TREVISO: lo Spi Cgil chiede un piano complessivo per il lavoro di cura
C'è una crisi dell'attrattività per le professioni sanitarie e di assistenza
Redazione Online
08/28/2026

Sedici nuovi medici di famiglia, ma con la necessità di trovarne almeno altri cinquanta. E nelle case di riposo una carenza di operatori che rischia di diventare presto strutturale. Le notizie di questi giorni sulla sanità e sull'assistenza nella Marca confermano un problema che lo SPI CGIL denuncia da tempo: non siamo più di fronte a una difficoltà temporanea di reperimento del personale, ma a una crisi dell'attrattività del lavoro di cura e della capacità del territorio di garantire servizi adeguati a una popolazione che invecchia.
«La domanda che dobbiamo porci – dichiara Massimo Messina, segretario generale dello SPI CGIL di Treviso – è molto semplice: perché una persona dovrebbe scegliere oggi di lavorare in una casa di riposo, come operatore sociosanitario o come infermiere, se con il proprio stipendio rischia di non riuscire a pagare un affitto e a sostenere il costo della vita? E la stessa domanda vale, con le dovute differenze, per i medici di medicina generale. Non possiamo continuare a parlare soltanto di carenza di personale senza affrontare il tema delle condizioni economiche e professionali che rendono queste attività meno attrattive».
Il problema, secondo lo SPI CGIL, riguarda infatti l'intera filiera della cura. Da una parte ci sono strutture residenziali che faticano a trovare operatori e che devono fare i conti con costi crescenti; dall'altra ci sono anziani e famiglie che sostengono rette sempre più pesanti. Nel mezzo ci sono lavoratrici e lavoratori ai quali viene chiesto di garantire un'assistenza sempre più complessa senza che il sistema riesca sempre a riconoscere adeguatamente il valore economico e professionale del loro lavoro.
Per lo SPI CGIL, la risposta non può limitarsi all'aumento dei posti nelle scuole di formazione o all'utilizzo di personale proveniente dall'estero. Occorre un piano complessivo per il lavoro di cura, che coinvolga Governo, Regione, Ulss, Comuni, strutture residenziali e parti sociali.
«Servono investimenti nella non autosufficienza, un rafforzamento delle impegnative di residenzialità, risorse per il personale e per il rinnovo dei contratti, ma anche una vera politica abitativa – spiega Messina –. Dobbiamo mettere insieme pezzi che troppo spesso vengono considerati separatamente. Casa, salario, lavoro e servizi sono la stessa questione quando parliamo della possibilità di un territorio di trattenere le persone e di garantire assistenza alle generazioni più anziane».







