GAZA. Mille giorni di guerra
Intervista ad Ahmed Muin Abu Amsha, musicista palestinese sfollato
Enrico Vendrame
07/03/2026
Oggi sono passati mille giorni dal 7 ottobre 2023. Mille giorni durante i quali, per centinaia di migliaia di persone a Gaza, la vita è rimasta sospesa. Lo racconta Ahmed Muin Abu Amsha musicista palestinese, che dalla Striscia condivide con noi una riflessione lucida e dolorosa su cosa significhi, oggi, sopravvivere all’arrivo dell’ennesima estate di guerra. Lo avevamo già intervistato qualche mese fa su L’Azione, e ci raccontò come, di fronte ai traumi della guerra, stia utilizzando la musica come forma di ‘terapia’ con i bambini.
Non si vede la luce oltre l’inferno di Gaza
Secondo un rapporto congiunto ONU-UE si stima che per ricostruire Gaza saranno necessari almeno 71 miliardi di dollari in 10 anni. Circa un terzo di tale somma è necessario solo per ripristinare i servizi essenziali distrutti durante la guerra genocida di Israele. Mentre si continua a morire di fame e di bombe, al mondo sembra non più interessare come verrà ricostruita Gaza, dunque, e chi pagherà?
Secondo la struttura presentata a gennaio in pompa magna dall’amministrazione Trump, il Board of Peace avrebbe dovuto accompagnare Gaza verso una fase postbellica fondata su tre elementi: il progressivo disarmo di Hamas, la ricostruzione economica della Striscia e il dispiegamento di una forza internazionale incaricata di garantire la sicurezza durante la transizione. Oggi 3 luglio 2026, tutti e tre questi obiettivi appaiono lontani dall’essere raggiunti.
Le tende sono le nostre case
Sono mille i giorni in cui le nostre vite restano in bilico”, ci dice Ahmed. La sua famiglia, come moltissime altre, vive ancora sfollata, in tende che non erano mai state pensate per diventare case. In queste giornate d’estate il caldo al loro interno diventa insopportabile; d’inverno sono vento e pioggia a filtrare da ogni lato. “Le tende – spiega - non riparano né dal caldo né dal freddo: eppure sono tutto ciò che resta”.
La giornata comincia cercando acqua
Il racconto di Ahmed restituisce la scansione quotidiana di una sopravvivenza fatta di gesti essenziali. L’accesso all’acqua potabile resta una lotta di ogni giorno, il cibo scarseggia, i medicinali non bastano, l’elettricità è quasi del tutto assente. “Ogni mattina, alle sei, la giornata inizia con la ricerca dell’acqua: il sollievo più grande, racconta, è quando l’autobotte arriva vicino, così da non dover percorrere lunghe distanze a piedi. Poi si passa alla ricerca di cibo per i bambini”. Solo dopo, Ahmed può dedicarsi a ciò che considera la sua missione: continuare le sue attività musicali con i più piccoli, nel tentativo di regalare loro qualche momento di speranza.
Se in Europa si consumano in media 150 litri di acqua al giorno a persona, nella Striscia di Gaza le persone riescono a racimolarne appena 6. Con questa quantità devono bere, cucinare, lavarsi e, per quanto possibile, mantenere puliti gli ambienti dove vivono.
Uno spazio sempre più piccolo
Uno dei passaggi più netti della testimonianza riguarda lo spazio vitale che si restringe di giorno in giorno. Ahmed mi sottolinea come circa il 70% del territorio di Gaza risulta oggi inaccessibile o sottoposto a restrizioni militari, costringendo la quasi totalità della popolazione civile a concentrarsi in ciò che resta. È per questo, spiega, che la sua famiglia vive ora vicino al mare: non per scelta, ma perché semplicemente non c’è altro posto dove andare.
Si tratta di una serie di una serie di corridoi sotto controllo militare, all’interno della Striscia di Gaza, utilizzati per facilitare i movimenti di truppe, monitorare gli spostamenti della popolazione civile e regolare il transito di beni, inclusi gli aiuti umanitari. Queste aree sono inaccessibili per i gazawi e quasi tutti in quei luoghi hanno lasciato i loro ricordi.
Il cessate il fuoco che non ha fermato la paura
Ahmed tiene a sfatare un equivoco diffuso: molti credono che un cessate il fuoco significhi un ritorno alla normalità. Non è così: “paura, distruzione, sfollamento e incertezza continuano a far parte della vita quotidiana di chi resta a Gaza”. Si dice fortunato di poter suonare la chitarra e di stare in mezzo a molti bambini, che rappresentano il futuro di Gaza. La musica nonostante le difficoltà quotidiane continua ad essere simbolo di resistenza.
“Non siamo numeri”
È forse questa la frase più densa dell’intera testimonianza: “Non siamo numeri nelle notizie. Siamo famiglie, genitori e bambini che cercano di proteggere la propria dignità e di non perdere la speranza”. Una richiesta di sguardo, prima ancora che di aiuto: essere visti come persone, non come cifre a margine di un comunicato stampa.
Ahmed chiude il suo pensiero senza sapere cosa porterà il domani. L’unica speranza che si concede è che, un giorno, i suoi figli possano vivere in sicurezza, con una casa, acqua pulita, cibo e un futuro.

Notizie correlate