di Carniel Chiara – Col San Martino (Seconda media)
Quel giorno il professore mi aveva chiamato al telefono e sembrava piuttosto strano. Non che le altre volte fosse normale, però aveva una voce euforica e balbettava.
Il professore era un mio caro amico, anche se aveva una cinquantina d’anni più di me. Lui era come un bambino, cresciuto all’esterno ma non all’interno. Si era laureato in scienze naturali ma aveva passato la sua vita a costruire moltissimi strani oggetti, e alla fine quelli che non gli piacevano li ammucchiava in uno stanzino minuscolo ormai stipato all’inverosimile. Lo consideravo una specie di genio-inventore.
Non avevo mai capito a cosa servissero tutti quei ridicoli aggeggi, eppure mi divertivo a guardarlo mentre li costruiva.
Tornando a quel giorno... Arrivai a casa del professore e vi trovai un altro ragazzo che doveva avere più o meno la mia stessa età.
Mi presentai. “Ciao, sono Elisabeth!” “Arthur” "Oh ciao Elisabeth, questo è mio nipote!”, intervenne il professore.
Fu una sorpresa per me: non sapevo che avesse famiglia.
Io e Arthur lo seguimmo nella stanza dove passava la maggior parte del tempo a perfezionare le sue creazioni.
Notai che al centro della stanza era posizionato un grande oggetto coperto da un telo bianco e immaginai che fosse quello il motivo della chiamata.
“E’ una macchina del tempo!!” ci rivelò.
Sia io che Arthur restammo molto stupiti.
Ci spiegò che aveva inventato un congegno in grado di viaggiare nel tempo e voleva che io e il nipote ci saltassimo dentro per andare in giro nelle varie epoche.
“Sta scherzando?”
Non riuscii a trattenere quella frase, ma lui, imperturbabile, replicò: “Certo che no, guarda che non correte alcun pericolo!”
Dopo un ora di suppliche riuscì a convincermi e Arthur ed io entrammo in una sfera metallica di cui non sapevamo niente tranne come farla partire.
Avevamo capito che non c’era modo di prevedere in che epoca ci avrebbe portato la macchina e che avevamo un mese di tempo prima di tornare indietro.
Il viaggio durò pochissimo: non mi accorsi neanche di essermi mossa.
Atterrammo vicino ad una specie di cittadina e, usciti dalla macchina, ci accorgemmo che i nostri vestiti e le monete che avevamo con noi erano cambiati.
Entrammo in quella città e scoprimmo che si chiamava Quarto d’Altino: eravamo nell’epoca romana, qualche decennio dopo la nascita di Cristo.
Mentre passeggiavamo estasiati alla vista di tutte quelle meraviglie del passato un ragazzo ci urlò: “Ehi forestieri! Avete bisogno di una guida?” “Certo!” rispose Arthur. “Sono Claudio! Da dove venite?” “Io sono Elisabeth, e lui è Arthur, veniamo dall’America.” Grosso errore!
Solo dopo aver detto quella frase mi resi conto che non era ancora avvenuta la scoperta dell’America.
“Cos’è l’America? Fa parte dell’impero?” “No!” rispose Arthur pronto “E’ un luogo molto lontano che pochissime persone conoscono!” “Ah, va bene!”
Claudio ci spiegò che la città dove eravamo atterrati era molto importante perché da essa partiva una strada molto lunga che veniva percorsa da soldati e mercanti ma anche da pastori e contadini: si chiamava via Claudia Augusta Altinate.
Visto che in un mese di tempo non sapevamo cosa fare, decisi di percorrerla e chiesi a Claudio di accompagnarci almeno per un tratto.
“Va bene ma sarà un percorso lungo!” “Davvero? Ma quanto è lunga questa strada?” “Beh, parte da qui, passa per Trento, attraversa il confine e arriva sulle sponde del Danubio!”
Riflettemmo, era davvero lungo il percorso, fin troppo lungo per un mese di tempo che avevamo, così pensammo di percorrere la via Claudia Augusta a passo spedito e di arrivare fin dove riuscivamo.
Due giorni dopo partimmo con un carro trainato che conteneva pochi viveri e qualche abito, io e Arthur eravamo ansiosi di vedere com’era una strada romana e devo dire che restammo molto stupiti: era molto diversa dalle strade che ero abituata a percorrere, infatti non c’erano molte persone oltre a noi al contrario delle città moderne e man mano che ci allontanavamo dalla città di Quarto d’Altino finimmo per rimanere da soli.
Ad un certo punto arrivammo in vista di un gruppo di montagne: le Alpi. Rimasi a bocca aperta davanti a quegli enormi giganti con il capo bianco di neve che si stagliavano verso il cielo, limpido come non l’avevo mai visto.
Una sera appena dopo il tramonto, arrivammo ad un accampamento di soldati. Mentre giravamo attorno al campo curiosando, un giovane urlò: “Ehi! Che cosa ci fate qui?”
Gli spiegammo che stavamo percorrendo la via Claudia Augusta.
Arthur chiese: “Dove siete diretti?” “Perché dovrei dirtelo? Sei una spia?”
Quel soldato era molto diffidente nei nostri confronti e si vedeva che era abituato alla guerra. Sembra molto brutto da dire, ma penso che fosse una cosa normale a quell’epoca!
Comunque dopo che il soldato ci ebbe fatto molte domande riuscimmo ad avere la sua fiducia e lui ci spiegò che la sua legione era diretta oltre le sponde del Danubio per conquistare i popoli barbarici in modo da allargare i confini del già vasto Impero Romano.
Dopo quell’incontro seguimmo l’esercito alla volta delle montagne, infatti Claudio pensava che in questo modo saremmo stati al sicuro dagli attacchi dei briganti. Dovemmo tuttavia affrontare altri disagi e pericoli: il freddo, i lupi e la frana che travolse e uccise alcuni soldati che non sarebbero mai più tornati dalle loro famiglie. In quel momento pensai a quanto eravamo fortunati Arthur ed io a vivere in un'epoca piena di comodità e di sicurezza.
Dopo ventotto giorni di viaggio arrivammo a Trento dove lasciammo l’esercito e ci dedicammo a noi stessi, rifocillandoci senza badare a spese. Quel giorno Claudio ci lascio. “Avete detto di volervi fermare qui, giusto? Beh, io vorrei tornare a casa, se non vi dispiace, ma voi due mi mancherete molto!”
Anche noi dovevamo tornare a casa: salutammo Claudio a malincuore e tornammo nell'anno 2000 seguendo le istruzioni del professore, sicuri che non avremmo mai dimenticato quel viaggio nel passato.
Molti anni dopo la nostra avventura io e Arthur decidemmo di andare in Italia per cercare i resti della via Claudia Augusta Altinate, pensammo di cominciare da Quarto d’Altino e fummo entusiasti di vedere che quella cittadina esisteva ancora e che c’erano anche dei resti della strada. Proseguendo verso Trento però, nacquero tra noi opinioni diverse sulla ricostruzione del percorso anche perché il paesaggio era molto cambiato rispetto a quello dell'epoca tardo antica, così chiedemmo l’aiuto di alcuni esperti, ma neanche loro trovarono una soluzione che mettesse d'accordo tutti.
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