L'Azione Blog

“Auguro a tutti noi, in occasione di questa festa incomparabile, nella quale la parola di Dio si è fatta uomo, di poter trovare parole aperte, oneste e sincere l’uno per l’altro, e non parole che feriscono e distruggono ponti. Auguro a tutti, nella sfera familiare e personale, ma anche nelle nostre relazioni pubbliche, sociali e politiche, di saper scegliere bene le parole. Una scelta ponderata che crea legami, nel rispetto del legittimo pluralismo della società, nel quale ci riconosciamo all’interno di una democrazia. Mi auguro una presa di distanza dalle parole aggressive che attizzano paure: nell’immediato trovano il consenso, ma non aiutano a porre ciò che unisce al di sopra di ciò che divide. Auguro a tutti noi di usare parole che non fomentino l’invidia, che non mettano i gruppi sociali in contrapposizione tra loro, ma che invece possano dissipare e cancellare le paure. Sin dalla nostra scelta lessicale deve essere chiaro che siamo impegnati per una società in cui si possano vivere le diversità senza alcun timore” (dal messaggio del Natale 2018 del vescovo di Bolzano Ivo Muser).

“I nuovi media ci forniscono strumenti con cui le persone attraverso le parole – spesso persino vili e anonime – attaccano altre persone, le mettono alla gogna, le denigrano e le emarginano sul piano sociale. “Shitstorm“, così si definisce oggi una forma di esecuzione pubblica. E un’altra espressione famigerata è “fake news“ o “verità alternative“. Vengono consapevolmente messe in circolo parole o affermazioni false. Persino soggetti della vita pubblica, sociale e politica contribuiscono a questo pericoloso sviluppo, che produce insicurezza, diffidenza, sospetti. Questa realtà avvelena le relazioni sociali, politiche e personali! Più volte nel corso di questo 2018 ho espresso la mia preoccupazione per l’abbrutimento del linguaggio. La dignità della persona ha anche sempre a che fare con la dignità della parola” (dal messaggio del Natale 2018 del vescovo di Bolzano Ivo Muser).

“Dio e il mondo, Dio e l’uomo sono per sempre in relazione attraverso la parola, che vuole abitare in mezzo a noi. Lo sappiamo: le parole hanno una forza tutta propria. Ci restano impresse, ci colpiscono, ci influenzano, attraverso di esse esprimiamo noi stessi. Le parole possono consolare ma anche demolire; possono costruire ponti, ma anche distruggerli. Le parole possono unire, ma anche impedire ogni relazione. Le parole non sono fumo negli occhi, creano situazioni reali. Non solo gli sguardi, ma anche le parole possono annientare e uccidere” (dal messaggio del Natale 2018 del vescovo di Bolzano Ivo Muser).

Ancora dalla lettera aperta di Andrea Camilleri ai giovani (vedi post precedente): “Ho avuto modo di ripetere sempre una frase: “Noi vecchi non siamo in grado di dirvi più nulla, ormai possiamo darvi solo alcuni suggerimenti sul valore delle buone relazioni umane. Vi ho inviato più volte a seppellirci – metaforicamente, intendo – e a ricominciare totalmente su basi nuove».

Scrive Andrea Camilleri in una lettera aperta ai giovani: “Il futuro di un Paese non è solo, come vogliono farvi credere, un problema di spread o di Pil: il futuro di un Paese è sempre un problema culturale, cioè a dire avere la vista lunga, non durevole fino al giorno dopo, ma che sia capace di intravedere i decenni che verranno”.

“L’Italia ha un enorme bisogno di riaprire il futuro. Scossa da profonde correnti di rabbia e insoddisfazione, sembra attirata dalle sirene di un ripiegamento, quasi fosse possibile ritirarsi dalla scena della storia aspettando che il peggio passi. Finendo persino per accettare come inevitabili piccoli e grandi gesti di ordinaria disumanità. E’ una tentazione da superare, tornando a guardare avanti e riaprendo il cuore italiano”. Lo scrive il sociologo Mauro Magatti in un intervento su Famiglia Cristiana.

“Dobbiamo tornare a sentirci una comunità di persone che sa fare sintesi delle legittime differenze e si spende per il bene comune – scrive il presidente della Cei cardinale Gualtiero Bassetti in una riflessione di inizio anno -. Viviamo, invece, uno stato di smarrimento che, in assenza di politiche rasserenanti, genera paura e angosce. Paura di vivere relazioni sterili, fragili, destinate a spezzarsi; angoscia di perdere o di non trovare un’occupazione dignitosa, stabile, correttamente retribuita e giustamente tutelata; paura di appartenere a società sempre più senza volto, perché ogni giorno più complesse e plurali”.

Sempre nell'intervista a Famiglia Cristiana citata nel precedente post, la senatrice Liliana Segre, sopravvissuta al campo di concentramento, sostiene che l'abolizione del tema di storia al prossimo esame di maturità "è un grosso errore. Per i latini la Storia era "magistra vitae", serve a capire come affrontare il futuro. Ma a volte fa comodo cancellarla. I fatti passano, le cose cambiano. Io credo che ls Shoah sarà una riga nei libri di storia e poi neanche una riga".

In un'intervista a Famiglia Cristiana la senatrice Liliana Segre, sopravvissuta al campo di concentramento, afferma: "L'indifferenza regna sovrana ora come allora. Non è questione di essere buoni o cattivi. E' una regola che quando qualcosa non ti riguarda personalmente, lasci perdere. Questo è uguale in tutti i tempi. Certo, i non indifferenti ci sono sempre. Oggi si battono perché dei poveri disgraziati non siano lasciati affogare in mezzo al mare e non muoiano di gelo tra le montagne. Sono pochissimi, ma ci sono".

“Come contrastare la cattiveria? Anzitutto favorendo atteggiamenti che siano l’anticamera dell’amore: trattare le persone da persone, vivere il rispetto reciproco, ascoltarsi, essere attenti a chi è più debole, ecc. E poi cercando di porre gesti di amore per gli altri, di gratuità, motivati solo dal farli star bene. Per fortuna qui gli esempi da portare sono tantissimi: persone impegnate nel volontariato, persone che vanno a visitare sistematicamente i malati e gli anziani, persone che aiutano i poveri nelle varie mense, persone che garantiscono ogni giorno ore di doposcuola…” (dal messaggio di Natale del vescovo di Gorizia Carlo Maria Redaelli “Essere cattivi, almeno a Natale”…).