di Zanardo Monica - Santa Lucia di Piave

 

Quando quella strana sensazione, che si suole definire nostalgia, mi assale, mi ritrovo a pensare alla primavera del mio sedicesimo anno di vita e a quel lungo e affascinante viaggio che feci assieme al padre priore.

Ero un giovane novizio di un monastero veneziano. La mattina del 30 aprile il padre priore mi fece chiamare. Io ero nell'orto del monastero, aiutavo fratello Giovanni a curare le tenere pianticelle seminate da poco, mi affrettai a raggiungere la cella del mio superiore, ero curioso di sapere il motivo di quella chiamata. Bussai e aspettai il suo avanti prima di spingere la pesante porta di quercia ed entrare.

<<Bene Angelo, prepara le tue cose, domani all'alba partiamo per l'abbazia di Follina. Sarà un viaggio lungo e faticoso, quindi questa sera mangia abbondantemente e fai una lunga dormita. Vai in pace, Angelo>>.

<<Sia lodato Gesù Cristo!>> dissi abbassando il capo.

<<Sempre sia lodato!>> rispose lui distrattamente, mentre trafficava con alcuni documenti.

Ero emozionato all'idea di quel viaggio, naturalmente quella notte non riuscii a dormire.

L'indomani, quando la porta del monastero si aprì, fui assalito da un frastuono cui non ero più abituato. Stridii, tonfi, vocii, odori dei quali i miei sensi si erano scordati, riaffiorarono nella mia giovane mente. Ero entrato in monastero all'età di dieci anni e sei anni di isolamento, tra le pacifiche pareti di pietra, mi avevano allontanato dalla quotidianità della vita comune, proiettandomi in un luogo di pura e gioiosa meditazione. Da Venezia ci dirigemmo verso Altino. Il cuore mi galoppava in petto come un esercito di cavalieri lanciati all'attacco. Ero eccitato da tutto ciò che vedevo: la frenesia dei mercati, i venditori vocianti, i carri cigolanti e traboccanti di merci, i garzoni indaffarati, gli osti invitanti, le guardie vigilanti, i bambini che giocavano nelle piazze, mentre le loro madri chiacchieravano allegre con le comari, i canti delle lavandaie ritmati dai colpi dei panni sulle pietre. Tutto questo trambusto era d'incanto placato dal tocco della campana del vespro. La quiete allora regnava nei centri delle città e nei paesi disseminati lungo la via Claudia Augusta. Il nostro cammino proseguiva lentamente lungo i selciati di questa millenaria via e, alla frenesia dei centri abitati, si contrapponeva il sonnolento scorrere del tempo nelle campagne, dove il duro lavoro lasciava ampi spazi a momenti di riposo; camminando per la strada mi fermavo spesso a osservare i contadini mentre falciavano l'erba primaverile che le loro donne spargevano con forconi arrugginiti. Da lontano i pascoli, nei campi e sulle colline, sembravano fazzoletti verdi punteggiati dal bianco, dal marrone e dal grigio degli animali e dal giallo, bianco e azzurro dei fiori di campo.

Il 7 di maggio giungemmo nei pressi di Altino. Mi ricordo bene questa data, anche se sono passati ormai ottant'anni da quel giorno. Giunti a Quarto d'Altino, dovevamo attraversare il Sile, tramite uno dei tanti ponti di pietra disseminati per la via. Arrivati in prossimità del ponte, scorgemmo una folla di persone in fermento. Contadini, pastori, commercianti, garzoni, donne e bambini si stringevano minacciosi attorno ad uno strano personaggio. L'uomo, dall'età indefinibile, indossava un paio di brache di tela logore, non portava camicia, ma un pezzo di stoffa lercia tagliata a triangolo con un buco per far passare la testa, i piedi erano nudi e neri. Se ne stava silenzioso, indifferente a quella folla che lo minacciava brandendo bastoni e forche. Io lo guardai con paura, ma il padre priore affrettò il passo, attraversò il ponte, quasi correndo, e si avvicinò alla folla dicendo: <<Pace, fratelli, cosa ha fatto costui perché voi lo molestiate con frasi astiose e con bastoni e forche?>>.

<<Il Signore sia lodato, fratello monaco, -disse un uomo che capeggiava il gruppo - questo individuo deve andarsene dal nostro villaggio, da quando è arrivato ha portato solo disgrazie, appartiene alla feccia dell'umanità, vive isolato da tutti e ci odia, lancia imprecazioni ai nostri figli quando si avvicinano alla sua baracca e ci fa pure il malocchio!>>.

<<Non preoccupatevi. Tornatevene a casa. Dio penserà a voi. Mi occuperò io di lui. Andate e che la Benedizione di Cristo nostro Signore scenda su di voi e vi protegga>>.

La folla si disperse.

<<Buon uomo - disse il priore - come vi chiamate?>>

Egli non rispose, rimase a fissare un punto immaginario con i suoi acquosi occhi azzurri.

<<Avete sentito? Come vi chiamate?>>.

Guardai l'uomo e vidi che stava piangendo silenziosamente, lente lacrime solcavano il suo viso incavato dalla fame e dagli stenti patiti durante la sua lunga vita.

<<Piangete pure, le lacrime sincere mondano lo spirito - disse il padre priore - se avete bisogno del mio aiuto, sono a vostra disposizione. Sono stanco e credo che mi fermerò a riposare sotto quella quercia.>> e andò a sedersi all'ombra di un centenario albero che custodiva il ponte con la sua imponenza.

<<Angelo, vai in paese e compra del pane e del vino!>>.

<<Confessatemi padre!>>. Una voce baritonale uscì dalla sua gola facendomi sobbalzare.

<<Vai Angelo e già che ci sei recati in chiesa e recita due rosari per questo peccatore!>>.

Quando tornai, era già suonata la campana della sera, vidi l'uomo che piangeva tra le braccia del padre priore, il quale lo consolava accarezzandogli la testa.

<<Sei tornato, Angelo, ti presento Gilberto, da oggi ci accompagnerà>>.

Dopo lunghi giorni di cammino arrivammo a Follina. Qui ammirai l'abbazia, piccolo gioiello incastonato tra le colline trevigiane, col suo borgo sassoso. Respirai la serenità della Grazia di Dio. Odorai il profumo delle erbe medicinali messe a seccare al sole. Salii sul campanile per ammirare il panorama e rimasi incantato ad osservare le montagne innevate e udii per la seconda volta la voce baritonale di Gilberto che mi diceva:

<<La vedi quella strada che si snoda tra colline e montagne? Si chiama via Claudia Augusta. La costruirono i romani, da prima per scopi militari, in seguito servì per collegare il mondo latino con quello germanico. Io l'ho percorsa molte volte da peccatore: rubando e uccidendo, depredando e violentando. Mi sentivo invincibile nascosto dietro la mia corazza di soldato di ventura. Questa strada mi ha condotto attraverso numerosi paesi, fino a valicare le Alpi. Il cozzare delle armi, lo scalpiccio degli zoccoli dei cavalli e soprattutto le bestemmie dei commilitoni hanno deturpato la tranquilla natura della via e del paesaggio circostante. Ho usato la Claudia Augusta per dividere le genti, ora spero che le generazioni future la percorrano per unire popoli diversi>>.

Gilberto entrò nel monastero come converso. Io da quel giorno ho sempre vissuto nell'abbazia, ospitando i viaggiatori che giungevano da noi e insegnando loro il giusto significato (quello auspicato da Gilberto) di una via tanto importante.

Ho novantasei anni. Il padre priore è morto da tempo, anche Gilberto, che tanta importanza ebbe per me, se n'è andato in grazia di Dio, scontando le sue colpe da penitente. La millenaria via con i suoi numerosi affluenti è ancora qui, col suo selciato di pietra, con i suoi ponti arcuati e con la stessa gente di sempre che su di lei vive, lavora, ama e muore. Una strada è un crocevia di popoli e questa, in particolare, è importante perché unisce la gente di mare con quella di montagna. Vivrà per sempre protetta dalla bellezza delle Prealpi che, accompagnandola nel suo percorso, vegliano su di lei come granitici giganti dai mantelli verdi e dalla sorridente bocca di fiori.