VERTICE NATO: riarmo globale, la filosofia della deterrenza e il mercato dei grandi sistemi d’arma
Il 7 e 8 luglio ad Ankara, in Turchia, un incontro forse mai così delicato e complesso
Agenzia Sir
07/06/2026

Alla vigilia di un Vertice Nato forse mai così delicato e complesso, non è difficile verificare che all’interno del dibattito contemporaneo sulla sicurezza internazionale il linguaggio della politica e quello dell’economia tendono a sovrapporsi sempre più spesso. Da una parte si parla di “deterrenza”, dall’altra di “riarmo”. Due espressioni diverse per descrivere una stessa traiettoria: il progressivo spostamento dal dialogo alla dimostrazione della forza come principale strumento di equilibrio tra Stati.
Dentro questa cornice, la spesa militare dei Paesi Nato viene letta da alcuni come una necessità strategica, da altri come una dinamica che produce effetti economici molto concreti su scala globale. Il simbolo più evidente di questo sistema è il programma F-35 Lightning II, sviluppato da Lockheed Martin. Secondo il Gao-Government accountability office e il Crs-Congressional research service degli Stati Uniti, il costo complessivo del programma nel suo ciclo di vita supera i 1.500 miliardi di dollari, includendo sviluppo, produzione e manutenzione. Si tratta del più grande programma militare mai realizzato in termini di valore economico, e coinvolge direttamente o indirettamente oltre dieci Paesi Nato.
Secondo il Sipri arms transfers database, gli Stati Uniti detengono circa il 40% delle esportazioni mondiali di armamenti, mantenendo una posizione largamente dominante rispetto agli altri esportatori. Nel perimetro Nato, questa struttura si traduce in una dinamica ricorrente: una parte significativa dell’aumento della spesa militare finisce nei programmi dei grandi gruppi industriali della difesa. Tra i principali beneficiari figurano Lockheed Martin, che oltre all’F-35 produce anche il sistema Himars; Rtx (ex Raytheon), responsabile del sistema antimissile Patriot; Boeing, che fornisce velivoli come il P-8 Poseidon e elicotteri Apache attraverso divisioni e joint venture; Northrop Grumman, attiva nei droni strategici e nei sistemi avanzati. Accanto agli Stati Uniti, si rafforzano anche altri poli industriali: Israele, con Rafael e Israel Aerospace Industries, è centrale nei sistemi missilistici come Spike e nelle tecnologie di difesa aerea come Iron Dome e David’s Sling; la Corea del Sud, con Hanwha e Hyundai Rotem, è diventata uno dei principali fornitori emergenti di carri armati K2 e artiglieria K9.
Il caso italiano mostra con chiarezza la doppia natura del sistema europeo della difesa. Da un lato, il Paese dispone di una filiera industriale strutturata: Fincantieri è tra i leader mondiali nella cantieristica militare, Leonardo è un attore centrale nell’elettronica e nell’aerospazio, Iveco Defence produce mezzi blindati, mentre l’Italia partecipa a programmi europei come Eurofighter e Mbda per la missilistica. Dall’altro lato, permane una forte dipendenza da sistemi extra-europei nei segmenti più avanzati. Il programma F-35, secondo dati ufficiali e stime industriali, rappresenta per l’Italia un investimento complessivo di circa 15–17 miliardi di euro, il principale singolo acquisto militare della sua storia recente. A questo si aggiungono sistemi come Himars e missili Spike, che rientrano nelle acquisizioni di capacità ad alta precisione e interoperabilità Nato.
Francia e Germania rappresentano i due poli principali della difesa europea, ma con livelli diversi di autonomia. La Francia mantiene una capacità quasi completa nel ciclo della difesa, con il caccia Rafale, la cantieristica militare e la deterrenza nucleare. Tuttavia, anche Parigi continua a integrare sistemi esterni, come piattaforme di sorveglianza e interoperabilità Nato. La Germania, leader nei sistemi terrestri con Leopard 2, Puma e Boxer, ha comunque avviato acquisizioni significative fuori dall’Europa: il programma F-35 vale circa 10-11 miliardi di euro, mentre il sistema antimissile Arrow 3, sviluppato in Israele, ha un valore stimato tra 3,5 e 4 miliardi di euro secondo fonti governative e industriali. Il quadro complessivo è quello di un’Europa che produce molto, ma che resta strutturalmente dipendente nei segmenti più avanzati.
La Polonia rappresenta il caso più evidente di accelerazione della spesa militare in Europa. Secondo dati Sipri e comunicazioni ufficiali del governo polacco, il Paese ha avviato un programma di modernizzazione che include F-35 per 4,6 miliardi di dollari, sistemi Patriot fino a 6 miliardi, Himars per oltre 10 miliardi, carri Abrams per circa 4,75 miliardi, oltre a sistemi sudcoreani K2 e K9 per più di 15 miliardi complessivi. Si tratta di un insieme di contratti che supera ampiamente diverse decine di miliardi di dollari e che ridisegna profondamente la struttura delle forze armate polacche, con una forte dipendenza da fornitori esterni.
Israele ha consolidato la propria posizione nei sistemi di difesa antimissile e nei missili guidati. Il sistema Spike di Rafael è oggi adottato da numerosi Paesi Nato, mentre Iron Dome e David’s Sling rappresentano un riferimento tecnologico nel settore della difesa aerea.
La Corea del Sud è invece diventata uno dei principali esportatori emergenti di sistemi terrestri avanzati, con il carro armato K2 Black Panther e l’obice K9 Thunder, ormai presenti in diversi programmi europei, in particolare in Polonia.
Secondo il Sipri military expenditure database, la spesa militare globale ha raggiunto nel 2025 circa 2.900 miliardi di dollari, il valore più alto mai registrato. I Paesi Nato rappresentano oltre la metà di questa cifra. Tuttavia, ciò che emerge con maggiore chiarezza non è solo la crescita della spesa, ma la sua direzione: una concentrazione dei flussi verso un numero ristretto di attori industriali globali. In questo contesto, la cosiddetta “filosofia della deterrenza”, basata sulla dimostrazione di forza come strumento di stabilità, assume anche una dimensione economica strutturale. Non perché risponda a un’unica logica intenzionale, ma perché si innesta su un mercato altamente concentrato e tecnologicamente specializzato.
La deterrenza, letta come architettura della sicurezza contemporanea, e il riarmo, letto come risposta strategica alle tensioni internazionali, finiscono così per produrre un effetto convergente: un’espansione del mercato globale degli armamenti.
Un mercato che, nei fatti, concentra una quota significativa dei benefici economici nei principali poli industriali mondiali, con gli Stati Uniti in posizione dominante e una rete più ristretta di attori altamente specializzati a completare la struttura.
Marco Calvarese

