di D’Alberto Enrico - Belluno

 

“Tiberio Claudio Cesare Augusto Germanico, figlio di Druso, pontefice massimo, insignito della tribunicia potestas, la Via Claudia Augusta, che il padre Druso, aperte le Alpi con la guerra aveva tracciato, munì da Altino fino al fiume Danubio per miglia CCCL”.

Ormai il cippo a bordo strada con quell’incisione Claudio Tiberio non lo guardava nemmeno più. Ormai erano trascorsi molti anni da quando aveva accompagnato per la prima volta suo padre Publio Emilio, commerciante di vino di Altino, lungo quella strada che univa la costa adriatica alle province romane della Rezia e della Vindelicia. Fu il padre a fargli notare per la prima volta quel cippo:

“Vedi figliolo, quella pietra porta incise a chiare lettere la grandezza del nostro Imperatore... Grandezza un corno! Lui non ha mai fatto un bel niente! Lui se ne sta al calduccio nel suo palazzo imperiale a Roma a trastullarsi con le vestali! É solo capace di comandare quello lì e di prendersi il merito del lavoro altrui! Guarda questa strada: pensi che a spianare ed a lastricare ognuna di queste 350 miglia sia stato il nostro Imperatore? Sono stati dei poveri disgraziati che per assecondarlo si sono spezzati il filo della schiena! E pensare che tua madre ha voluto darti il suo nome! Vieni figliolo: voglio farti vedere una cosa. Che almeno quella stupida pietra serva a qualcosa!”

Dopo aver accostato il carro, Publio Emilio saltò a terra e trascinò di peso il figlio verso la stele, indicandogli le prime parole dell’epigramma:

“Vedi? Questo qui è il tuo nome. TIBERIUS CLAUDIUS” disse scandendo lettera per lettera. “Un giorno ti servirà saperlo scrivere.”

Quel cippo era una pietra miliare nel senso stretto del termine per tutti coloro che transitavano lungo la via chiamata Claudia Augusta Altinate. Per Claudio Tiberio quel cippo era una pietra miliare anche in senso lato: su quella pietra imparò il proprio nome, grazie a quella pietra capì cos’è il dissenso politico, davanti a quella pietra vide per l’ultima volta suo padre. Publio Emilio era infatti solito fermarsi ad adibire la stele a suo personalissimo vespasiano. Un giorno il padre compì per l’ennesima volta il suo sprezzante rituale di dissenso. Claudio Tiberio, ormai adolescente, attendeva rassegnato quando udì della grida provenire nella loro direzione. Erano due centurioni visibilmente agitati!

“Figlio d’un Vandalo! Urinare sul nome dell’autorità imperiale! Quale inaudito sacrilegio! In pasto ai leoni al Colosseo finirai. Anzi a combattere in Britannia in nome di quel Cesare che tu così ignobilmente disprezzi” disse quello più piccolo.

I due centurioni presero sottobraccio un Publio Emilio stranamente silenzioso e lo condussero via. Nessuno lo vide mai più. Il consiglio di famiglia, convocato in tutta fretta tra parenti stretti e lontani, fu inclemente:

“Chi è causa del proprio male pianga se stesso… Publio Emilio se l’è cercata!” sentenziò qualcuno.

Era comunque necessario che l’attività commerciale di famiglia non si interrompesse.

“La vita deve continuare: abbiamo troppe bocche da sfamare per fermarci a piangere” disse Bruto Cassio, il fratello nullafacente di Publio Emilio, dispensando un occhiolino malizioso alla cognata. “Qualcuno deve farsi carico del commercio del vino. Io da qui mi sacrificherò per dirigere il tutto!” continuò solennemente.

Seguirono lunghi istanti di silenzio, durante i quali gli sguardi degli Unni (la famiglia aveva discendenze barbare) indagarono gli sguardi degli altri.

“Tibby, amore mio!” disse la madre rivolgendosi a Claudio Tiberio. “Tu ormai sei un uomo. Conosci la via che attraversa il vallo alpino ed i clienti conoscono te. Per il bene della famiglia, spetta a te proseguire lungo la strada tracciata dal tuo amato padre!”

Detto questo, contraccambiò l’inopportuno occhiolino del cognato con un’altrettanto inopportuno sorriso.

Da quel dì la vita di Claudio Tiberio scorse lungo il selciato della via Claudia Augusta Altinate. Stagione dopo stagione, anno dopo anno, lustro dopo lustro, Claudio Tiberio rifornì dell’ambito vino i mercati della Rezia e della Vindelicia. I suoi commerci andarono a gonfie vele: merito dei suoi modi affabili, della sua onestà ampiamente riconosciuta e, altra cosa non ereditata dal padre, del fatto che era rigorosamente astemio.

Per Claudio Tiberio gli anni scorsero tranquilli e fluidi, come tranquillo e fluido scorse il vino nei calici dei suoi clienti. Ormai era diventato vecchio, ma non per questo rinunciava a quei lunghi viaggi. Tuttavia durante i tragitti aveva bisogno sempre più spesso di pause per riposare le sue stanche membra. Quel giorno, giunto in prossimità del cippo, decise di concedersi una pennichella. Si sedette a terra e contro quella pietra appoggiò la schiena duramente provata dagli scossoni del carro e dagli anni. Da lì a poco si addormentò. Va detto che proprio quella stessa mattina dovette assaggiare del vino per la prima volta in vita sua: il sospetto di una partita di vino annacquato lo costrinse infatti a valutare con ampie sorsate il contenuto di tutte le anfore acquistate. Conciliato dal dio Bacco, il suo riposo fu profondo e prolungato. Fu interrotto improvvisamente da un lampo, bianco, intenso, folgorante. Si destò di soprassalto. Nell’incoscienza del risveglio gli sembrò quasi che gli istanti trascorsi tra le braccia di Morfeo fossero diventati giorni, i minuti stagioni, le ore secoli. A pochi metri da sé vide un uomo chinato su di lui con uno strano oggetto sorretto davanti al volto. Quella strana cosa lampeggiò di nuovo, implacabile.

“Lei scusale io, signole, lei scusale io! Io no volele svegliale!” disse l’uomo con una curiosa parlata, allontanando dagli occhi quella strana scatoletta dall’incomprensibile scritta: Nikon…

“Io volele fale solo foto. Sua posa molto bella. Semblale una cosa sola lei e pietla! Semblale antica statua lomana! Io piacere fotoglafale monumenti. Io fotoglafale tutti monumenti io vedele!”

Claudio Tiberio scattò in piedi sgranando gli occhi. Si guardò intorno disorientato. Tutto era cambiato: la strada, i boschi, l’orizzonte! Cercò con lo sguardo il carro ed i suoi due ronzini, ma vide solo una strana auriga in metallo a quattro ruote. Sul retro un’iscrizione: “Citroen 2 Cavalli”!

“Che scherzo è mai questo? Ma chi può aver ordito una simile facezia? Per una volta che bevo qualche bicchierino guarda un po’ che mi deve succedere!” rifletté tra sé e sé.

Si concentrò poi sull’uomo che aveva davanti. Dedusse che era sicuramente un barbaro: aveva lineamenti inconsueti per essere della gens romana, per non parlare di quegli occhi a mandorla mai visti prima d’allora. Indossava abiti bizzarri curiosamente colorati. La sua mente divenne un turbinio di domande, ma tutto gli fu chiaro quando lesse la scritta che lo straniero esponeva sulla sua strana tunica.

“Nike?!? Se lo straniero è qui e si fregia del nome della Dea della Vittoria, allora significa che i barbari hanno conquistato l’Impero!” concluse con il cuore in subbuglio.

Trovò un filo di voce giusto per proferire una timorosa domanda.

“Roma… Roma che fine ha fatto?”

“Scolsa domenica tlavolta a Olimpico. Moulinho no peldonale. Con Julio Cesal tla pali non essele stata ploplio stolia… Da tempi di Adliano io no vedele un attacco così! L’Intelnazionale essele tloppo folte!”

A Claudio Tiberio cedettero le gambe.

“L’Olimpo profanato! Giulio Cesare impalato o crocifisso! L’imperatore Adriano deriso! E poi questo sconosciuto generale Morigno! Sarà sicuramente il comandante dei Mori. Probabilmente avrà stretto un’alleanza “internazionale” con Cartagine! Per tutti i fulmini di Giove! Roma è stata sconfitta! É la fine!”

Vedendo l’anziano sconvolto, lo straniero estrasse da una sacca un insolito bicchiere di latta colorata, lo aprì nella parte superiore e lo porse a Claudio Tiberio.

Lui lo trangugiò avidamente e disse:

“Ascoltami, straniero: io rispetto i vincitori e sono troppo vecchio per non oppormi, ma almeno accordami l’onore di sapere chi siete. Io ho conosciuto i Mori, ma tu non assomigli a loro. Dimmi: tu e il tuo popolo da dove venite?”

“Io venile da Giappone” disse l’uomo non riuscendo bene a capire il senso delle parole del vecchio.

“Dev’essere una terra assai lontana… A quale impero appartiene? Dove si trova?” chiese il vecchio.

“Voi chiamale mio paese Impelo del Sol Levante. Ola io spiegale lei“ disse lo straniero raccogliendo da terra il recipiente metallico appena svuotato e usandolo come fosse un mappamondo cilindrico.

“Se questa lattina essele Tella, ola noi essere qui” disse indicando un punto a caso su quello strano bicchiere. Poi, ruotandolo, appoggiò l’indice su un altro punto, quasi opposto al precedente. “Invece io venile da qui. Asia… Lei capile, signole? Asia!”

Claudio Tiberio concentrò lo sguardo sulla posizione esatta segnata dal dito dallo straniero e lesse la scritta lì riportata: Fanta… Improvvisamente tutto gli fu chiaro!

“Ah, sì, sì... Ora ho capito dove vuoi arrivare. Tu vieni da Fanta che sta in Asia, giusto? Ho capito. Tu sei di Fanta, Asia, vieni dalla Fant-Asia. Che simpatica trovata! Sì, proprio una simpatica trovata! Vecchio e un pochino brillo lo sono, ma stupido no: la testa mi funziona ancora bene. Se tu vieni dalla Fantasia, allora io, vecchio come sono, vengo dalle oscure lande di una terra chiamata Storia, catapultato in questa sceneggiata da una sbronza epica rimediata per motivi professionali. Bello scherzo! Ora però basta. Ricordati di rispettare le persone più anziane anche se sono un poco alticce. Ora torno a dormire. Tu intanto sistema tutto com’era prima. Ave, o giovine burlone!”

E così dicendo si distese nuovamente all’ombra del cippo e, con un riposo ristoratore, cercò di smaltire quell’incontro e quella sbronza.