DIOCESI: "A Lourdes immersi nella tenerezza di Dio"
La testimonianza, a fine pellegrinaggio, di don Pierpaolo Bazzichetto
Redazione Online
06/18/2026
Don Pierpaolo Bazzichetto (5° da sx, in piedi, al centro della foto), insieme al vescovo Riccardo ed ai numerosi sacerdoti che hanno partecipato al pellegrinaggio

Venerdì 12 giugno, giorno della partenza del nostro pellegrinaggio a Lourdes, coincideva con la festa liturgica del Sacro Cuore di Gesù. Quella mattina, insieme a don Angelo Pederiva, ho celebrato la Santa Messa nel Duomo di Oderzo. Mentre pregavo, mi tornavano alla mente alcune pagine della «Dilexit Nos» di papa Francesco, dedicate all’amore umano e divino racchiuso nel Cuore di Cristo: un amore capace di risvegliare in noi la tenerezza della fede, la gioia del servizio e il fervore della missione. Non poteva esserci giorno più adatto per l’inizio del nostro viaggio. In effetti, fin dai primi passi, il pellegrinaggio dell’Unitalsi si è rivelato un invito ad entrare, guidati da Maria, nel cuore stesso di Gesù.
Luogo di incontro con la misericordia che guarisce
La prima giornata è stata un’immersione nella tenerezza e nella misericordia di Dio. Durante la messa di apertura, molti malati e alcuni pellegrini hanno ricevuto il sacramento dell’unzione degli infermi, segno concreto della vicinanza del Signore nelle fragilità della vita. Nel pomeriggio, poi, il sacramento della riconciliazione ha offerto a tutti la possibilità di sperimentare l’abbraccio del Padre misericordioso.
Lourdes è, da sempre, il luogo dell’incontro con la misericordia che guarisce e rinnova. È esperienza di conversione e di purificazione che nasce dall’incontro con l’amore di Dio, un amore che, attraverso l’Immacolata, si china sulle nostre ferite, accarezza le nostre povertà e tocca le piaghe del peccato con infinita compassione. Non è forse questo il significato profondo della Grotta di Massabielle? Quel luogo che un tempo era una discarica, un angolo dimenticato e scartato, è diventato una sorgente di speranza per il mondo intero. Là dove c’erano rifiuti, oggi fiorisce la grazia; dove regnava l’abbandono, sgorga la misericordia di Dio che abbraccia, risana e dona vita nuova.
La grazia di Dio si manifesta nella semplicità
Quest’anno, entrando nel santuario dalla Porta di San Michele, i pellegrini vengono accolti dalle immagini dell’Annunciazione dipinta dal Beato Angelico. È un invito silenzioso ma eloquente. Maria ci ricorda che la grazia di Dio si manifesta anzitutto nella semplicità della vita quotidiana. Il suo «Eccomi», umile e totale, continua a risuonare nei secoli. Lo ritroviamo in Bernadette, una ragazza semplice, chiamata come Maria a farsi serva di una gioia più grande di lei. Ma a Lourdes lo abbiamo ritrovato anche nei volti dei barellieri, nelle mani premurose delle sorelle, dei medici e degli infermieri e nei sorrisi dei pellegrini che si sono fatti volontari nell’aiutare a spingere le carrozzine. Il pensiero va anche al giorno della partenza quando l’aereo, per un inconveniente tecnico, ci ha costretti a rientrare per la notte a Lourdes. Il disagio di quei momenti di attesa e di incertezza è stato stemperato dal clima familiare di vicinanza e di reciproca solidarietà che si respirava tra noi. Così abbiamo visto prendere forma quell’amore che si fa servizio concreto, discreto, instancabile.
Senza cura la fragilità diventa vulnerabilità
Durante il pellegrinaggio, in un incontro serale, il Gian Antonio Dei Tos ci ha offerto una riflessione preziosa. La fragilità, ha ricordato, appartiene ad ogni essere umano; diventa però vulnerabilità quando viene lasciata sola. Per questo ha bisogno di essere accompagnata da gesti di cura, attenzione e vicinanza. La cura, ci ha detto, non riguarda soltanto ciò che facciamo, ma ciò che siamo. La pienezza della nostra umanità non si realizza semplicemente nel prenderci cura di qualcuno, ma nel diventare noi stessi cura per gli altri. È lì che il nostro essere trova la sua verità più profonda.
La cura passa attraverso l'ascolto
Mi torna in mente un’immagine del pellegrinaggio. Una sorella si avvicina al nostro Vescovo mentre seduto su una panchina stava iniziando una lettura. «Eccellenza, posso disturbarla? Avrei una domanda da farle». «Sono qui per questo, mi dica pure». E subito il libro viene chiuso. Un gesto piccolo, quasi impercettibile. Eppure racchiude una lezione importante. La cura passa attraverso l’ascolto. Significa avere il coraggio di chiudere il libro delle nostre urgenze e delle nostre priorità per aprirci alla persona che il Signore ci mette accanto. In un mondo ferito da divisioni, incomprensioni e solitudini, le relazioni nuove che la Chiesa è chiamata a costruire nascono proprio da qui: dall’ascolto autentico. Del resto, anche l’«Eccomi» di Maria è nato dalla sua capacità di ascoltare la voce di Dio. Così i giorni sono trascorsi, intrecciando la tenerezza della fede alla gioia del servizio, fino ad accendere nei cuori il fervore della missione. 
Un'esperienza che supera le parole
Nella messa conclusiva abbiamo ringraziato il Signore insieme alle coppie di sposi, alla religiosa e ai sacerdoti che hanno celebrato un anniversario significativo della loro vocazione. Anch’io ero tra loro. È stato un momento intenso, carico di gratitudine e memoria. Riconoscere l’opera di Dio nella propria storia e custodire i doni ricevuti a Lourdes significa diventare pellegrini che tornano a casa come missionari: più forti nella speranza, più saldi nella fede, più gioiosi nell’amore.
La sera precedente al rientro, mentre mi dirigevo verso la processione aux flambeaux, un pellegrino mi ha confidato: «Quando tornerò a casa, non riuscirò a spiegare a parole quello che qui a Lourdes si vive». Aveva ragione. Ci sono esperienze che superano le parole. Lourdes è una di queste. Si può raccontarla, descriverla, persino fotografarla. Ma il suo significato più profondo si comprende soltanto vivendo. Per questo il vero racconto del pellegrinaggio non passa anzitutto attraverso ciò che diciamo, ma attraverso ciò che diventiamo. Lourdes continua nella vita di ogni giorno, nelle relazioni che sappiamo costruire, nei gesti di cura che sappiamo donare, nella capacità di portare agli altri una speranza nuova.
In fondo, il pellegrinaggio termina davvero solo quando la nostra umanità rinnovata comincia a testimoniare, come ci ha ricordato il vescovo, l’amore ferito che guarisce. Un amore che porta la firma più bella: quella del Cuore di Dio.             
Don Pierpaolo Bazzichetto

Notizie correlate