DIOCESI: malattia e sofferenza nella Sacra Scrittura e nei padri della chiesa
A Vittorio Veneto, con Sabino Chialà priore della comunità di Bose
Redazione Online
06/05/2026

In occasione del convegno della Pastorale della Salute al Castello Vescovile di Vittorio Veneto di venerdì 5 giugno, si è aperta un’importante riflessione teologica e umana sul mistero della sofferenza, guidata da fratel Sabino Chialà, priore del Monastero di Bose. Un seminario che smuove le coscienze e fa ritrovare il senso dell'accompagnamento.
Nell'introduzione al Convegno, Gian Antonio Dei Tos, direttore dell'Ufficio diocesano della pastorale della salute, ha ricordato che la malattia e il dolore sono strettamente legati alla vita dell’uomo fin dagli albori della civiltà. Eppure, al giorno d’oggi, la nostra società si trova di fronte a una nuova sfida, caratterizzata da sviluppi tecnologici e antropologici senza precedenti. La medicina e la tecnologia hanno allungato la durata della nostra vita. Ragionando in termini di tempo, è senza dubbio un enorme miglioramento per la vita umana, ma, spostando il focus, è necessario interrogarci costantemente sulla qualità di questo tempo. Come operatori della pastorale, ma anche come esseri umani, ci troviamo di fronte a una domanda inevitabile: qual è il senso di vivere la malattia?
Umanizzare la sofferenza
Il convegno ha voluto proporsi come un itinerario, più che come una lezione accademica. La sfida centrale è quella di umanizzare il discorso sulla sofferenza. Spesso tendiamo a parlare di "malattia" in termini astratti; il Vangelo e la tradizione biblica ci invitano invece a guardare al "soggetto sofferente". Concentrarci non sulla malattia, ma su chi ne soffre, non sulla morte ma sull’uomo morente. Solo evitando l'astrazione possiamo realizzare un vero incontro di cura.
Oltre la teologia della retribuzione
Nel suo primo intervento, fratel Sabino Chialà è entrato nel vivo dell’Antico Testamento, dove emerge una "sinfonia di voci" complessa. La cultura semitica legava originariamente la salute e la ricchezza alla benedizione divina, leggendo la malattia come una sorta di maledizione o castigo per un peccato commesso. La salvezza non era concepita come uno stato raggiungibile dopo la morte, ma già presente nella vita stessa, che può quindi essere una vita salvata o dannata. È la "teologia della retribuzione", uno schema logico che, pur essendo presente in alcune pagine sacre, viene radicalmente messo in discussione dalla Scrittura stessa.
La contestazione più degna di nota di questo schema giunge dal Libro di Giobbe. Giobbe, uomo giusto e saggio, rifiuta la logica del nesso causa-effetto, che vede il peccato come causa della sofferenza. La sua vicenda non offre risposte teoriche consolatorie, ma ci apre gli occhi su una verità fondamentale: Dio non è assente nel buio del dolore. Giobbe non nega la presenza di Dio, ma rifiuta di considerarlo il "punitore". Alla fine del suo calvario, Giobbe giunge a dire: "I miei occhi ti hanno visto". La sofferenza, paradossalmente, si fa luogo di incontro reale, non mediato da speculazioni.
La missione del prendersi cura
Qual è dunque il nostro ruolo oggi? La Scrittura non è un manuale contenente tutte le soluzioni, ma una fonte che ci accompagna. Le domande "perché?", e soprattutto “perché a me?” restano umane e ineludibili. Quando non ci riguardano in prima persona tendiamo a rifugiarci in risposte banali che non offrono alcuna consolazione, ma il relatore suggerisce una risposta provocatoria: “perché no?”. La pastorale della salute è chiamata a non soffocare queste domande, e a non offrire risposte precostituite che chiudono il dialogo, ma a restare presenti.
Come evidenziato dai recenti documenti ecclesiali sull'Humanitas, la nostra vocazione è quella di riscoprire l'antropologia cristiana in un tempo segnato dall'intelligenza artificiale e dalla tentazione di gestire la fragilità come un problema tecnico. La nostra missione è esserci, accompagnare la persona nella sua interezza, sapendo che, anche nell'oscurità del limite umano, Dio abita la nostra storia. Non abbiamo risposte esaurienti al mistero, ma abbiamo il dono della presenza.
Nel prossimo numero de L'Azione, ampio reportage. EC









