CARITAS: esperienza nella Bosnia ancora segnata dal conflitto
Per sei giovani
Redazione Online
09/03/2026
L'Azione di domenica 6 settembre dedica due pagine alle esperienze missionarie estive di alcuni giovani diocesani. Ecco qui la versione integrale della testimonianza di Lorenzo Da Blasis sul viaggio in Bosnia.
Quando si pensa alla Bosnia il pensiero automaticamente viene rivolto alla guerra che dal 1992 al 1995 si è combattuta sulla terra dei suoi campi, sull’asfalto delle sue strade e tra i cortili delle sue case. Una guerra etnica che ha creato fratture difficili da curare. Per chi è più ferrato in diritto, invece, il pensiero potrebbe soffermarsi sugli accordi di Dayton che hanno concluso quella guerra e alla particolarissima organizzazione statale che ne è derivata. Eppure si tratta ancora di trent’anni fa e in questo lungo lasso di tempo tante cose sono cambiate. Infatti, l’opportunità che la Caritas di Vittorio Veneto ha offerto a me e ad altri cinque ragazzi di assistere in prima persona alla realtà dello Stato bosniaco ci ha permesso di cambiare completamente punto di vista nei confronti di questo paese.  
Certamente, la guerra di quegli anni riecheggia tuttora tra le vie delle sue città, testimoni silenziosi sono i muri delle case ancora segnati dalle schegge delle granate, ma, come i bosniaci stessi ci tengono molto a ricordare, non può essere solo questo evento a definirli. E infatti non è così. In questo paese abbiamo ricevuto un’ospitalità unica e sebbene la barriera linguistica resti un importante ostacolo, i sorrisi e i gesti hanno permesso sia a noi che a loro di comunicare e soprattutto di capirci, di condividerci. 
La prima tappa del viaggio è stata Banja Luka. Città di oltre 200.000 abitanti a prevalenza ortodossa, ubicata nel territorio della "Republika Srpska", in italiano: la Repubblica Serba di Bosnia; una delle tre entità che oggi compongono la Bosnia Herzegovina.  Qui siamo stati ospiti di un monastero trappista per due notti. Abbiamo avuto il piacere di conoscere il direttore della Caritas di Banja Luka, monsignor Miljenko Aničić, il quale ci ha accolti facendoci da guida assieme a Dayana, collaboratrice dell’associazione e membro fondatore di "Youth for peace". In occasione della visita siamo entrati nella cattedrale di Banja Luka dedicata a San Bonaventura. La sua particolare forma a tenda e le sue vetrate istoriate la rendono una chiesa quasi unica nel suo genere, per non parlare del suo campanile di stile brutalista.
Durante la permanenza monsignor Aničić ci ha portati a visitare la fattoria dove i monaci trappisti producono formaggi e birra. In superficie sembra una sana impresa agricola, ma il monsignore ci ha descritto una realtà ben diversa: a causa del riscaldamento globale l’azienda è in difficoltà, l’assenza di piogge non gli permette di assicurare abbastanza biava per gli animali, minacciando le capacità produttive dell’azienda. Questo è stato il nostro primo forte contatto con la realtà di questi luoghi che stanno cambiando profondamente a causa del cambiamento climatico.  
Il giorno successivo ci siamo spostati a Bihać, situata nel nord-est della Bosnia. Il percorso che da Banja Luka conduce a questa città, che si trova al confine con la Croazia, si snoda attraverso le bellissime verdi colline della regione attraversando molti piccoli paesi. Mano a mano che si percorre questa strada i cartelli diventano sempre più riconoscibili, infatti, lì non si usa più il cirillico ma l’alfabeto latino; allo stesso tempo, però, nei villaggi, campanili e chiese lasciano il posto a minareti e moschee e già da qui si può intuire quanto sia questa una terra di forti contrasti culturali. Questi importanti cambiamenti negli elementi del paesaggio ci hanno portato a realizzare che eravamo ormai usciti dalla Republika Srpska ed eravamo entrati nel territorio della Bosnia Herzegovina, seconda entità delle tre che compongono lo stato bosniaco. Entrando a Bihac si può notare come la città sia, a differenza di Banja Luka molto più in simbiosi con la natura del territorio su cui sorge. Il fiume, infatti, è la vera arteria della città, ristoranti e bar che accolgono turisti, per la maggior parte provenienti da paesi arabi, sorgono sulle sue rive. A darci il benvenuto presso l’unica chiesa cattolica di Bihac, infatti questa è una città a maggioranza musulmana, abbiamo trovato Kristina, dipendente della Caritas. È stata lei a farci da guida per i successivi tre giorni. Nel programma iniziale dell’esperienza a Bihac avremmo dovuto prestare servizio all’interno del campo profughi di Lipa.
Infatti, questa regione, trovandosi al confine con la Croazia, e dunque con l’Unione Europea, è interessata dal 2018 da un’importante presenza di rifugiati che stanziano in questa zona unicamente per tentare di passare il confine ed entrare dunque in Europa. Comunemente questo tentativo di attraversamento del confine è chiamato dai migranti "the game" (il gioco), nel tentativo di ironizzare su una situazione, la loro, che resta ancora oggi molto precaria e costantemente esposta ai pericoli; infatti, moltissimi di loro sono morti provandoci; alcuni per il freddo, altri perché divorati dagli orsi o dai lupi che popolano quella regione. All’apice della sua capienza Lipa ospitava 1.500 persone, per lo più uomini single adulti; oggi, invece, ve ne sono 800 e di questi la maggior parte sono famiglie con donne e minori, molti di questi anche non accompagnati. Purtroppo, la nostra attività di volontariato nel campo non è stata possibile data la recente reticenza del governo bosniaco a rilasciare permessi di accesso ai volontari per un solo giorno di lavoro. Infatti, Kristina ci ha raccontato di come all’inizio, quando i campi erano gestiti dall’IOM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) questi fossero più inclini a garantire l’accesso ai volontari. In compenso, Kristina è stata così gentile da raccontarci la sua esperienza da dipendente dell’IOM all’interno del campo e le attività di volontariato offerte dalla Caritas a Bihac, riguardanti il campo e non.
Per quanto riguarda il campo, la Caritas si occupa di lavare lenzuola e vestiti per i migranti. Per quanto riguarda, invece, le altre attività a supporto dei cittadini locali si occupa di distribuzione di viveri per gli anziani bisognosi e attività educative per i bambini rom, data la presenza di una comunità romani con un elevato numero di membri.  Ad una di queste abbiamo potuto, fortunatamente, partecipare attivamente come volontari nel nostro ultimo giorno di permanenza. Si tratta nello specifico di un doposcuola organizzato e gestito da Kristina per i bambini di etnia rom, appunto.  Durante la mattinata abbiamo organizzato un contest con un premio speciale per il disegno più bello realizzato dai bambini e il tema era la loro interessante cultura. Benché appartenessero ad una diversa etnia si è percepita, essendo questi bambini di terza generazione, l’integrazione. Mi ha colpito in particolare il caso di una bambina che ha optato per disegnare un calciatore bosniaco più che scegliere nello specifico un simbolo della cultura romani.  
Sul territorio Caritas non è l’unica associazione a svolgere questo tipo di attività, abbiamo avuto il piacere di conoscere a Bihac il JRS (Jesuit Refugee Service) che si occupa di offrire i suoi volontari per le mansioni da svolgere nel campo profughi. Dimostrandoci che anche in contesti così diversi l’associazionismo è sempre presente e svolge delle funzioni che troppo spesso non vengono garantite da chi dovrebbe.
Ad accoglierci in quest’esperienza, dunque, abbiamo trovato un popolo con tanta voglia di riscatto, il quale, purtroppo, si sente dimenticato, abbandonato dalla comunità internazionale, ma soprattutto dall’Unione Europea a cui è culturalmente e storicamente intrecciato; d’altronde, è a Sarajevo dove si è generato il casus belli che ha determinato lo scoppio della prima guerra mondiale. Questa elefantiaca amministrazione che per gli ultimi trent’anni i bosniaci hanno ereditato dagli accordi di Dayton ha causato innumerevoli rallentamenti in tutte le attività amministrative e statali, causando non solo problemi di notevole importanza alle persone comuni, ma anche un immobilismo statale nelle decisioni politiche più importanti. Tale stato di cose ha come effetto l’emigrazione di massa dei giovani, i quali maggiormente hanno perso fiducia nelle promesse politiche.
È stata questa un’esperienza che superato tutte le aspettative, un bagno di realtà di ciò che significa vivere al di là dei confini dell’Unione Europea e soprattutto in un Paese così speciale come lo è la Bosnia. Anche se negli sguardi di tutti è rimasta sofferenza per la guerra passata, ciascuno di loro, infatti, vi ha perso qualcosa o qualcuno, riescono ancora a trovare la forza di investire la volontà che gli rimane nel migliorare il Paese che abitano e nell’aiutare il prossimo, perché sono persone che sanno bene cosa vuol dire vivere le avversità. Tutto ciò ci ha dimostrato come sia sempre possibile fare la propria parte anche quando si pensa che il nostro apporto sia ininfluente, soprattutto allora.
Come dice la Bibbia dovremmo cercare di trattare il prossimo come vorremmo essere trattati noi stessi; ed è facile adempiere a questo dovere nei periodi di pace, ma è molto difficile farlo in contesti più depressi, più complicati, quando risulta spontaneo tutelare esclusivamente i propri interessi e rivolgere il proprio sguardo altrove. Questo viaggio ci ha invece insegnato a reggere lo sguardo, ad allungare la mano e stringerne un’altra nel segno eterno della fratellanza.