di Bortolot Marco – Villapiana di Lentiai (Quinta elementare)
Sono un germano alto e robusto, con occhi azzurri, di carattere gentile e sincero.
Vivevo pacificamente e lavoravo la terra per sfamare la mia famiglia. Un giorno, mentre stavo lavorando la terra, in lontananza vidi dei romani che ci stavano attaccando. Non ci fu nemmeno il tempo di dare l’allarme che i legionari si avventarono con furia sulle nostre case, le incendiarono, seminando morte e terrore.
Mi catturarono e, insieme ad altri disgraziati come me, dopo giorni e giorni di marcia fui portato ad Altinum.
Qui fui scaricato come fossi una balla di fieno e fui destinato alla costruzione della strada che da Altinum sarebbe arrivata a Maia.
Ci spiegarono come si doveva costruire. Avremmo scavato un solco largo quattro passi e profondo un passo. Poi dovevamo coprire il buco con argilla e sassi rotondi che prendevamo dal fiume Plavis o dalle rocce che scavavamo lungo il tragitto.
Sopra a tutto andavano messe e sistemate pietre piatte, molto resistenti e spesse.
Partimmo da Altinum e dopo un breve viaggio arrivammo sul posto. Scavammo circa mezzo miglio di solco e poi sistemammo tutte le pietre come ci era stato spiegato, fino ad arrivare a quelle squadrate che servivano per facilitare il passaggio dei carri. Nei lati costruivamo dei solchi per lo scolo dell’acqua; più all’interno costruivamo un piccolo piano usato dai legionari che andavano a piedi.
Alla fine della costruzione usavamo una specie di secchio capovolto, con un manico ficcato al centro, che serviva per compattare i sassi in modo che non sprofondassero.
Arrivata la sera, ci accampammo nelle tende.
Nell’ora più profonda della notte, io mi svegliai e, al chiaro di luna, osservai il duro lavoro che il giorno successivo sarei stato obbligato a fare; vidi rocce ripide e pendii che non finivano mai, con pietre e rocce bianche molto dure, che però sarebbero andate bene per la costruzione della strada.
Ritornai nella tenda e pensai con nostalgia alla mia gente, alla vita serena che conducevo prima.
Mi addormentai molto profondamente. Arrivò il mattino, mangiammo un po’ di pane e bevemmo un sorso d’acqua; poi il lavoro ebbe inizio e cominciammo a scavare un solco lungo due miglia.
Fu un lavoro molto faticoso e, dato che si era in piena estate, il caldo soffocante quasi non mi permetteva di respirare.
Il giorno successivo mi fu assegnato un altro lavoro: dovevo sistemare i sassi rotondi sul fondo della strada.
I lavori procedevano molto bene, ma, all’improvviso dinnanzi a noi si stagliò la sagoma scura di un grosso animale molto feroce: un orso!
A questo punto successe un grande parapiglia ed io riuscii a mettermi in salvo inoltrandomi nella boscaglia. Rimessomi dallo spavento, mi fermai e capii subito che quella situazione inaspettata, poteva diventare la mia unica via di fuga. Intorno a me non c’era nessuno e così, senza pensarci su troppo, cominciai ad allontanarmi cercando di correre nascondendomi in mezzo agli alberi e ai cespugli; le voci, le urla, i comandi mi giungevano sempre più lontani; sentivo invece sempre più forte il battito del mio cuore, un rumore martellante nella mia testa che quasi mi stordiva: forse avevano scoperto la mia fuga, forse mi stavano già inseguendo, forse ormai erano alle mie spalle… Qualcosa ghermì la mia tunica, inciampai e caddi a terra privo di sensi.
Quando riaprì gli occhi era buio, intorno a me solo il silenzio della notte e i rumori del bosco. Capii di avercela fatta, di essere in salvo!
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