
Il 21 aprile 2025, Lunedì di Pasqua, moriva Papa Francesco. Uno degli ultimi vescovi nominati da papa Francesco, mons. Riccardo Battocchio offre alcuni spunti di riflessione sulla figura del Pontefice, ad un anno dalla sua scomparsa, intrecciando ricordi personali e lettura ecclesiale.
Eccellenza, quali ricordi personali conserva di Papa Francesco?
«Ho avuto qualche occasione di incontrarlo da vicino, soprattutto negli anni più recenti, dopo il Covid. Ricordo in particolare un’udienza con alcuni seminaristi della diocesi di Roma, da rettore dell’Almo Collegio Capranica. Quando andai a salutarlo personalmente mi chiese, sorridendo: “Sopravvivi?”. In seguito, soprattutto negli anni 2023 e 2024, in relazione al Sinodo dei vescovi sulla sinodalità, dove ho svolto il servizio di Segretario speciale, insieme a padre Giacomo Costa, i contatti si sono fatti più frequenti. In quegli incontri mi ha colpito la sua capacità di mettere a proprio agio l’interlocutore: non ho mai avvertito quel distacco che ci si potrebbe aspettare. Aveva un tratto umano molto immediato, fatto di battute e di osservazioni semplici ma incisive. Più in profondità, emergeva la sua attenzione al Sinodo come processo: non era preoccupato anzitutto di questioni tecniche, teologiche o canonistiche, ma gli stava a cuore che si favorisse la partecipazione di tutti alla missione della Chiesa. Durante le Assemblee sinodali, ho percepito concretamente ciò che significa dire che il Papa è principio visibile di unità: di fronte a sensibilità teologiche ed ecclesiali anche molto diverse, la sua presenza fisica teneva insieme la Chiesa».
Quali sono stati, a suo giudizio, i momenti più rilevanti del pontificato?
«Anzitutto l’esortazione apostolica Evangelii gaudium, che rappresenta un vero e proprio programma di pontificato, ma anche qualcosa che va oltre la sua figura dal momento che papa Leone sta muovendosi su quegli stessi binari. Poi penso ad alcuni gesti: l’apertura della Porta Santa del Giubileo della Misericordia non a Roma, nel centro, bensì a Bangui, nella Repubblica Centrafricana, in periferia; la scelta di Lampedusa come primo viaggio apostolico. E ancora l’immagine potentissima della preghiera solitaria in piazza San Pietro durante la pandemia: la sua solitudine è diventata l’immagine della solitudine di tutti noi in quel momento così difficile. Tra i momenti più significativi ricordo anche le Assemblee sinodali dei vescovi: sulla famiglia, sui giovani, sull’Amazzonia e infine l’Assemblea sulla sinodalità. In esse si è manifestato uno stile ecclesiale nuovo, che ha segnato profondamente il cammino della Chiesa. Ho colto anche dei diversi modi di procedere. Mi riferisco al fatto che in alcuni casi papa Francesco è intervenuto con una esortazione apostolica che si discostava, almeno in parte, dalle conclusioni della maggioranza dei vescovi (come in “Querida Amazonia”), mentre in altri ha fatto proprio il documento finale dell’Assemblea (come nel caso del documento sulla sinodalità)».
Quali aspetti del suo pontificato ritiene non ancora pienamente compresi?
«Direi che non è tanto questione di incomprensioni, quanto di una recezione che richiede tempo. Papa Francesco amava dire che la Chiesa è un poliedro, e anch’egli è stato una figura “poliedrica”, non facilmente riconducibile ad una sola immagine. Alcuni, ad esempio, hanno faticato a tenere insieme il suo modo di essere uomo di governo, anche deciso, con il suo essere pastore vicino alla gente e, in particolare, ai poveri. Poi, Papa Francesco non era tanto preoccupato delle procedure e delle formalità, era anche un po’ solitario. Mi ritrovo in diverse sottolineature che emergono nella biografia di Javier Cercas: “Il folle di Dio alla fine del mondo”».
Venendo agli aspetti più teologici?
«Un nodo importante riguarda la sua rilettura del Concilio Vaticano II e della Chiesa a partire dalla categoria di “popolo di Dio”. Aveva molto a cuore a questa categoria, che caratterizza l’ecclesiologia della “Lumen Gentium”, e che ribadiva non si dovesse intendere in senso sociologico ma teologico: una Chiesa fatta concretamente di uomini e donne che, in forza del battesimo, vivono nella storia e nelle relazioni con tutti gli altri esseri umani. Anche l’attenzione ai poveri, che ha caratterizzato il suo Pontificato, non va interpretata in chiave politica o sociologica: è una scelta evangelica. Povertà, in senso evangelico, è un correlato di libertà: essere poveri significa essere liberi, liberi anche di incontrare chi è ai margini. E poi c’è la sua idea di una Chiesa di “discepoli-missionari”: ogni battezzato è chiamato a essere testimone, secondo la propria vocazione».
Quali linee di continuità vede nel cammino della Chiesa oggi?
«Una parola chiave di Papa Francesco era “vicinanza”: una Chiesa che si fa prossima alle persone, alle loro storie, alle situazioni concrete. Mi pare che questo tratto prosegua anche oggi nello stile e nelle parole di papa Leone. La vicinanza, nel contesto attuale, assume in modo particolare il volto dell’impegno per la pace e della ricerca di vie di riconciliazione. Alla radice c’è sempre il Vangelo di Gesù Cristo e le Beatitudini come criterio di lettura della realtà. E infine mi sembra importante la continuità del cammino sinodale, che sta a cuore anche a papa Leone: una Chiesa che impara sempre più a vivere relazioni autentiche al proprio interno per essere, proprio per questo, missionaria».
Alessio Magoga








