DIOCESI: Albino Luciani, vescovo ospitale e benigno
RIflessione di Stefania Falasca
Redazione Online
10/01/2026
Stefania Falasca con il cardinale Stella e il vescovo Battocchio
La sera del 27 settembre in cattedrale a Vittorio Veneto, al termine della celebrazione con consegna di una reliquia del beato Albino Lucinai, è intervenuta Stefania Falasca, postulatrice della causa di canonizzazione di Giovanni Paolo I, proponendo un sunto di una riflessione che qui pubblichiamo integralmente.
Tra la mole delle carte del Beato Albino Luciani che grazie alla Causa di canonizzazione è stato possibile recuperare, in uno dei suoi quaderni autografi provenienti dal suo Archivio Privato - oggi patrimonio custodito della Fondazione Vaticana Giovanni Paolo I - si trova anche il diario dell’udienza privata che egli ebbe con Giovanni XIII nell’imminenza delle sua consacrazione episcopale. Alla fine del 1958 papa Giovanni XXIII lo aveva scelto e lo volle personalmente consacrare vescovo di Vittorio Veneto. L’agenda personale segna la data 21 dicembre 1958. È una pagina rara perché Luciani era estraneo al genere della diaristica. È scritta con la sua grafia minuta, stile wathsapp, vi annota l’ora e i minuti del suo incontro con il Papa e riporta una nota esortativa di Giovanni XXIII che trascritta letteralmente, conservando la frammentarietà dell’appunto, è la seguente: "+ chi fa capire che la gran scienza sono le parole semplici - limitarsi - le parole difficili lasciano il tempo che trovano  + efficaci le parole semplici". Annota poi una seconda esortazione che papa Giovanni gli rivolge: quella di "Essere sempre hospitalis et benignus (ospitale e benigno) e di usare bene il castello della diocesi di Vittorio Veneto".
"EFFICACI LE PAROLE SEMPLICI"
È da sottolineare l’importanza che queste esortazioni rivestono declinandosi poi nell’opera e nel magistero di Luciani, e non solo per il periodo nel quale egli è stato vescovo di Vittorio Veneto. Se nella seconda esortazione si legge la cifra di tutta la sua opera, per la prima – che descrive bene anche i canoni linguistici su cui si è sviluppato tutto il suo magistero – va evidenziato che Luciani era stato un enfant prodige, conosceva molte lingue fin dalla sua giovinezza ed era stato professore di teologia dogmatica per 17 anni prima di arrivare a Vittorio Veneto, al cui bagaglio univa la padronanza di una cultura vastissima. Dunque, nell’imperativa richiesta del papa Giovanni di parlare semplice, vi si legge quasi una consegna, una sorta di traditio lampadis, tanto più significativa se si pensa che di lì a breve Giovanni XXIII avrebbe annunciato il Concilio Vaticano II.
OSPITALE E BENIGNO
Entrando poi in Cattedrale l’l1 gennaio 1959 chiedeva, sulla scia di Sant’Agostino, "di poter veramente essere in mezzo a voi il custode della fede e l’uomo della carità". Si aprivano così undici anni di episcopato, che rappresentano una fase centrale del suo cammino, caratterizzata da un rapporto amorevole con il clero diocesano e con il popolo di Dio. Furono quelli gli anni del Concilio Vaticano ii, a cui Luciani partecipò a tutte le quattro sessioni, per poi portare in diocesi quanto la Chiesa universale aveva vissuto nella solenne assise. Come vescovo di Vittorio Veneto diede ampio esempio di particolare cura per i suoi sacerdoti e la loro formazione. È largamente attestata negli atti della Causa l’attenzione che egli ebbe verso i sacerdoti, ma anche, specialmente, verso i poveri e gli ammalati. Trattava le persone con grande umanità: il suo ultimo segretario, don Francesco Taffarel, ricorda che, uscendo dall’udienza, le persone mostravano soddisfazione e a volte commozione, per essere state ascoltate; "Diversi ricorrevano alla sua guida spirituale".Metteva così in pratica la raccomandazione che gli aveva fatto papa Giovanni xxiii, quella cioè di "essere hospitalis et benignus, ospitale e benigno, e di usare bene il castello che aveva in diocesi".
LA PREDILEZIONE PER I POVERI
In quel primo Conclave del 1978, vent’anni dopo, era pertanto stato eletto un apostolo del Concilio, che aveva fatto del Concilio il suo noviziato episcopale, di cui spiegò con cristallina lucidità gli insegnamenti e ne tradusse rettamente in pratica, con coraggio perseverante, le direttive sine intermissione, "senza interruzione". Anzi, le incarnava. In primis nella povertà, che per Luciani costituiva la fibra del suo essere sacerdote e nell’essere propter homines, vicino agli uomini, nella feriale, evangelica carità, che affondava le radici nel mai dimenticato fondamento a cui era risalito il Concilio: quello di una Chiesa antichissima, senza trionfi mondani, vicina agli insegnamenti dei Padri, sul modello di Cristo e della predilezione per i poveri, e senza la quale poco si capirebbe dello spirito di governo di Giovanni Paolo I.
APOSTOLO DEL CONCILIO
Albino Luciani aveva infatti assimilato già nella sua formazione sacerdotale quella visione, cara ai Padri del primo millennio, della Chiesa come mysterium lunae: una Chiesa cioè che non brilla di luce propria, ma di luce riflessa; una Chiesa che non è proprietà degli uomini di Chiesa, ma Christi lumini. Immagine della natura ecclesiale e dell’agire che le conviene che aveva irrigato diffusamente i documenti del Concilio e che divenne decisiva e feconda nell’iter pastorale di Luciani E facendosi così apostolo del Concilio, che è stato un "segno della misericordia del Signore sopra la sua Chiesa", egli lo aveva incarnato soprattutto nel concepire la prossimità della Chiesa al popolo di Dio, nell’essere vicino alle persone e alla loro sete di carità. 
IL PARLAR SEMPLICE
Prossimità che egli mostrò a Vittorio Veneto come durante il suo breve, ma intenso pontificato, evidenziandosi particolarmente nel registro linguistico adottato per le allocuzioni e le catechesi, nella ricerca della semplicità nelle parole, affinché il messaggio della salvezza potesse giungere a tutti. Secondo quindi la deliberata scelta teologica di un linguaggio conversevole e accessibile di quel sermo humilis canonizzato da sant’Agostino, che è comprensivo del mondo e degli uomini, che è con essi dialogante e da essi è comprensibile, perché sermo humilis è anche espressione della caritas e lieta novella nell’accezione agostiniana. Le quattro udienze generali sull’umiltà, la fede, la speranza e la carità che tenne in Vaticano durante il pontificato, restano un esempio preclaro di quanto fosse efficace l’oralità lucianea alla luce del vangelo, nel solco del Concilio Vaticano II, coniugando nova et vetera in felice e geniale sintesi. Prossimità, umiltà, semplicità e insistenza sulla misericordia e sulla tenerezza di Dio, sono i tratti salienti di un magistero che suscitarono allora attrattiva nel popolo di Dio. E sono gli stessi tratti che lo rendono attuale oggi.
"UN SANTO PRETE E UN SANTO VESCOVO"
Seppure non mancarono alcuni dissensi, dall’insieme delle testimonianze resi dai testimoni di Vittorio Veneto, si evince un giudizio quasi unanimemente positivo sul governo della diocesi negli anni dell’episcopato se la maggioranza delle testimonianze lo tratteggia come "un santo prete e un santo vescovo di squisita sensibilità interiore".
Questo perché Luciani aveva consacrato alla salus animarum tutto il suo zelo di sacerdote e, al tempo stesso, aveva impegnato tutta la sua dedizione alla cura della propria anima e della propria fede. Dalle testimonianze e dagli scritti traspaiono il rapporto con le letture e gli autori che alimentarono la sua fede e il diretto contatto con l’essenzialità e la ricchezza della Scrittura.
Non ci fu pertanto in lui alcuna separazione tra la vita personale e la vita pastorale, tra la vita spirituale e l’esercizio di governo. La sua testimonianza di vita cristiana fu scritta nell’assoluta coincidenza tra quanto egli insegnava e quanto viveva. con fedeltà quotidiana alla sua vocazione, in tutto il suo percorso da giovane sacerdote fino alla cattedra di Pietro. L’esito di questa cura fu un’attenzione sempre più forte alla dimensione dell’umano, al servire l’uomo in quanto tale. E gli uomini, così come sono, con le concrete vicende della loro vita, non diventarono per Luciani solamente destinatari del suo magistero, ma fratelli di una comune vocazione. Sono le note caratterizzati della sua spiritualità.
"Il vescovo chiede al Signore non solo di potervi insegnare questa cosa principalissima [amore di Dio e del prossimo] durante la missione che il Signore gli concederà di svolgere in mezzo a voi, ma di potervi precedere anche con l’esempio".
UN MODELLO PER TUTTI
Proprio con il suo esempio facendosi prossimo è ed è stato modello di vita sacerdotale, ma anche modello per tutti. In tutta la sua vita visse la carità verso Dio e il prossimo in particolare nei confronti degli ultimi e dei poveri, degli ammalati e degli anziani. L’amore al prossimo venne programmaticamente ripreso da Luciani, citando il patriarca Sarto, nella chiusa della prima omelia a Vittorio Veneto, ma anche a Venezia e infine anche nella presa di possesso della Cathedra romana: "Io sarei veramente il più sfortunato di tutti i vescovi se non cominciassi il mio ministero soprattutto da questo, dal voler bene, e molto bene, alle vostre anime".
LA REGOLA AUREA
L’amore di Dio e del prossimo (per Luciani Les deux jumeaux i due gemelli che non possono essere separati, secondo l’immagine evocata da Francesco di Sales), sono anche al centro dell’ultimo Angelus del 24 settembre, che prende spunto da episodi di violenza. "La regola d’oro di Cristo è stata: non fare agli altri quello che non vuoi fatto a te. Fare agli altri quello che vuoi fatto a te. 'Impara da me che sono mite e umile di cuore'. E lui ha dato l’esempio".
Il riferimento alle monache martiri di Compiègnie chiude il suo ultimo Angelus così: "L’amore sarà sempre vittorioso, 'l’amore può tutto'. Ecco la parola giusta, non la violenza può tutto, ma l’amore può tutto". 
Negli appunti dell’agenda autografa del Pontificato - anche questa rinvenuta attraverso lo scavo archivistico compiuto grazie alla Causa di canonizzazione e grazie alla Fondazione che ha consentito la sua trascrizione - lo sottolinea: "Domandiamo al Signore la grazia che una nuova ondata di amore verso il prossimo pervada questo povero mondo". 
Le pagine autografe della sua agenda si fermano qui: "Che io vi ami sempre più". Sono le ultime sue parole.
"E proprio sull’insegnamento della carità, - come disse Giovanni Paolo II, ricordando il suo predecessore nel suo paese natale nel primo anniversario dell’elezione - la virtù teologale che ha Dio come fonte e principio, come modello e come premio, e che non tramonterà mai più, si è chiusa la pagina terrena di Giovanni Paolo i, o meglio, si è aperta per sempre".

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