di Soldan Nelso - Conegliano
Il campanile di Tovena batteva i rintocchi serali. Dal canalone giungeva una brezza fredda che si spandeva sui campi portandosi dietro l’odore resinoso della legna che ardeva nei focolari. Un uomo attraversò la piazza sfregandosi le mani, giacché l’aria s’era fatta pungente. Sopra il passo, una velata luna crescente iniziò a cercare nel cielo il suo punto più in alto.
Più ad ovest, tra il belare degli agnelli e l’abbaiare del cane, transumava con ritardo un gregge diretto al fondovalle di Tarzo. L’umidità penetrava nelle ossa e influiva sull’umore dell’anziano pastore che, inquieto, fumava.
Giunto nella piana, l’uomo fece riunire in tondo le bestie e liberò gli asini dai pesi dei basti. Fissò la tenda a ridosso di un argine, appese al trespolo il caldaio per la polenta e accese il fuoco. La luna si nascose dietro nubi ventose e l’oscurità offuscò il contorno del lago.
Buttò la farina, rimestando fino alla ripresa del bollore.
L’indomani sarebbe ripartito alla volta dei pascoli alti del bellunese, per poi scendere, a fine stagione, dalle parti di Conegliano dove un certo Gera, scienziato e medico, approvvigionava lana per la sua nuova filanda. Il ricavato della tosatura era misero anche a causa della sleale concorrenza dei Laner, scaltri allevatori bergamaschi che spadroneggiando sui centri di raccolta di Follina ostacolavano le attività dei piccoli proprietari. La loro prepotenza era temuta persino dagli altinati, genti dalla secolare tradizione pastorizia.
Si scaldò lo stomaco attingendo poche cucchiaiate direttamente dal paiolo. Cercò il vino e gli venne allegro un ricordo: tempo addietro si era trovato a tu per tu con una bottiglia di quello buono nell’osteria di Boccafossa, il paese lagunare dove era solito svernare. Intento a filar astio contro i perfidi Laner si lasciò andare a pensieri assassini sempre più difficili da governare man mano che il livello del liquido si avvicinava al fondo. Complice quell’ultimo bicchiere di troppo, sbottò rabbioso contro questi tali: - Carogne! Bastardi! Succiasangue! - urlava, e mentre così li apostrofava menò una gran botta di mano sul tavolo che quasi si sfasciò. Accorso alle grida del padrone e eccitato dal frastuono, il cane saltava e grattava rabbiosamente sull’uscio abbaiando come impazzito.
Gli avventori e l’oste erano rimasti come impietriti ai loro posti, indecisi se preoccuparsi del pastore o non piuttosto della tenuta della porta messa a dura prova dalla bestia inferocita. Quando si decisero, cercarono di rabbonire l’uomo: pazientasse, che certamente gli austriaci avrebbero messo fine a quei soprusi! Lui però non voleva sentir ragioni e ribatteva sgranando improperi che sembrava d’essere alla funzione del venerdì santo. Alla fine ammise sconsolato: - A chi vuoi che gl’importi di metter pezza al nostro ingrato sbarcare il lunario! - L’accorata affermazione gli attirò la solidarietà dei presenti e tutto si risolse in una bevuta generale fra invettive ed insulti indirizzati a quei governanti insensibili e per di più stranieri!
Tirò dalla fiasca per lenire il bruciore causatogli dal cibo bollente. Per quanto cercasse, non ricordava come fosse riuscito a rincasare quella volta: - Certamente non sulle mie gambe, - dedusse fra sé e sé. Osservò il cane che stava in attesa, fiutando l’aria. - Forse lui lo sa, – pensò rovesciando a terra gli avanzi della cena. Guardò l’animale saziarsi accanto al fuoco in quell’insistere d’inverno fino a quando, costretto dallo sfinimento, si coricò.
La notte stese definitivamente il suo nero sipario, appena lacerato dal rosseggiare delle braci ancora vivide sotto il trespolo.
Lui si rigirava sul giaciglio in preda ad una stanchezza insonne, cercando di mettere ordine ai pensieri che si accalcavano indisciplinati e inconclusi nella sua testa. Gli piaceva quel duro lavoro e amava le sue bestie. Per lunghi periodi, solivago per i monti, lo aveva corteggiato la solitudine. Fu l’abitudine ad essa, così rassicurante e libera, a farlo cedere: la sposò nella buona e nella cattiva sorte, restandogli fedele negli anni; le tante serate passate negli alpeggi, col naso all’insù a contare, assieme alle stelle i sogni persi della sua vita, fecero da paraninfo a quel matrimonio. Tuttavia non rifiutò mai la compagnia occasionale dei suoi simili, eccezion fatta per i rissosi zattieri che incontrava alla Muda e per i contadini, ostili ai transumanti perché esasperati dalle ristrettezze. Le armate napoleoniche e gli austriaci avevano infierito duramente sulle economie di quelle terre e una grave crisi seguiva ad un periodo di distruzioni e saccheggi. Dappertutto c’era disoccupazione. Accattoni, banditi, dazi, e malanni da schivare erano i suoi pensieri fino a quando, sul pagliericcio, lo vinse la stanchezza. Sprofondò nel sonno e il suo ritmico russare fu, anche per quella notte, ninna per il fedele cane.
La mattina seguente Bella – così la chiamava il vecchio - girò in tondo facendo levare le bestie per infilarle nel percorso voluto. Lui, caricate le poche cose del bivacco sull’asino più forte, mosse in direzione del passo di San Boldo, la via che fin dal 500 era usata come scorciatoia da chi voleva ritornare in fretta nelle valli bellunesi.
Nell’aria rimase l’odore del gregge che aveva sostato.
Attraversarono i prati prospicienti il borgo di Sollèr ed entrarono per la via Sottoriva nell’abitato di Tovena dove uomini erano affaccendati chi a vangare i campi già concimati per le semine, chi a spaccare legna e altri a sistemare muriccioli a secco. Le donne depositavano panni da lavare dentro ceste ai piedi degli usci, osservate da alcuni vecchi che commentavano con innocua malizia quel che vedevano.
Uno di loro riconobbe il pastore: - Eilà Mario, arrivi con il cuculo quando i lavori son finiti! -
- Già, quest’anno il tempo non vuol metter la testa a posto - rispose, mentre con il bastone cercava di contenere il gregge.
Dal campanile il suono della campana si distese sulle case, sui prati, sui boschi e sul lavoro della gente mentre i camini ancora fumavano e i letti sfatti, tiepidi della notte, si mondavano dagli odori con l’aria fresca dei balconi aperti.
Giunse in piazza maggiore e si fermò alla fontana. Alcuni bimbi erano accorsi nel sentire i belati e ora cercavano di accarezzare gli agnellini. Il vecchio li lasciò fare e si rinfrescò alla fonte accompagnando l’acqua sugli occhi e sulle guance. Alzò lo sguardo alla montagna: l’anfiteatro roccioso gli stava davanti illuminato dalla luce tersa del mattino, vestito degli splendidi colori della ricrescita primaverile. Sembrava voler raccogliere in un ampio, protettivo abbraccio il paese, i campi, la gente e persino lui stesso, immobile ed estasiato su quel palcoscenico. In alto brillavano rocce colpite dai primi raggi del sole. Dalle sorgive, rivoli d’acqua, cadendo nel vuoto, originavano luccicanti cascatelle che s'infrangevano in un brillio di spruzzi sul pietrame sottostante.
Il baluginio della luce sugli occhi dava movimento al tutto, quasi tutto fosse danza: per un lungo, intenso istante ne avvertì il trasporto e una calda sensazione d'infinito gli si depositò, struggevole, nell’anima.
Quasi a voler scacciare il turbamento che gli saliva dalle viscere, diede voce al cane e riprese a seguire il gregge.
Ora la strada si faceva mulattiera addentrandosi fra vegetazioni di carpini, faggi, ginepri e sambuchi per poi inerpicarsi costeggiando, fino al valico. Ciuffi di cangianti anemoni rosa-violetto animavano qua e là zone ombrose e calte color dell’oro s’impossessavano dei tratti umiferi lambiti dalle acque sorgive. Nel folto, un abete frondoso era servito da riparo notturno ai caprioli. Qualcuno di questi era sceso a dissetarsi al torrente che costeggiava la mulattiera. Proprio sulle peste degli ungulati si era soffermato il cane, quando una femmina di fagiano levò il volo all’improvviso: un sussulto, un po’ di batticuore per lo spavento prima di riprendere il fiato. Il pastore rise alla volta di Bella che ora scodinzolava puntando in direzione del pennuto: - Stai invecchiando anche tu, adesso ti fan paura persino gli uccelli! - Poi, asciugatosi la fronte, continuò a camminare.
La macchia lasciò il posto ad una piccola radura al solivo ed il gregge si sparpagliò. Una quantità di primule agglomeratesi nella cotica erbosa, chiazzava di giallo il terreno alla base di un’incombente parete rocciosa. Nel versante opposto, un’originale formazione granitica era segnata da una profonda erosione. Sulla cima il solco desinava in un enorme anfratto passante. Il pastore guardò incuriosito dentro quel grosso buco, mentre il cane cercava di ricomporre gli ovini. Sentì l’aria accarezzargli fresca il viso e con la brezza udì arrivare un distinto vociare. Più avanti, il tracciato approfittava di un breve tratto in leggero declivio, per allargarsi a gomito prima di riprendere a salire in tornante. Là sostavano montanari scesi dalle borgate di sopra, con mercanzie portate in spalla o a dorso di mulo. Noci, patate, miele e conserve, ma anche selvaggina e qualche lavoro artigianale da vendere o barattare con alimenti o filati. Una giovane con una gerla carica di grossi fagioli sperava di ricavarne il sufficiente per un capo di biancheria da accompagnare alla dote. Addossati al fianco del monte sostavano alcuni carri giunti dalla vallata di sotto, mentre i conducenti ostentavano le merci appoggiate sopra beole pietrose.
Era il 'Cargacàr’: da quel luogo si poteva proseguire solamente a piedi o a dorso di mulo. Da secoli, in quel preciso punto, valligiani e montanari si incontravano per scambiare il risultato dei rispettivi lavori assieme a notizie sulla salute, sulle guerre, sulle epidemie, sui lutti; s’intrattenevano per aggiornarsi su matrimoni e nascite, per confidarsi gioie e dolori. Il commercio era sovente il pretesto, l’occasione di quel raccontarsi la vita fra persone che la geografia rendeva a volte diverse nell’aspetto ma non dissimili nell’anima. Cosicché quasi sempre, alla fine, la mano aperta dell’uno accoglieva, con il valore dello scambio, anche il peso delle attese e delle delusioni dell’altro.
Bella non poteva sapere quanto quel ‘comunicare’ era importante per gli uomini: innervosita dal baccano si agitava nel cercare una via di transito in mezzo a quella ressa.
Riuscì a far oltrepassare il gregge, non senza difficoltà e fra malcelate stizze di donne contrariate dal dover rimontare attente a dove mettere i piedi.
Il cane cercò il vecchio che gli passò una mano sul bianco pelo irsuto dopodichè si dissetarono alle acque del Gravon. Giunsero senz’altri intoppi sotto la gola rocciosa dove i rigagnoli d’acqua cadevano nel vuoto. Da quel punto il sentiero si inerpicava ripido e travetti di larice servivano da gradini. Bella vi sospinse gli animali. Mario ansimava, la coda dell’asina stretta nella mano sinistra e la destra buona per il fumo. Abbandonò la presa il tempo strettamente necessario per togliersi il copricapo davanti al capitello del Cristo: non aveva forse sentito dire di quel Crocifisso che era un buon pastore? E che amava le proprie pecore? Proprio come lui! Sentiva di dovergli del rispetto. In ogni caso le buone maniere volevano che: 'davanti a preti, dotòri e capitei, caveve el capel e rispetei!’.
Gli tornò il fiato quando, superata la china, vide la valle aprirsi alle Dolomiti illuminate dal sole. Tirò un profondo sospiro e il suo sguardo spaziò da est a ovest. Sentiva vivere in lui la bella stagione che veniva avanti.
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