di Gasperin Antonio - Trichiana

 

Gli adulti sono proprio insopportabili quando si mettono a parlare delle loro cose e sembra che il mondo intorno scompaia, tutto assorbito dai loro discorsi. Per fortuna in questi casi è possibile ottenere il permesso di fare anche ciò che, a mente lucida, il genitore riterrebbe inopportuno, pericoloso o semplicemente di nessuna provata utilità.

Fuori dalla casera, posata lungo il tortuoso sentiero delle “Caldèle”, l’antica via che valicava il passo San Boldo quando ancora le cinque gallerie non erano state scavate, la neve ancora cadeva a larghe falde, ricoprendo il mondo circostante di una soffice coltre non inferiore ai quaranta centimetri di spessore, abbastanza insomma per sprofondare fin quasi alle ginocchia e colmare all’inverosimile l’intreccio dei rami, il concavo delle grondaie, i fili della corrente e del telefono. Nella notte invernale soltanto i lampioni lungo il ciglio stradale permettevano di scorgere la danza leggera dei candidi fiocchi, mentre sul terreno il riflesso argenteo della neve vinceva persino l’oscura cecità di una notte senza luna.

Giorgio non aveva nessuna reale necessità di sottrarsi all’abbraccio di genitori, parenti e della stufa tirolese che emanava ampie ondate di soporifero calore, per uscire al freddo, al buio, nella totale solitudine; anzi, si sentì proprio sciocco nel momento in cui si ascoltò chiedere il permesso di andare all’esterno per stare un po’ sulla neve, e quale non fu la sorpresa nello scorgere il rapido cenno di assenso della mamma, tanto concentrata sulle facce degli altri giocatori attorno al tavolo (uno dei quali doveva per forza possedere l’asso di briscola) da risultare disconnessa rispetto al mondo circostante.

Prima che la mano di briscola terminasse, Giorgio si era già infilato cappotto berretto di lana e guanti, anche se ciò non bastò a proteggerlo dalla sferzata di aria gelida e frizzante che lo accolse mentre sgattaiolava frettoloso dalla porta socchiusa. La reazione termica, oltre ad appannargli gli occhiali con conseguente incontro ravvicinato con l’unico palo del giardino, gli avvampava la pelle del viso, ed era grato alla notte ed alla solitudine in quanto nessuno poteva notare il colore paonazzo che suo malgrado assumeva in queste circostanze.

Allontanatosi una cinquantina di metri dall’abitazione in direzione del bosco cominciò ad apprezzare il silenzio che assorbiva persino il suo arrancare attraverso quel nulla farinoso e irreale: gli ci vollero alcuni minuti prima che il brusio trapanante in cui era stato immerso per oltre due ore e mezza fuoriuscisse lentamente dalle orecchie e dai pensieri, e quando con uno scrollone del capo si liberò di un’ultima risatina isterica rimasta appiccicata a qualche rientranza del timpano, cominciò a sentire il suono del proprio respiro ed il recondito battito del cuore. Soltanto qualche mucchio di neve che per eccessivo accumulo cadeva dai rami pareva appena scalfire il dominio del silenzio, ma un attimo dopo già Giorgio si chiedeva se veramente avesse udito un piccolo tonfo o se si era trattato di un residuo mnemonico, una scoria di quell’altro mondo da cui ora si sentiva lontanissimo, soprattutto col cuore.

Si era ulteriormente allontanato, sentiva la fatica di tale andatura quasi a balzi, eppure non voleva voltarsi indietro, tanto sapeva che avrebbe avuto tempo per farlo e che le luci delle finestre e dei lampioni non avrebbero cessato di indicargli il ritorno. Per ora desiderava soltanto quell’incerta danza di fiocchi bianchi attorno a lui, quella morbidezza ed anche il sentore di freddo che iniziavano a trasmettergli le scarpe ed i guanti, articoli di buona qualità ma non certo creati per gli sport invernali o per lanciare palle di neve.

Gli piaceva quello spessore che livellava tutte le cose, semplificava il paesaggio, o almeno quel poco di visibile che restava, e quel senso di purezza trasmessa dal manto candido non ancora calpestato.

A Giorgio piaceva la montagna ma amava molto anche il mare, con il suo russare continuo, e quando sfogliava riviste di viaggi si sentiva attratto dalle immagini dei deserti, con le dune simili a gigantesche onde. La neve aveva reso il paesaggio per certi versi simile al mare e al deserto, forse per questo aveva sentito un forte richiamo e vi si era inoltrato senza apparente motivo, oppure… Non ci aveva fatto quasi caso al momento, la nonna era solita raccontare della sua prima età ed ormai tutta la famiglia sembrava tollerare con sufficienza quelle storie ripetute più e più volte, ma adesso quel cammino che si inarcava innanzi a lui, appena visibile tra i rami curvati dalla neve, pareva ripopolarsi di vocianti figure, ragazzi e ragazze con abiti assai grezzi ed un carretto cigolante trainato da essi con allegra fatica. Scavalcando i ricordi di una generazione (la mamma non aveva certo vissuto un’infanzia di stenti e lavoro) con una consapevolezza mai prima provata Giorgio poteva d’improvviso “vedere” quelle che per i nonni dovevano essere state le uniche “gite” dell’infanzia, preparazione ad altri viaggi non meno impegnativi che li avrebbero condotti lungo le dolenti strade dell’emigrazione.

Il succedersi delle stagioni dettava gli avvenimenti di quegli antichi ragazzi, e puntuale giungeva l’ordine di recarsi dall’altra parte del passo, tra le colline trevigiane, per raccogliere castagne, acquistare carbone o riportare gli stampi per il burro che un vicino aveva inviato tempo prima per una modifica. Maschi e femmine, mal vestiti e peggio calzati, tuttavia allegri e pronti ad ogni sorta di dispetto, prendevano la salita di buon’ora, scavalcavano con caparbia lentezza il crinale e calavano verso Tovena nel pomeriggio, attesi dalle famiglie del luogo che, senza tanti complimenti o convenevoli permettevano loro di consumare il cibo portato da casa e trascorrere la notte sulla foglia di un fienile. Su questo canovaccio sempre identico la nonna ricamava delle trame attinte dai ricordi, minuscoli episodi fatti di piccole ingiustizie, temporali improvvisi, incontri inattesi con animali o personaggi, non si sa se reali o immaginati, molto probabilmente veri ma ingigantiti dal ricordo.

I fiocchi si erano fatti radi, già le nubi iniziavano ad aprirsi lasciando scorgere in lontananza il dolce profilo delle colline, alle spalle del bosco. Anche le voci e le immagini del passato erano ritornate nel fuggevole mondo dei rimpianti, grate per essere state per un attimo richiamate alla vita. Giorgio sapeva che avrebbe dovuto girarsi e fare ritorno alla baita, prima di sentire echeggiare di lontano il suo nome: gli sarebbe sembrato un insulto, uno sfregio in quel sacrario di pace, un mescolare due mondi tra loro inconciliabili. Doveva tornare, ma sentiva che qualcosa stava per accadere, che il libro del mondo che stava leggendo riservava un’ultima pagina.

Ed ecco, tutta la neve attorno a lui accendersi quasi di colpo, da opaca farsi splendente sotto la volta del cielo, il quale al contrario perdeva la purezza del nero profondo e l’intensità delle stelle: da dietro la più alta collina, all’orizzonte, una luna immensa e piena si levò con un gesto lento ma solenne, inondando della sua luce quel mondo silente, emozionato e palpitante di vita nascosta.

Adesso Giorgio poteva tornare.