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GESUALDI: "Un nuovo stile di vita? Possibile e salutare!"

Intervista a Francesco Gesualdi, che fu un allievo della "scuola di Barbiana", su economia e stili di vita ai tempi del Covid-19

GESUALDI: "Un nuovo stile di vita? Possibile e salutare!"

Da anni gli studiosi ci avevano indicato che il Pianeta stava scoppiando e sembrava che niente potesse fermarci. I numeri annuali sulla sostenibilità negli ultimi anni risuonavano come un stridulo campanello di allarme. Papa Francesco già cinque anni fa nell’enciclica Laudato sì ha posto il tema dell’ecologia integrale come nuovo paradigma di giustizia e per una maggiore responsabilità dell’uomo sui cambiamenti in atto.

Guardando ai primi vent’anni di questo nuovo secolo, non è la prima volta che facciamo i conti con la sensazione di aver smarrito dei punti di riferimento e con lo sgomento che ne deriva. Il Covid-19 ci ha fatto nuovamente sperimentare come il nostro “piccolo mondo” che credevamo solido si è rivelato invece friabile e liquido. E in poche settimane abbiamo potuto capire che la scelta della quarantena in casa milioni di persone non potevano permetterselo così come lavarsi regolarmente le mani o accedere alle cure in un ospedale.

È l’incertezza la cifra di questo tempo di sospensione che il nostro Paese, come tanti altri nel mondo, sta attraversando e che ci accomuna alle varie latitudini del Pianeta. Abbiamo di fronte un avversario sfuggente, un virus appena identificato, di cui conosciamo poco o nulla e sul quale tutti ci attendiamo dei vaccini o dei medicinali per contrastarlo.

Nei paesi più ricchi siamo dovuti andare tutti in quarantena forzata per iniziare (forse) a cambiare il nostro stile di vita. Tra la vita e la ricchezza durante la quarantena abbiamo scelto la prima, ma ora che tutto sembra finito ci poniamo la domanda: che fare?

Siamo ritornati in questo mese di giugno ad una condizione di normale operatività ma alcuni interrogativi permangono e risuonano tra le persone: come l’Italia riuscirà a superare questa emergenza? In che condizioni lascerà il Paese, il sistema economico, scolastico, sanitario e delle relazioni di comunità? E’ percorribile all’interno della società civile e delle nostre comunità una nuova stagione di riflessione e di attenzione per degli “stili di vita 2.0”?

Per aiutarci a capire abbiamo posto alcune domande a Francesco "Francuccio" Gesualdi, uno dei “ragazzi” di Barbiana, studioso e scrittore, fondatore del Centro Nuovo Modello di Sviluppo di Vecchiano (Pisa).

Nonostante tanti discorsi sulla complessità e il cambiamento, finora abbiamo fatto fatica ad abbandonare l’idea che sia possibile elaborare un “modello” completo e funzionante, e quindi che la costruzione delle alternative al sistema vigente esiga una progettazione compiuta e coerente della traiettoria del cambiamento. Gesualdi la pandemia ha, secondo Lei, scardinato alcune resistenze?

Sradicare è una parola grossa: per rompere abiti mentali radicati servono esperienze più profonde di quelle che abbiamo vissuto durante la pandemia. Di sicuro però hanno contributo a farci capire che un diverso stile di vita non solo è possibile, ma addirittura salutare per la qualità della nostra vita. Ad esempio abbiamo imparato che si vive bene anche senza gli spostamenti domenicali che spesso si trasformano in giornate di stress passate in coda ai caselli autostradali. Abbiamo imparato che è bello riunirsi tutti insieme attorno al tavolo per preparare un dolce, svolgere un gioco da tavolo, leggere insieme un bel racconto. Insomma abbiamo imparato a rivalutare il valore della famiglia e a riassaporare il gusto di relazioni più intense. Che non fa bene solo al nostro spirito e alla nostra dimensione affettiva, ma anche all’ambiente, perché il consumismo non è solo figlio della pressione pubblicitaria che subiamo quotidianamente, ma anche di un’inversione della gerarchia dei valori che ci ha portato a dare importanze solo al possesso di cose. Se riscopriamo l’importanza delle relazioni, dello studio, della spiritualità, automaticamente le cose prendono meno spazio e il nostro consumo si ridimensiona con grande sollievo per l’ambiente.

 

La pandemia ha in qualche modo sdoganato alcune visioni del mondo considerate estremiste, come quanti da Alexander Langer a Wolfgang Sachs avevano evidenziato i rischi e i limiti della globalizzazione.

Come vede questo dibattito che sta riguardando non solo la politica, ma anche l’economia e la cultura?

Oggi sia nel mondo sindacale che quello politico si sente parlare della necessità di un nuovo modello di sviluppo. Ma la sensazione è che il significato che in tali ambiti si dà a questa espressione sia ben diversa da quella proposta da Langer, da Sachs, da Illich e che anch’io sostengo.

Nella visione dei politici il nuovo modello di sviluppo è un semplice cambio di tecnologia, più orientato alle energie rinnovabili e alla produzione circolare, per perseguire l’obiettivo di sempre, ossia la crescita del Pil.

Nella nostra visione, invece, il nuovo modello di sviluppo è la riorganizzazione dell’economia, delle città, del tempo, del lavoro, per garantire a tutti non solo la soddisfazione dei bisogni fondamentali nel rispetto dei limiti del pianeta, ma anche di tutte le altre dimensioni: quella affettiva, quella sociale, quella spirituale, quella ambientale.

In fondo la differenza continua ad essere la stessa di sempre: di là l’attenzione è rivolta alla produzione, di qua alle persone. Di là l’obiettivo è la crescita, di qua è l’armonia intesa come equilibrio con se stessi, con la comunità, con il creato.

 

Pur nella sua drammaticità, la capacità che abbiamo avuto di reagire di fronte al coronavirus è di buon auspicio: significa che siamo ancora capaci di scegliere o è stata solo una parentesi?

Il coronavirus ci ha dimostrato che siamo ancora capaci di scegliere. Messi di fronte alla scelta: la vita o la ricchezza, non abbiamo avuto dubbi. Abbiamo scelto la vita, accettando di compromettere l’attività produttiva. Il problema è che di fronte ad altre emergenze non abbiamo la stessa determinazione. Un esempio è quello dei cambiamenti climatici: benché sappiamo molto bene che per ridurre le emissioni di anidride carbonica dobbiamo viaggiare meno, alimentarci in maniera diversa, in generale utilizzare meno energia, di fatto continuiamo con le stesse abitudini di sempre, evidentemente perché la nostra motivazione non è abbastanza forte. Per cui la domanda giusta da porci non è se siamo capaci di scegliere, ma se siamo abbastanza convinti della necessità di scegliere. Ma se il problema è la motivazione su questo possiamo lavorarci.

 

La scuola, più per buona volontà degli insegnanti e delle famiglie che delle sue strutture, si è attivata con modalità di didattica a distanza per “non lasciare indietro nessuno”, usando le parole di don Lorenzo Milani. Dalla sua esperienza di allievo della scuola di Barbiana come vede la scuola italiana oggi?

Con la chiusura dovuta al coronavirus si è reso ancora più evidente un male da cui la scuola è cronicamente afflitta, ossia l’incapacità di occuparsi degli ultimi. Una scuola organizzata sui programmi da svolgere ad ogni costo e sulla frenesia di esprimere giudizi sui ragazzi, inevitabilmente lascia indietro i ragazzi che arrancano per le ragioni più varie, anche se spesso le ragioni sono economiche e sociali: i figli dei laureati difficilmente vanno male, mentre sono i figli degli immigrati e degli strati più poveri a non farcela. Con la chiusura della scuola il fossato si è allargato ancora di più perché l’istruzione è dipesa unicamente dalla capacità dei genitori di seguire i propri figli o di farli seguire da altri a pagamento. Del resto, per esperienza diretta posso dire che a livello di scuola dell’obbligo l’insegnamento a distanza non ha funzionato. Non solo perché la scuola si è trovata impreparata, ma anche perché non tutti i bambini sanno interagire con le modalità informatiche e soprattutto non tutte le famiglie dispongono degli strumenti e della connessione necessaria per questa modalità di apprendimento.

 

Potremmo dire che la scuola oggi non fa sufficiente educazione per la vita, invece bisognerebbe dedicarsi all’apprendimento significativo, cioè insegnare le cose che davvero contano per gli allievi, che si integrano nel loro progetto di vita.

Uno dei problemi della scuola è la sua incapacità di inserirsi nella storia. E questo dimostra che non è organizzata per i ragazzi, ma per gli insegnanti. I ragazzi per studiare volentieri debbono sentirsi motivati, debbono utilizzare modalità creative e stimolanti, debbono sentirsi protagonisti del proprio apprendimento. Il che esige una scuola disposta a mutare costantemente in base ai contesti storici, alla platea degli studenti, ai segni dei tempi. Ma una scuola dinamica, aperta, disposta ad adattarsi costantemente alle nuove esigenze che la realtà impone, richiede un grande impegno da parte degli insegnanti che non solo devono ripensarsi quotidianamente, ma debbono anche mettere allo scoperto le proprie deficienze, lacune, incertezze. E’ molto più comodo insegnare la storia medioevale che leggere il giornale. La storia medioevale ormai è stata sviscerata in tutte le due parti, la si può insegnare senza timore di sbagliare o di farsi cogliere impreparati dagli studenti. Ma quando si tratta di raccontare, esaminare, esprimere un’opinione sulla guerra di Siria, sul respingimento dei migranti, sui fatti razziali, sui cambiamenti climatici, sulla globalizzazione, sulle politiche dell’UE, sul debito pubblico, allora il rischio di scoprire che ne sappiamo poco e che dobbiamo prepararci di continuo, è molto alto. Questa prospettiva di impegno fa paura sia agli insegnanti che alla struttura scolastica che risolvono il problema congelando il sapere in programmi chiusi e ripetitivi che però non appassionano i ragazzi i quali studiano forzatamente solo perché hanno lo spauracchio del voto. Una scuola triste, ripiegata su stessa che alla fine produce ragazzi incapaci di partecipare e che odieranno il sapere per il resto della loro vita.

 

Oltre che nel sociale in questi anni nel nostro Paese si è disinvestito nel campo delle tutele e dei diritti umani. Le persone sono sembrate finora meno disposte a scendere in piazza sul potere delle multinazionali, sull’impoverimento a livello globale, sulle tutele mancanti per fasce di persone, sul debito del cosiddetto “Terzo Mondo”. Pensa che la pandemia che abbiamo vissuto potrebbe mettere in atto nuove forme di partecipazione attiva da parte dei giovani di oggi e anche di quelli che 30 anni fa erano in piazza contro la guerra in Iraq o in ex-Jugoslavia?

È difficile a dirsi e la risposta potrebbe anche essere negativa. In fondo la pandemia ci ha costretto al distanziamento sociale che significa ulteriore rottura dei contatti diretti che i mezzi informatici hanno già compromesso. Oggi si dialoga attraverso facebook, ma molto più spesso non si tratta di dialoghi bensì di monologhi. Facebook è diventata una forma di narcisismo, una vetrina dove ciascuno espone ciò che desidera fare sapere agli altri, ma difficilmente c’è scambio di idee, tutt’al più espressione di gradimento: mi piace o non mi piace. Su queste basi è difficile costruire aggregazione ed azione politica. La politica, intesa nel senso originario del termine, esige confronto, elaborazione di idee e proposte che poi debbono trasformarsi in azione che a seconda dei casi può significare denuncia, manifestazione, sperimentazione, aggregazione elettorale. In ogni caso sempre incontro e presenza fisica che la pandemia non ha facilitato. Quanto alla sensibilità sui grandi temi che affliggono il nostro tempo, anche qui è difficile fare previsioni. La pandemia potrebbe avere indotto un ripiegamento su stessi, una sorta di individualismo difensivo che vede gli altri non come soggetti con i quali allearsi per uscire tutti insieme dal problema, ma come potenziali nemici da cui guardarsi, fonti di contagio da cui distanziarsi. Senza apertura verso gli altri è difficile acquisire sensibilità verso i più deboli, i più sofferenti e quindi battersi per loro. Ma cerchiamo di essere ottimisti e speriamo che al contrario la pandemia sia servita a farci prendere coscienza che esistono nemici comuni contro i quali dobbiamo combattere insieme.

 

Un’ultima domanda: a oltre 50 anni dalla morte di don Lorenzo Milani (26 giugno 1967) pensa che il suo pensiero sia ancora attuale?

Don Lorenzo ci ha lasciato messaggi intramontabili: l’idea della coerenza come strumento politico per fare cambiare la società, la necessità di disobbedire alle leggi ingiuste per ottenerne di migliori, l’idea di sentirsi tutti responsabili di ciò che succede, sono alcuni dei suoi messaggi che lo rendono non solo tremendamente attuale, ma addirittura intramontabile. E sullo sfondo di tutto questo rimane il suo rapporto con la Chiesa che ha vissuto col senso critico di chi la ama, non di chi vuole abbandonarla. E naturalmente la sua esperienza scolastica e la sua idea di scuola come fucina di sovranità popolare, un concetto che non è legato al nostro periodo storico, ma che rimane valido per tutte le epoche. Per questo don Lorenzo continua ad essere punto di riferimento di ogni persona che si sente costruttore di pace, giustizia, uguaglianza.

Enrico Vendrame

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