Chiesa
stampa

"Viviamo già segni eloquenti di un'unità reale"

Incontrando nuovamente il patriarca Bartolomeo in occasione della festa di Sant'Andrea Apostolo, papa Francesco indica tre "voci" che cattolici e ortodossi sono chiamati ad ascoltare: i poveri, le vittime dei conflitti e i giovani.

"Viviamo già segni eloquenti di un'unità reale"

Una comunione sempre più vicina, in nome dello Spirito Santo. Un nuovo incontro tra papa Francesco e il patriarca ecumenico Bartolomeo di Costantinopoli è avvenuto stamattina in occasione della Divina Liturgia per la festa di Sant’Andrea Apostolo, nella Chiesa di San Giorgio del Patriarcato Ecumenico.

La celebrazione si è tenuta, dopo che il Santo Padre ha incontrato il Gran Rabbino di Turchia, Isak Haleva, rappresentante dei circa 25mila ebrei residenti nel paese.

Al termine della Liturgia in San Giorgio, Bartolomeo ha ringraziato il Vescovo di Roma per la sua visita, rievocando il cammino ecumenico lungo 50 anni che ha portato al riavvicinamento tra la Chiesa di Roma e la Chiesa di Costantinopoli.

Un cammino iniziato con l’incontro a Gerusalemme nel 1964 tra il beato Paolo VI e il Patriarca Atenagora, grazie al quale, “il corso della storia ha cambiato direzione, i cammini paralleli e talvolta contrastanti delle nostre Chiese si sono incontrati nel comune sogno del ritrovamento della loro unità perduta, l’amore raffreddato sì è riacceso e si è ritemprata la nostra volontà di fare tutto ciò che possiamo, affinché spunti di nuovo la nostra comunione, nella stessa fede e nel Calice comune”.

Rivolgendosi a Francesco con l’appellativo di “Santissimo Fratello”, il Patriarca ecumenico, ha ricordato che il “dovere” di praticare l’ecumenismo non si esaurisce alle esperienze del passato ma “principalmente si estende, soprattutto ai nostri giorni, al futuro”.

Il domani, ha ammesso Bartolomeo, si presenta irto di insidie con una “umanità dilaniata oggi da svariate divisioni, scontri ed inimicizie”, l’iniqua distribuzione della ricchezza, lo sfruttamento delle persone.

C’è chi ripone speranza nella “scienza”, nella “tecnologia” o nella “politica”, tuttavia nessuna di queste è “in grado di garantire il futuro, se l’uomo non accoglie il messaggio della riconciliazione, dell’amore e della giustizia, il messaggio dell’accettazione dell’altro, del diverso, persino anche del nemico”. Ciò implica che la “responsabilità dei cristiani” sia “maggiore davanti a Dio, all’uomo e alla Storia”.

L’auspicio del Patriarca di Costantinopoli è quello che “ristabilita la piena comunione” tra le chiese d’Oriente e quella di Roma, arrivi il “grande e importante giorno” della “convocazione di un grande comune Concilio Ecumenico”, nella speranza che il Grande Sinodo della Chiesa Ortodossa, da convocarsi presumibilmente entro il 2016, garantisca ulteriori passi in avanti in tal senso.

“Non abbiamo più il lusso per agire da soli - ha sottolineato Bartolomeo -. Gli odierni persecutori dei Cristiani non chiedono a quale Chiesa appartengono le loro vittime. L’unità, per la quale ci diamo molto da fare, si attua già in alcune regioni, purtroppo, attraverso il martirio”.

Ha poi preso la parola papa Francesco, ricordando che un “autentico dialogo”, anche “teologico”, è sempre “un incontro tra persone con un nome, un volto, una storia, e non soltanto un confronto di idee”.

Il Pontefice ha quindi tratto ad esempio Sant’Andrea Apostolo che, assieme al fratello Simone, poté dire: “Abbiamo trovato il Messia” (Gv 1,40,42). Non ci si può sottrarre, dunque, alla “logica dell’incontro personale”, attraverso la quale le persone “innamorate di Cristo” diffondono la “gioia di essere amate e salvate”.

La visita in Turchia, ha aggiunto Francesco, avviene, “per una felice coincidenza”, qualche giorno dopo la celebrazione del cinquantesimo anniversario della promulgazione del Decreto del Concilio Vaticano II sulla ricerca dell’unità tra tutti i cristiani, Unitatis redintegratio, che aprì “una nuova strada per l’incontro tra i cattolici e i fratelli di altre Chiese e Comunità ecclesiali”.

Il ristabilimento della piena comunione “significa né sottomissione l’uno dell’altro, né assorbimento, ma piuttosto accoglienza di tutti i doni che Dio ha dato a ciascuno per manifestare al mondo intero il grande mistero della salvezza realizzato da Cristo Signore per mezzo dello Spirito Santo”, ha proseguito il Santo Padre.

Da parte sua, la Chiesa Cattolica, ai fini della “meta sospirata della piena unità”, non intende imporre “alcuna esigenza, se non quella della professione della fede comune” e i cristiani sono “pronti a cercare insieme, alla luce dell’insegnamento della Scrittura e dell’esperienza del primo millennio, le modalità con le quali garantire la necessaria unità della Chiesa nelle attuali circostanze”.

Il Papa ha quindi indicato tre “voci” che, al giorno d’oggi, “non possiamo non sentire” e che interpellano tutte le Chiese, chiedendo loro di “vivere fino in fondo l’essere discepoli del Signore Gesù Cristo”.

La prima di queste voci è quella dei “poveri” che si manifesta nelle forme più disparate: “grave malnutrizione”, “crescente disoccupazione”, “alta percentuale di giovani senza lavoro”, “aumento dell’esclusione sociale, che può  indurre ad attività criminali e perfino al reclutamento di terroristi”.

I cristiani sono quindi “chiamati a sconfiggere insieme quella globalizzazione dell’indifferenza che oggi sembra avere la supremazia e a costruire una nuova civiltà dell’amore e della solidarietà”, combattendo “alla luce del Vangelo contro le cause strutturali della povertà”.

C’è poi la “voce che grida forte” delle “vittime dei conflitti in tante parti del mondo” e che rappresenta un ulteriore incentivo a “procedere speditamente nel cammino di riconciliazione e di comunione tra cattolici ed ortodossi”.

A tal proposito, Bergoglio ha ribadito che “turbare la pace di un popolo, commettere o consentire ogni genere di violenza, specialmente su persone deboli e indifese, è un peccato gravissimo contro Dio, perché significa non rispettare l’immagine di Dio che è nell’uomo”.

La terza voce che ci interpella è quella dei “giovani”, molti dei quali “vivono senza speranza, vinti dalla sfiducia e dalla rassegnazione”, oppure sono “influenzati dalla cultura dominante” e “cercano la gioia soltanto nel possedere beni materiali e nel soddisfare le emozioni del momento”.

Le nuove generazioni, ha sottolineato il Papa, potranno acquisire “la vera saggezza” e “mantenere viva la speranza”, solo se i cristiani sapranno “capaci di valorizzare e trasmettere l’autentico umanesimo, che sgorga dal Vangelo e dall’esperienza millenaria della Chiesa”.

Ci sono comunque esempi di cammini ecumenici come quello della comunità di Taizé, animati da giovani generazioni di giovani ortodossi, cattolici e protestanti “che oggi ci sollecitano a fare passi in avanti verso la piena comunione”.

Rivolto al patriarca Bartolomeo, Francesco ha concluso il suo discorso, constatando un cammino già in atto “verso la piena comunione” e lungo il quale “già possiamo vivere segni eloquenti di un’unità reale, anche se ancora parziale”.

"Viviamo già segni eloquenti di un'unità reale"
  • Attualmente 0 su 5 Stelle.
  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
  • 5
Votazione: 0/5 (0 somma dei voti)

Grazie per il tuo voto!

Hai già votato per questa pagina, puoi votarla solo una volta!

Il tuo voto è cambiato, grazie mille!

Log in o crea un account per votare questa pagina.

Non sei abilitato all'invio del commento.

Effettua il Login per poter inviare un commento