L'Azione Blog

“Sappiamo che ogni sforzo per migliorare la società, soprattutto una che è così segnata da ingiustizia e peccato, è uno sforzo che Dio benedice, che Dio desidera, che Dio ci chiede… Tutto quello che facciamo sulla terra, se nutrito di speranza cristiana, non fallirà mai. Lo ritroveremo in una forma più pura in quel Regno dove il nostro merito sarà l’impegno e la passione che abbiamo messo qui sulla terra”. Sono due passaggi dell’ultima omelia di sant’Oscar Romero il 24 marzo  1980. Poco dopo aver terminato l’omelia il vescovo salvadoregno viene assassinato in odio alla fede. Nel giorno anniversario della sua uccisione si celebra la Giornata per i missionari martiri. Questa sera, 22 marzo, nella chiesa di Mansuè la veglia diocesana in cui Romero verrà ricordato insieme a padre Cosma Spessotto.

"Ogni volta che alziamo lo sguardo verso il crocifisso, contempliamo il mistero profondo di tutta la realtà. In quell’uomo sfi gurato, umiliato, sconfi tto ed ucciso vediamo ogni dramma, ogni tragedia, ogni sconfi tta della storia e contemporaneamente il Signore che tutto rianima e che a tutto dà vita: sì, vediamo il dono supremo dell’esistenza, la porta aperta verso la gloria della risurrezione, la promessa della pienezza della vita senza fi ne. In quell’uomo ci viene donato di scorgere il mistero stesso dell’amore di Dio, la sua solidarietà con l’umanità. Lui è la solidarietà di Dio con l’umanità, lui che ci dice: “se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua” (Lc 9,23). Ci vuole suoi discepoli, ci vuole come lui, ci vuole solidali: siate solidali!". Dalla lettere pastorale per la "Giornata della solidarietà" del vescovo di Bolzano Ivo Muser.

«C’è nella sofferenza apostolica un mistero non spiegabile di conformazione alla passione gratuita di Gesù. “Oderunt me gratis”, dice il salmo. Mi hanno odiato senza motivo. Non avevano ragione, nessuna ragione per odiare Gesù. Anche nella mia esperienza, come in quella di tanti preti e vescovi, è capitato qualcosa di analogo a ciò che avvenne a san Paolo. All’inizio, davanti a qualcosa che non va, si pensa: avrei dovuto fare questa cosa in un’altra maniera, mi sono messo al lavoro senza sufficiente preparazione. Alla fine si vede che i propri limiti e peccati, che pure hanno il loro effetto, non bastano a spiegare tutto. Niente è meccanico, niente è scontato. Allo stesso modo, credo che se anche dal Papa all’ultimo fedele fossimo tutti santi, se la nostra testimonianza fosse limpida e la nostra missione meritevole, non è detto che tutta la gente verrebbe per questo ad affollarsi impaziente alle porte delle nostre chiese, per entrare. Forse ci odierebbero di più. Come hanno odiato Lui, senza motivo». È un pensiero del cardinale belga Godfried Danneels, scomparso nei giorni scorsi a 85 anni.

«Forse qualcuno non se n’è ancora accorto, ma i cristiani vivono nel mondo tamquam scintillae in arundineto, come scintille sparse in un campo. Viviamo nella diaspora. Ma la diaspora è la condizione normale del cristianesimo nel mondo. L’eccezione è l’altra, la società completamente cristianizzata. Il modo ordinario di essere nel mondo dei cristiani è quello descritto già nella Lettera a Diogneto, del secondo secolo. I cristiani “non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia”. Vivono “nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni terra straniera è patria loro, e ogni patria è straniera”. È così che siamo cittadini della nuova società secolarizzata». È un pensiero del cardinale belga Godfried Danneels, scomparso nei giorni scorsi a 85 anni.

Ci sono momenti della vita in cui non vediamo niente di buono e tutto gira storto e ci si può abbattere e abbandonare alla tristezza, oppure vedere più in là, confidando nel Signore e nelle persone che ci mette accanto. Le difficoltà sono un banco di prova ma tante cose si raggiungono attraverso momenti faticosi e sacrifici. Gesù risplende di luce nella trasfigurazione perché i discepoli sappiano che vale la pena guardare avanti, che c’è una luce più intensa, una vetta più alta e bella da raggiungere.

Certe notti quando mi chiudevo con i migranti in quella scuola oggi adibita a dormitorio - erano circa una cinquantina - mi pareva di essere tornato in Africa e di ascoltare le voci dalla veranda che mi piaceva ascoltare quando ero preso dalla febbre; lingue sussurrate, gutturali e sconosciute che danno pace. Ma questa a Treviso era un’Africa diversa, un’Africa babelica, di tutte le lingue che si mescolavano e si ritrovavano qui spaesate, tutte a battere su racconti terribili di privazioni che ben conoscevo. Erano tutti giovani e i giovani hanno tutti il sorriso a fior di labbra per averla scampata, per ricordarsi d’esser giovani con un futuro in Europa, avevano i muscoli sani e l’illusione di un welfare che non li abbandonerà. E intanto restavano isolati dentro un’ex scuola, organizzati ed efficientati ad un’ingombrante ma dignitosa convivenza. Del resto nessuno in città era contento che fossero arrivati fin qui, a nessuno veniva in mente di venirli a trovare, pochi trevigiani non mugugnavano a vederli passare e qualcuno sonoramente bestemmiava come da tradizione. E noi che, per legge, li abbiamo curati e nutriti non abbiamo saputo dirgli (oltre l’iter burocratico) che ne sarà di loro… Marco Fintina - volontario dell’ACCRI rientrato dal Ciad e dal Cile

“Anche nella Chiesa i giovani vengono umiliati, come Giosuè e Caleb. Non vengono capiti, non vengono ascoltati, sono scambiati per imprudenti sognatori. La verità è che noi vecchi non vogliamo morire: abituati al nostro vecchio mondo mettiamo i bastoni tra le ruote a Dio che sta suscitando il nuovo, a partire dalle richieste che ci fanno i giovani. Perché abbiamo smesso di interrogarci sulle loro assenze dalla comunità?”, la prima delle domande per un esame di coscienza: “Perché non si trovano mai nei nostri consigli pastorali? Perché non li andiamo mai a trovare nella scuola o nei loro luoghi di raduno per provocarli, chiedergli di esprimersi e farci dire quando sentono la presenza di Dio, cosa li colpisce del Vangelo di Gesù, come dovrebbe essere la Chiesa per essere a loro misura…”. Dall’intervento del card. Angelo De Donatis, vicario generale del Papa per la diocesi di Roma, nel tradizionale incontro di inizio Quaresima del Papa con il clero romano.

“Il Risorto e il regno di Dio ci vengono incontro dal futuro e già trasfigurano il presente, nella misura in cui acconsentiamo al cambiamento e non ci lasciamo sopraffare dalla paura. La mancanza di fiducia nel futuro di Dio è un’altra variabile del vitello d’oro, del contare cioè sulle nostre forze più che nella provvidenza di Dio che guida la storia”. Dall’intervento del card. Angelo De Donatis, vicario generale del Papa per la diocesi di Roma, nel tradizionale incontro di inizio Quaresima del Papa con il clero romano.

Obbedire alla sua voce e tenersi uniti a lui: questa è l’indicazione di cammino che Mosè consegna al popolo, al termine del cammino dell’esodo. E questa è la direzione di marcia anche per noi, in quaresima e nella vita: far attenzione alla voce di Dio, a quella voce che risuona nei fratelli, nel creato, nella storia del mondo; e tenersi uniti a lui, buttando via come fosse immondizia tutto ciò che sa di divisione, di discordia, di ripicca e, sotto sotto, di vendetta.

Domani inizia la Quaresima. In un messaggio congiunti i vescovi di Trento e di Bolzano scrivono: “Siamo figli e protagonisti di un grande paradosso: nell’era della connessione ventiquattr’ore su ventiquattro, delle autostrade telematiche che favoriscono i contatti, gli uomini e le donne ci dicono che la vera emergenza è la solitudine. La Quaresima, a modo suo, ci invita, invece, a provare ad abitare la solitudine, non quella amara e triste, che produce la mancanza di incontro e porta ai drammi esistenziali. Ma una solitudine buona, che è la capacità di dialogare con i propri desideri e l’intimità del proprio animo”.