di Gesiot Giovanni - Villapiana di Lentiai (Quinta elementare)
Avevo venticinque anni, ero sposato e avevo due figli. Vivevo nella terra germanica, dove coltivavo un piccolo campo dal quale ricavavo il necessario per vivere.
Non ero così ricco… ma, quando arrivarono i Romani, io divenni ancora più povero, perché loro presero i nostri ori, bruciarono le nostre case, presero noi e le nostre donne: non ci rimase più nulla, nemmeno la nostra vita.
Ero triste per essere stato separato dalla mia famiglia, di cui non seppi più nulla: avevo visto mia moglie fuggire con i miei figli e, in cuor mio, speravo che si fossero salvati. Maledicevo in silenzio i Romani, ma non potevo far altro, perché mi avrebbero ucciso.
Mille soldati guardavano che noi non scappassimo; eravamo degli schiavi, non conoscevamo il nostro destino ed eravamo impauriti.
Non ci davano tanto da mangiare, solo una specie di polenta insipida fatta di cereali.
Ci fecero passare da un varco, che permetteva di oltrepassare una palizzata che delimitava una parte del territorio dell’Impero, separandolo dal territorio germanico e, dopo diverso tempo, giungemmo a Roma.
C’erano gruppi di persone ubriache che ci prendevano in giro e delle persone che i soldati mettevano insieme a noi, forse erano dei ladri, ma non so dirvi. Altre persone ci soppesavano con gli occhi, poi chiedevano informazioni sulle nostre capacità.
Mi vendettero per ben millecinquecento sesterzi!
All’inizio provavo odio per colui che mi acquistò, ma, dopo averlo conosciuto meglio e aver capito che era un buon padrone, la mia rabbia scomparve e per lui provavo solo affetto e amore.
Il mio padrone era un tipo abbastanza alto, educato, con capelli e occhi marroni; non era così chiacchierone, ma si vedeva subito che era una brava persona. Mi disse che era venuto apposta qui a Roma, dove sapeva che si trovava il mercato dei migliori schiavi; era partito da una villa rustica, situata in Aquileia, dove con sua moglie e tre figli viveva una vita felice.
Partimmo verso quella che sarebbe diventata la mia nuova casa.
Non sapevo cosa mi aspettava, ma insieme a tanta nostalgia per la mia famiglia e la mia vita nella terra germanica, sentivo dentro di me un po’ di curiosità per quello che sarebbe successo.
Percorremmo la Flaminia poi passammo per la via Emilia e infine la via Postumia.
Io ero molto sorpreso, perché le strade romane erano fatte di sassi piatti, lunghi circa un metro, mentre le nostre strade erano fatte di terra battuta o certe volte non c’erano neanche, perché noi, a confronto dei romani, non siamo bravi costruttori; solo in battaglia ci difendiamo bene!
Arrivati a casa, mi colpì il fatto che era dipinta tutta di rosso, poi il mio padrone mi mostrò i suoi tre figli; il ragazzo di dieci anni si presentò senza nessun timore o paura e disse: “Mi chiamo Marcus e ho dieci anni.” poi aggiunse: “Lei è mia sorella Arianna e lei Valeria. Arianna ha sei anni e Valeria ne ha due e non sa ancora parlare.”
Arianna era una bambina bionda, che aveva preso dalla sua mamma gli occhi blu. Valeria era una bambina con pochi capelli neri e occhi molto, ma molto grandi.
Il padrone mi ordinò di andare a raccogliere le uova che trovavo nel pollaio e di uccidere una mucca.
Il giorno dopo mi spiegò quale sarebbe stato il mio compito da allora in poi: viaggiare con lui per commerciare.
Questa volta saremmo andati, attraverso la via Claudia Augusta, in una città chiamata Bellunum, per acquistare lana e formaggi e rivendere ciotole di ceramica, vetro e olio.
Partimmo, io con il mulo e lui con il cavallo, io che caricavo le merci e lui che mi seguiva.
Attraversammo la pianura e mi sentii un po’ teso, perché eravamo dentro il bosco: chissà se c’erano animali feroci… Ci avrebbero assaliti?
Più avanti la strada si faceva ripida e si inerpicava lungo il costone di una montagna, a tratti rocciosa, con pareti a picco e un profondo burrone dove non cresceva quasi niente.
Alla fine della salita ci ritrovammo in mezzo al bosco, dove il padrone mi disse di pregare gli dei affinché ci proteggessero nel viaggio; lui era molto religioso e anch’io lo ero, ma non così tanto come lui.
Dopo un’ora, durante la quale oltre a pregare ci riposammo e ci rifocillammo, ripartimmo; questa volta il tratto di strada in discesa era meno pericoloso: si poteva camminare tranquillamente, senza problemi.
Camminammo e camminammo fino ad arrivare a Nave, da lì, prendendo una strada sulla destra, arrivammo a Bellunum, dove vendemmo le nostre merci e ne acquistammo altre.
Quello fu il primo di decine di viaggi che feci negli anni successivi con il mio padrone, conobbi la via Claudia Augusta come il palmo della mia mano, ma non finì mai di sorprendermi e di stupirmi, perché ogni viaggio era un’avventura.
“E della mia famiglia?” mi chiederete.
Quando fui troppo vecchio per viaggiare con il mio padrone, avendolo servito sempre con fedeltà, mi fece il dono più grande: la libertà. In questo modo avrei potuto rivedere i miei adorati figli.
Percorsi per intero la Claudia Augusta con molta fatica, ma anche con il cuore che batteva forte… Arrivai fino alla fine: alla città di Maia. Da qui raggiunsi il mio villaggio, attraversando i boschi e le campagne e ritrovai la mia famiglia. Ci abbracciammo a lungo. Ero felice, ma ero anche deciso a tornare ad Aquileia, questa volta insieme a tutta la mia famiglia.
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