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S. LUCIA: a palazzo Ancilotto copie in pietra di opere di fra Claudio

Utilizzata una tecnica moderna quale la scansione digitale

S. LUCIA: a palazzo Ancilotto copie in pietra di opere di fra Claudio

Quella del beato fra’ Claudio, al secolo Riccardo Granzotto, “è una storia, una vita, complessa”. Settimo figlio di Antonio Granzotto e Giovanna Scottà nasce nell’agosto 1900. “Nel vederlo con il saio scuro dell’ordine dei Frati francescani Minori non pare possa essere stato tipo tanto allegro da giocare, correre, sorridere e sognare. Da ragazzo invece giocò, corse, sorrise e sognò” ha raccontato lo storico Innocente Soligon, classe 1933, che il beato Fra’ Claudio l’ha conosciuto, nell’aprire il recente convegno dedicato proprio al beato artista santalucese e alle opere riprodotte e installate nel salone delle cerimonie al piano terra di palazzo Ancilotto. “Nelle gare di aquiloni vinceva sempre lui - ha proseguito Soligon - nel famoso gioco della lippa, il santalucese <+nw_corsivo>pindol pandol<+nw_testo_norm>, dovette frenare la sua foga da quando fece finire sull’occhio di un compagno il fuso di legno appuntito. La sua innata passione per il disegno la scoprì la sua maestra di terza elementare che era costretta a richiamarlo spesso perché Riccardo si distraeva facendo il ritratto dei compagni sul quaderno”.
Arte e spiritualità hanno trovato pieno compimento nel beato fra’ Claudio. Ma qual è il rapporto tra arte e spiritualità? Ne ha parlato e riflettuto il filosofo Stefano Zecchi, anch’egli ospite del convegno. “Qual è il gesto creativo dell’uomo che più si avvicina al gesto creativo di Dio? Fare bellezza, creare bellezza - ha detto Zecchi -. La relazione tra arte e spiritualità è scomposta, difficilissima da tenere insieme, perché il laicismo contemporaneo tende a scindere le cose. Occorre riuscire a trovare una trascendenza nell’artisticità tale che possa ritrovare il senso del religioso. L’arte può continuare a documentare la spiritualità del mondo”.

Il convegno è stato anche l’occasione per presentare al pubblico le statue collocate nella sede del convegno, palazzo Ancilotto. «Si tratta di copie delle opere in gesso conservate nella gipsoteca a lui dedicata nel santuario di Chiampo - ha spiegato l’architetto Susanna Maset, la quale ha curato il restauro del palazzo -. Abbiamo scelto le sue opere giovanili che erano studi fatti durante il percorso formativo all’Accademia delle Belle Arti di Venezia. La riproduzione delle opere era l’occasione per fare qualcosa in più e quindi ci siamo rivolti ad un artista, al maestro Luigi Voltolina, che ci ha aiutato a dare un’anima a queste copie. Volevamo andare oltre la semplice copia in gesso. Così abbiamo utilizzato una tecnica moderna quale la scansione digitale delle opere, che consente anche di mantenere la memoria con altissima precisione nel caso in cui dovessero andare distrutte. Successivamente la scansione è stata affidata ad un robot che con un braccio meccanico ha ricavato le sculture dai blocchi di pietra. Il robot però non ha ovviamente la sensibilità umana che dona espressione ed emozione alle figure scolpite, così ci siamo affidati al maestro Voltolina che ha rifinito le opere con la sua sensibilità e maestria. Quando si porta un’opera dal gesso alla pietra, probabilmente esaudiamo il desiderio più grande che aveva l’artista».

Elisa Giraud

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