia. Sì, efficacia: la parola è giusta. A testimonianza di  questa relazione stanno reperti vivissimi. I versi innanzitutto: quella miriade di parole e segni di cui ci siamo appropriati, a volte con fatica, rendendoli vitali visioni personali e facendone parte il prossimo. Versi per i quali, per esempio, non puoi più guardare il cielo del nord senza vedere “gli slarghi illimitanti di una baia di hudson”; per cui pensi alla neve anche come ottundimento della spigolosa contemporaneità sfigurata; non puoi attraversare un ramo del Piave senza sentirlo afflitto, troppo quieto, non più “muscolo di gelo”; non puoi soffermarti sotto una Vittoria alata senza percepire lo strazio di una guerra che ha fatto dei nostri luoghi un “crocevia degli ossari”; fermo all’angolo della tua borgata non puoi che vedervi  la contrada malata e forse senza città di “Rio fu” che “con qualche soldo in più / piomba giù” e ti scopri lì ad osservare il profilo dei suoi-nostri monti per individuare qualche altra lettera dell’alfabeto a continuare, balbettando, le sue poesie… E oscillare così tra momenti di rasserenamento e altri di inquietudine, senza mai allontanarti dal compito umano di partecipare criticamente al mondo. Del resto la poesia deve fare questo: renderti consapevole dell’esistenza. É la sua prima funzione pedagogica.
Versi come suoni, musica, colori,  immagini e rumori per i quali lasciarsi andare assecondandone ritmi e imprevisti e  dai quali trarre, appunto, insegnamenti. La poesia, sappiamo, educa e forma per davvero e la sua ha lezioni mirabolanti, perché il maestro l’ha resa aperta, spalancandola alle possibili verità. Da essa abbiamo capito quanto il paesaggio sia dentro di noi, come causa ed effetto del nostro essere e del nostro agire, oggetto di meditazione e impegno civile, principio personalissimo di memoria domestica quanto di scontro sociale ed economico, strattonato e ferito fino ad essere asservito agli interessi più meschini. Siamo stati stregati - letteralmente - dall’incedere familiare di un dialetto, quello di casa, reso poesia, che paradossalmente ha mantenuto la sua caratteristica intima protetta nella tenerezza della piccola matria, ma radicandosi in una patria extralocale, planetaria. Poi la lingua, lasciata correre, imbrigliata, trasformata in inedite grafie, apparentemente ferma sulle pagine, ma corrente ovunque perché il suo incarico è  tradurre il pensiero creativo dell’artista in elementi comprensibili agli altri. Da questo abbiamo inteso il valore del dialogo profondo e le asperità insite nella comunicazione. Abbiamo intuito che nella poesia c’è la storia della gente - personaggi specifici e culture e collettività - con gli eventi che ne significano il passaggio. Una poesia, la sua, onnicomprensiva, che continua ad aiutarci a leggere dentro le cose.
Mentre si celebra questo anniversario, fuori il sole continua insolitamente ad abbacinare.
Fra poco negli apiari - lasciateci la suggestione a paragone - le api si riuniranno in glomere: un ordine di salvezza impartito dalla specie. L’una vicina all’altra allontaneranno il rigore dell’inverno; si nutriranno del miele accantonato e nutriranno la regina, senza la quale la comunità non può sopravvivere. L’orfanità è morte e spiega così il gioco inevitabile della reciprocità. A  primavera, quando l’apicoltore aprirà l’arnia, troverà una famiglia forte, pronta ad inebriarsi di luce e fragranze e a ricominciare il ciclo della vita e perciò della conoscenza. Anche noi come le api, non solo in questi giorni d’autunno, siamo immersi nello spirito dell’alveare - misterioso nell’essenza, esplicito nei risultati - a circondare la nostra regina.
E la risposta alle domande iniziali è data.
 

Elvira Fantin

GLI EVENTI E LE PUBBLICAZIONI

Per il compleanno di Andrea Zanzotto molteplici sono gli eventi e le iniziative. Ricco il repertorio editoriale: per la Marsilio è uscito “Il cinema brucia e illumina - Intorno a Fellini e altri rari”, a cura di Luciano De Giusti. La Mondadori edita un “Oscar” con l’opera del poeta. Curato da Francesco Carbognin, la Clueb stampa il saggio di Zanzotto “Il mio Campana”. La rivista “Autografo” lo omaggia dedicandogli una monografia (che sarà presentata alla Cattolica di Milano da Roberto Cicala il prossimo 14 ottobre) e per Interlinea ci sarà “Divagando sul prato”.
Per i tipi di Antiga esce l’antologia “Nessun consuntivo. I 90 anni di Andrea Zanzotto” curata da Carlo Ossola, che verrà presentata il 10 ottobre alle 11 al Pedrocchi di Padova; nella stessa occasione la Regione conferirà al poeta di Pieve di Soligo il “Leone del Veneto”,  onorificenza istituita dal Consiglio regionale per dare riconoscimento ai cittadini veneti, o di origine veneta, che si sono distinti nel campo delle scienze, delle lettere, delle arti, dell’impresa e dell’economia.
Ancora: domenica 9 ottobre in Villa Spada a Refrontolo, alle 16.30, la compagnia Tiven Group-Teatro Casello 11 porta in scena “Parlami ancora”, spettacolo tratto dall’opera di Zanzotto, con Stefano Felicioli e la regia di Stefano Pagin.
Infine a Solighetto, al ristorante “Da Lino”, il 15 ottobre, alle 18.30, verrà presentato il libro “Il cinema brucia e illumina”.

ZANZOTTO Biografia e opere

Andrea Zanzotto, nato a Pieve di Soligo il 10 ottobre 1921, è considerato dalla critica come uno dei più importanti poeti del secondo Novecento.
Dopo aver conseguito il diploma magistrale, consegue anche la maturità classica come privatista presso il liceo Canova di Treviso. Nel 1939 si iscrive a Lettere dell’Università di Padova, laureandosi nel 1942 con una tesi sull’opera di Grazia Deledda.
Nel 1940 aveva ottenuto la sua prima supplenza a Valdobbiadene, poi una seconda a Treviso, mentre aveva accolto con grande costernazione lo scoppio della Seconda guerra mondiale. Rimane esonerato dalla chiamata alle armi del ‘21 per insufficienza toracica e per la forte asma allergica. Non riesce a evitare la leva del ‘22 e viene inviato ad Ascoli Piceno, ma la malattia si fa sentire pesantemente. Zanzotto partecipa alla Resistenza veneta nelle file di Giustizia e Libertà occupandosi della stampa e della propaganda del movimento.
Nel 1946 emigra prima in Svizzera e poi in Francia. Rientra in Italia alla fine del 1947 quando sembrano riaperte le prospettive d’insegnamento.
Nel 1950 vince il premio San Babila con a un gruppo di poesie, composte tra il 1940 e il 1948, che sarà poi pubblicato con il titolo “Dietro il paesaggio”.  Le sue opere successive sono “Elegia e altri versi” (1954) e “Vocativo” (1957).
Nel 1959 sposa Marisa Michieli. Sempre nel 1959 vince il premio Cino Del Duca con alcuni racconti. Pubblica “Una poesia ostinata a sperare”.
Nel 1962 esce il volume di versi “IX Egloghe”.
Dal 1963 si intensifica la sua presenza di critico su riviste e quotidiani.
Nel 1964 esce il suo primo libro di prose creative “Sull’altopiano”.
Nel 1968 esce “La beltà”, considerata ad oggi la raccolta fondamentale della sua opera.
Nel 1973 pubblica “Pasque” e l’antologia “Poesie” (1938-1972).
Nell’estate del 1976 il poeta trevigiano inizia a collaborare con il regista Federico Fellini.
Nel 1977 vince il premio internazionale Etna-Taormina.
Nel 1978 pubblica “Il Galateo in Bosco”, primo volume di una trilogia che gli varrà il Premio Viareggio nel 1979.
Zanzotto è ormai ampiamente riconosciuto e tradotto in varie lingue.
Nel 1983 esce “Fosfeni”, secondo libro della trilogia che gli fa ottenere il Premio Librex Montale.
In questo periodo si acutizza l’insonnia di cui il poeta soffre da tempo.
Nel 1986 esce il terzo volume della trilogia intitolato “Idioma”. Nel 1987 riceve il premio Feltrinelli.
Nel 1995 l’Università di Trento gli conferisce una laurea honoris causa. Nel 2000 riceve il Premio Bagutta per le “Poesie e prose scelte”. Nel 2001 esce il suo libro composito intitolato “Sovrimpressioni”, che si concentra intorno al tema della distruzione del paesaggio.
Nel febbraio 2009 esce “In questo progresso scorsoio”, una conversazione col giornalista coneglianese Marzio Breda.
Nel 2009 pubblica “Conglomerati”, una nuova raccolta poetica.

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