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La riflessione sulla Parola di Dio domenicale.

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Domenica 9 luglio - XIV del tempo ordinario - anno A - seconda settimana del Salterio - colore liturgico verde Zc 9, 9-10; Sal 144; Rm 8, 9.11- 13; Mt 11, 25-30 Benedirò il tuo nome per sempre, Signore

"I concetti creano gli idoli, solo lo stupore conosce” (S. Gregorio di Nissa). Ed è lo stupore il senso fondamentale messo in luce dalle letture di questa domenica. Stupore come gioia inattesa, ma anche vertigine contemplativa davanti alle incredibili vie percorse da Dio nel realizzare la nostra salvezza e culminanti nell’Incarnazione del Figlio. Noi ci stupiamo di quel “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, ed io vi ristoro”. Oggi, in molti ambiti del vivere quotidiano, avvertiamo di frequente un po’ tutti un senso di stanchezza, che a volte si associa alla sfiducia che non ci permette di guardare con serenità al futuro. Le nostre famiglie devono sempre di più fare i conti con difficoltà di tipo economico, che si assommano a quelle educative e a quelle delle dinamiche relazionali che rischiano di inciampare nello stress e nelle preoccupazioni, spesso riversate sugli altri in modo non sempre controllato. Coloro che ricoprono ruoli di responsabilità, specie in campo educativo, si sentono a volte impotenti di fronte a determinate situazioni. Non sono esenti nemmeno i sacerdoti, che avvertono in numero sempre più rilevante il peso del ministero. Gli sforzi e l’impegno profuso non sembrano portare i frutti sperati.

In questo clima risuonano di conforto e alquanto realistiche le parole di Gesù, l’invito ad andare a Lui per trovare ristoro, riposo. Gesù per primo, nel corso della sua predicazione, ha sperimentato difficoltà e fatica, ha conosciuto insuccessi ed opposizioni, si è scontrato con l’opposizione di molti. Egli al tempo stesso però benedice il Padre, lo ringrazia per le decisioni della sua benevolenza ed invita i suoi ad andare a Lui per trovare riposo nella fatica, conforto nella sofferenza, speranza nella prova, fiducia per continuare il cammino. Nella tradizione sapienziale-giudaica l’immagine del “giogo” rinviava ai precetti e ai comandi di Dio e alle loro esigenze che vanno obbedite. In Gesù, invece, l’obbedienza è soprattutto una relazione personale e d’amore con Lui. Colui che ama fa con gioia la volontà dell’amato. Solo l’Amante può dire: “Amami!”, può chiedere amore. È chiaro allora che seguire Gesù, non una legge, non un libro, è qualcosa di molto semplice, ma non facile.

La fede in Gesù, l’obbedienza al vangelo che è Gesù, il mettere in pratica il comando dell’amore, comporta sforzo e fatica. Anche l’amore si attua con pazienza, attesa, perdono, sacrificio, dedizione, coraggio, silenzio, sofferenza, ed infiniti altri movimenti dello Spirito e del corpo. Né possiamo dimenticare che il giogo dell’obbedienza portato da Gesù durante tutta la sua vita è divenuto, alla fine della sua vita, un portare la croce. Lui però è il crocefisso Risorto. Con gli occhi contemplativi di un bambino che guarda la propria madre, o con gli occhi dell’innamorato che guarda l’innamorata, anche noi contempliamo il volto del crocefisso risorto, che non punta il dito contro i nostri peccati, che non ci sottomette ad un giudizio implacabile e neppure si vergogna della nostra veste sporca e lacera. Anzi, proprio per questo, Lui è venuto in mezzo a noi: per liberare e consolare, per guarire e ristorare, per rigenerare i cuori con la sua dolcezza e la sua misericordia. Il Signore accetta di portare con me i pesi della vita, mi scioglie le catene che mi tengono prigioniero, mi aiuta a disfarmi della zavorra perché possa camminare leggero per la sua via, che mi porta a vivere in pienezza accanto a Lui.

Don Piergiorgio Sanson

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