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Battesimo. Padrini inadatti? «Meglio rinunciare». Due diocesi puntano sulle comunità

Novità sulla questione su cui è intervenuto sull'Azione don Paolo Cester parroco di Santa Lucia di Piave.

Battesimo. Padrini inadatti? «Meglio rinunciare». Due diocesi puntano sulle comunità

Ieri il quotidiano Avvenire ha pubblicato un servizio sulla decisione di due vescovi di sospendere temporaneamente la figura dei padrini. Si tratta quindi di un nuovo contributo al dibattito aperto nella nostra diocesi da una lettera di don Paolo Cester al settimanale diocesano (Qui l'intervento integrale di don Cester).

Il vescovo di Melfi Todisco ha deciso di abolire questa figura per tre anni, quello di Rossano punta ad un ripensamento globale

Padrini e madrine troppo lontani dalla fede. Persone che non hanno piena consapevolezza del ruolo da svolgere dal punto di vista della coerenza cristiana. Testimonianze di vita in cui spesso non è agevole scorgere le tracce dei principi evangelici. Che fare allora per non rassegnarsi ad accettare come padrini e come madrine di Battesimo e Cresima persone che difficilmente potranno svolgere un ruolo efficace e credibile di accompagnamento e di esempio? Il vescovo di Melfi-Rapolla-Venosa, Gianfranco Todisco, ha risolto il problema alla radice. Con un decreto, firmato già ad ottobre ma diffuso nei giorni scorsi, ha abolito per tre anni le figure di padrini e madrine per Battesimo e Cresima. Una scelta radicale, e per certi versi dolorosa, che prende atto della «diminuita partecipazione dei nostri fedeli alla vita ecclesiale e sacramentale». E, di conseguenza, «della diminuita responsabilità... di trasmettere la fede con la testimonianza della vita». Diffusa secolarizzazione, intiepidimento dei valori ispirati al Vangelo, richiedono – scrive il vescovo nel documento – «un urgente rinnovamento della pastorale che coinvolga innanzi tutto i genitori, “primi educatori nella fede” dei loro figli, e delle comunità cristiane che, attraverso la catechesi permanente, accompagna il cristiano ad approfondire e vivere la propria adesione a Cristo nella Chiesa». 
Il decreto – che è ad experimentumper tre anni – non è quindi un atto di resa ma una scelta educativa forte, che ha l’obiettivo di azzerare una situazione sempre meno facilmente sostenibile, per ripartire poi con rinnovate energie pastorali. «Da tempo – spiega monsignor Todisco – abbiamo avviato una riflessione per capire come venire a capo di una realtà sempre più difficile. Oggi non è facile per due genitori individuare nella propria cerchia di amici e di parenti persone adeguate per svolgere un ruolo che dovrebbe essere di esempio e di testimonianza nella fede». Capita talvolta – riferisce sempre il presule – di assistere a celebrazioni in cui il padrino, terminata l’unzione, esce dalla chiesa perché palesemente disinteressato a quello che sta succedendo, forse perché ne ignora il significato, forse perché nessuno è riuscito a coinvolgerlo in un cammino di preparazione da cui chi svolge funzioni di testimone nella fede non dovrebbe risultare estraneo. «Questa invece è il quadro sociale in cui siamo chiamati a muoverci. Se l’unico criterio con cui vengono scelti i padrini – osserva ancora il vescovo di Melfi-Rapolla-Venosa – è quello delle relazioni di parentela o di amicizia, il rischio di imbattersi in situazioni spiacevoli è sempre più frequente ». Com’è noto, il codice di diritto canonico non impone la figura del padrino, ma lo prevede «per quanto è possibile» (can. 872 Codice di diritto canonico). D’altra parte specifica che le persone scelte devono condurre «una vita conforme alla fede e all’incarico che si assume» (can. 874). Se questo non è possibile il problema va risolto in altro modo. 
Il vescovo Todisco ha ben presente quanto raccomanda il Papa in Amoris laetitia a proposito della possibilità di superare i cosiddetti divieti liturgico-pastorali per i divorziati risposati. Tra le pratiche vietate o sconsigliate anche il ruolo del padrino in occasione dei sacramenti dell’iniziazione. «La situazione familiare complessa o irregolare di tante persone che ci vengono proposte per assolvere la funzione di padrini o di madrine – osserva ancora il presule – va ad aggiungersi ai problemi che abbiamo già evidenziato. D’altra parte il Papa ci dice che dobbiamo accogliere tutti con misericordia, ma che poi le persone devono essere accompagnate e che va sempre e comunque esercitato il discernimento. Da qui la nostra decisione che esprime una volontà precisa. Quella di responsabilizzare i genitori e intensificare la preparazione di base per i giovani adulti nella speranza, fra tre anni, di ricominciare con uno sguardo rinnovato». Nel frattempo, la funzione di paternità e di maternità nella fede, in occasione di Battesimi e Cresime, sarà assunta dall’intera comunità. Saranno gli stessi catechisti, che hanno già accompagnato i cresimandi lungo il percorso di preparazione, ad assumere concretamente l’incarico, presentando «il candidato e garantendone la formazione e il sostegno». La scelta di abolire o di rivedere il ruolo di padrini e madrine è un problema già affrontato da varie comunità, da Nord a Sud. Una decisione simile a quella di Melfi-Rapolla-Venosa sta per essere varata dall’arcivescovo di Rossano-Cariati, Giuseppe Satriano. «La lettera sarà diffusa nei prossimi giorni e non prevede la cancellazione dei padrini ma una rimodulazione della funzione e soprattutto – osserva monsignor Satriano – dei criteri di scelta. D’accordo con la famiglia e con il ragazzo, vedremo di privilegiare chi, come educatori e catechisti, ha già avuto un ruolo significativo nel cammino di preparazione. La scelta, in occasione della Cresima, potrebbe cadere anche sullo stesso padrino del Battesimo, sempre che accetti di mettersi in gioco in un percorso catechistico significativo». 
Anche per Rossano-Cariati il provvedimento avrà valore triennale e prevede, al termine, una verifica dei risultati. «Tra gli obiettivi – riflette ancora l’arcivescovo calabrese – c’è anche quello di rimotivare nella coscienza degli adulti l’importanza dell’accompagnamento alla fede. È un tentativo in chiave educativa che dobbiamo al futuro dei ragazzi per ridare vigore a un messaggio che in questi ultimi anni rischia di risultare annacquato».

Luciano Moia

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