di Piovesana Giuseppina – Fossalta Maggiore

 

Era lì. Era sempre stato lì. Sotto ai suoi piedi, sotto alle sue viti, all’erba del suo prato, alla terra arata e arata ancora. Per duemila anni. E nessuno l’aveva visto. Prima di lui: nessuno.

Se ne stava nascosto ai margini di una strada antica. L’antica via che univa, come un nastro di seta, la strada Postumia di Oderzo alla via Annia poco dopo il ponte sulla Livenza, a Sant’Anastasio.

La strada Postumia era stata costruita 148 anni prima di Cristo, quando l’esercito Romano ebbe bisogno di una strada rettilinea per attraversare velocemente la grande pianura del Nord.

Costeggiava le lagune opitergine, invece, la via Annia che da Ravenna si prolungava fino alla misteriosa Pannonia, da dove arrivava l’ambra blu, magica e preziosa.

Si viveva bene, allora, in queste terre poste fra la Piave bizzarra e mutevole come un’adolescente, ed il fiume Livenza, più composto e regolare che scorreva copioso dai Monti Opitergini fino al porto di Opitergium, dove si aprivano i Sette mari, con tanti approdi sicuri.

Le due grandi strade erano raccordate da una miriade di vie minori. Da Oderzo, lungo l’alzaia del canale Piavon, si raggiungeva Ceggia percorrendo via Cella. Un nome antico, stranamente evocativo.

Un nome che avrebbe dovuto far aprire gli occhi, a tanti.

Invece: niente.

Per duemila anni.

Finché, era un caldo pomeriggio di luglio di qualche anno fa, Marco perse la più bella fra le sue biglie di vetro, in un profondo crepaccio aperto nel terreno dalla prolungata siccità.

Marco abitava in una grande casa colonica con il cortile polveroso che si apriva su via Cella, la strada ormai poco frequentata, che tutti dicevano antichissima.

A volte, dopo le arature nei campi circostanti, il vomere portava alla luce pezzi rotti di antichi embrici. Qualche moneta con il profilo di un imperatore romano. Una mattina l’aratro si era quasi spaccato contro un sasso. I contadini spaventati erano corsi a chiamare Massimo Rorato, un appassionato di cose antiche, che abitava poco distante. Massimo aveva subito compreso l’importanza del ritrovamento. Stava emergendo, lungo l’antica via, un’ara funeraria a colonna, scolpita in modo spettacolare con testine di bambini e festoni intrecciati di frutta e di fiori.

Marco, che aveva assistito al recupero del prezioso e davvero bellissimo pezzo, non aveva approvato la scelta del padre. <<Non avrei mai chiamato quella gente - si permise di dire, quando tutto fu finito - la scultura è stata trovata nei nostri campi, e nostra doveva restare. Nessuno l’avrebbe saputo>>.

Nella sua mente infantile, il fascino del segreto che celava il mistero del ritrovamento, sarebbe stato come un sigillo nella memoria della sua famiglia.

<<Quando diventerò grande, se troverò qualche altro tesoro nascosto, non lo dirò. Nessuno verrà a portar via nulla, da qui. Sarò io il custode dei tesori che si nascondono nei campi>>.

Marco, da allora aveva continuato a cercare, dopo le arature dei campi, se emergeva qualche reperto antico.

Lungo l’antica via i reperti abbondavano. Erano embrici giallastri, rotti dal passaggio del vomere. Pesi da telaio circolari come ciambelle o a tronco di piramide, puntali di anfora, manici, qualche moneta con il profilo di un imperatore.

Marco era affascinato.

<<Chissà che volto avevano le persone che hanno costruito queste cose. Chissà come vivevano, come parlavano, quali gioie e quali dolori hanno costellato le loro vite. Vite che si sono svolte qui, in questi campi, su questa terra. La mia terra>>, Marco si sentiva loro vicino, come se l’immenso cumulo di anni, duemila anni, non fosse che un soffio leggero e breve, nell’eternità.

Marco fantasticava, nelle lunghe ore assolate dei pomeriggi estivi, quando nessuno lo chiamava per dare una mano nel campo a rastrellare l’erba ormai seccata dal sole. Fantasticava immaginando la vita tranquilla di quelle persone, devastata all’improvviso dall’annuncio che i barbari stavano per raggiungere la campagne di Oderzo.

<<Attila! - piangeva l’antica madre - Dove sono passate le sue orde non cresce più neanche un filo d’erba. Attila ci ucciderà tutti, incendierà la casa. Distruggerà i raccolti>>.

Disperazione.

<<Scappiamo. Portiamo le nostre cose, i nostri figli, le donne, nelle isolette della laguna. Ci nasconderemo lì, fra le alte canne. L’acqua ci proteggerà, fino a quando l’orda feroce sarà passata. Poi torneremo ai nostri campi. Alla nostra città>>.

Scapparono, quando seppero che Attila, un mostro dal volto di demonio devastato da tagli profondi, che si diceva fosse per metà uomo e metà fuso con il suo cavallo, arrivò alle porte di Aquileia.

Chi aveva una barca vi mise tutti i suoi tesori e, lungo il canale Piavon scivolò leggero da Oderzo alle vicine lagune.

Altri scelsero di percorrere l’antica via.

Un uomo, forse uno schiavo, portava sulle spalle un fagotto pesante. Faticoso procedere, lungo la strada sterrata, piena di buche.

L’antica via Cella non era lastricata di basoli lucidi e lisciati, come la vicina Postumia da tanti calzari e carri che l’avevano percorsa per centinaia di anni.

Troppo faticoso. Quel fagotto rallentava il cammino.

I fuggiaschi si fermarono, nei pressi di un pozzo scavato lungo l’antica via per dare ristoro ai viandanti con l’acqua fresca e pulita che scorreva fra le ghiaie abbandonate, dal continuo divagare della Piave.

<< Gettiamo nel pozzo il nostro tesoro - si accordarono quegli uomini antichi - questa è una strada nascosta fra i campi. Poco frequentata. Nessuno, scoprirà che nelle sue acque profonde si nascondono tutte le gemme e tutto l’oro del tesoro comune della città di Opitergium. Non possiamo procedere oltre, con questo peso. Quando la tempesta sarà passata, torneremo e riporteremo il tesoro in città, a beneficio di tutti. E con questo oro potremo riparare i danni subiti dalle nostre case, dare sollievo alle famiglie disperse>>.

L’affanno era grande, in quel gruppetto di uomini e donne.

Il tesoro di Oderzo, sprofondò nelle acque scure con un tonfo soffocato.

Nessuno, fra quei fuggiaschi tornò mai lungo l’antica via, a recuperare il tesoro.

A poco a poco, nacque la leggenda del pozzo d’oro.

E si consolidò fra le generazioni. Divenne un miraggio, una clausola da includere nei contratti di vendita dei terreni: “Ti vendo i miei campi, ma non i diritti su quello che potresti trovare nel pozzo”.

Per secoli e secoli.

Fino a quando, in un assolato pomeriggio di luglio, duemila anni dopo, cadde una biglia blu nel crepaccio asciutto.

Marco scavò con le mani, aprendo a poco a poco un varco fra la creta giallastra, secca. Raggiunse un coperchio scuro: sembrava di bronzo, aveva delle borchie arrugginite.

Sotto al coperchio si intravedevano alcune pietre cotte semicircolari. Formavano il cerchio di un pozzo. Una cavità profonda, ombrosa, ma asciutta.

Il corso antico del fiume Piave si era spostato più a sud, e le acque sotterranee non scorrevano più da secoli, fra i ghiaioni profondi sotto i campi di Fossalta Maggiore.

La memoria dell’esistenza di un pozzo lungo l’antica via, era perduta.

Marco scorse qualcosa, nella penombra, giù in fondo. Corse a casa, prese una lunga fune, l’agganciò ad un palo di sostegno del vigneto, si calò nel pozzo.

L’enorme fagotto era avvolto in una tela scura che si sbriciolò in una nuvola polverosa. Si sprigionarono, colpiti da pochi raggi di luce, barbagli d’oro, lampi azzurri e rossi di pietre preziose.

Marco pensò d’istinto: << Ho trovato il pozzo d’oro! Era qui, era sempre stato qui, sotto ai miei piedi, nella mia terra. Ed ora è mio>>.

Sul fondo asciutto del pozzo lungo l’antica, appena coperti da una patina di sabbia, stavano tesori enormi. Marco era consapevole, sia del valore dell’oro, sia dell’importanza storica della scoperta.

Una scoperta che poneva fine alla leggenda del pozzo d’oro.

Che fare?

Recuperò la superficie risalendo grazie alla fune che aveva calato.

Si sedette fra l’erba secca, sul bordo della strada sassosa.

Meditò.

Inspiegabilmente l’emozione della scoperta si trasformò in preoccupazione.

Che fare, di quell’enorme tesoro?

Marco tornò a casa pensieroso. Passarono le settimane, poi i mesi: non riuscì mai a prendere una decisione.

Quasi ogni mattina, da solo, raggiunge il pozzo ben celato fra le erbe.

Nulla lascia trapelare il mistero.

Marco continua a cullare il suo segreto nel cuore.

Gli basta così.

Col tempo, vicino al pozzo è cresciuta anche una quercia. Ora le sue radici sotterranee stanno intrecciando un sigillo tenace sul coperchio di bronzo.

Marco lo sa.

Il posto del pozzo d’oro nascosto lungo l’antica via, non sarà svelato.