È ancora lunga la strada per giungere al pieno riconoscimento della dignità della donna (di cui ieri ricorreva la festa). Prendiamo le retribuzioni. Utilizzando i dati forniti dalle dichiarazioni dei redditi del 2008 fatte al Caaf, la Cisl di Treviso ha rilevato che la maggior parte delle donne ha un reddito inferiore a 17.000 euro, in percentuale proporzionalmente invertita rispetto agli uomini. Incrociando il dato con quello fornito dall’Inps sull’importo medio mensile del 2009 delle pensioni a Treviso da lavoro dipendente – uomini € 1.366,38, donne € 601,80 – e da lavoro autonomo – uomini € 1.006,93, donne € 528,42 – si evidenzia che le differenze di reddito tra generi sono ancora molto forti. La differenza nasce anche dagli anni lavorati, le donne vanno in pensione spesso con l’età (60) ovvero con meno anni di contributi versati; e il lavoro part-time, sicuramente significativo per permettere alle donne di conciliare il lavoro con la famiglia, incide prima sul reddito da lavoro e poi anche sulla pensione.

Sono passati duemila anni dalla venuta di Cristo e ancora non riusciamo a liberarci dall’idea che il male sia una punizione divina. Ieri all’Angelus papa Benedetto riprendendo le letture del Vangelo, sull’uccisione di alcuni Galilei per ordine di Ponzio Pilato e il crollo di una torre su alcuni passanti, ha sottolineato che “di fronte alla facile conclusione di considerare il male come effetto della punizione divina, Gesù restituisce la vera immagine di Dio, che è buono e non può volere il male. Anzi, mettendo in guardia dal pensare che le sventure siano l’effetto immediato delle colpe personali di chi le subisce Gesù invita a fare una lettura diversa di quei fatti, collocandoli nella prospettiva della conversione”. Infatti, ha osservato il Papa, “le sventure, gli eventi luttuosi [...] devono rappresentare occasioni per riflettere, per vincere l’illusione di poter vivere senza Dio, e per rafforzare, con l’aiuto del Signore, l’impegno di cambiare vita. La possibilità di conversione esige che impariamo a leggere i fatti della vita nella prospettiva della fede, animati cioè dal santo timore di Dio. In presenza di sofferenze e lutti, vera saggezza è lasciarsi interpellare dalla precarietà dell’esistenza e leggere la storia umana con gli occhi di Dio, il quale, volendo sempre e solo il bene dei suoi figli, per un disegno imperscrutabile del suo amore, talora permette che siano provati dal dolore per condurli a un bene più grande”.

Le donne separate o divorziate soffrono maggiori difficoltà economiche degli uomini separati, specie se con figli a carico e con lo spettro della disoccupazione alle spalle. È il quadro che emerge dal recente rapporto Caritas-Zancan su povertà ed esclusione sociale in Italia, uno studio realizzato su un campione di 80 mila persone che si rivolgono ai centri d’ascolto delle Caritas diocesane. Tra gli italiani che hanno chiesto aiuto le donne sono il 19,2%, mentre gli uomini il 16,1%. Divario che aumenta se si prende in considerazione il dato delle persone con figli a carico: l’8,5% delle donne che si rivolgono alla Caritas sono donne separate o divorziate con figli a carico nel nucleo, mentre gli uomini in questa situazione sono l’1,8%. Complessivamente su cento utenti italiani che in un anno si rivolgono alla Caritas per chiedere aiuto i divorziati separati con minori a carico sono il 5,5%.

I ragazzi italiani cominciano a consumare bevande alcoliche prima rispetto ai loro coetanei europei. Precisamente a 12,2 anni rispetto ai 14,6 anni in Europa. Lo dice la Relazione al Parlamento sugli interventi realizzati da Ministero della Salute e Regioni in materia di alcol e problemi ad esso correlati per il 2007 e il 2008. Altri dati preoccupanti: nel 2008 quasi il 18% dei ragazzi tra gli 11 e i 15 anni ha consumato bevande alcoliche; tra i 18 e i 24 anni la percentuale schizza al 71%.
Come abbiamo più volte scritto su L’Azione si va diffondendo il fenomeno del ‘blinge drinking’, l’assunzione smodata di alcol fino all’ubriacatura: lo pratica il 22% dei maschi dai 18 e i 24 anni e il 17% di adulti tra i 25 e i 44 anni. In aumento anche il consumo di alcol da parte delle donne. E cresce pure il consumo di alcol fuori pasto: il 31,7% tra gli uomini e il 21,3% tra le donne dagli 11 ai 24 anni.

“È ancora lecito indignarsi dinanzi alla notizia che ogni 11 secondi nei Paesi europei si consuma un aborto?” È la reazione dell’associazione Scienza&Vita di fronte alle notizie diffuse dal quotidiano Avvenire sul rapporto dell’Istituto di politica familiare presentato ieri a Bruxelles. “I dati pubblicati oggi da Avvenire sono lo specchio della progressiva opera di banalizzazione dell’aborto avvenuta in questi anni – commenta il copresidente Lucio Romano – senza contare che, verosimilmente, i numeri sono sottostimati a fronte di un sempre più diffuso impiego di forme mistificate di aborto chimico proposte come contraccettivi”.

“Credevo che integrato significasse avere un lavoro, un permesso, una casa… poi ho capito che dovevo solo sembrare meno straniero… Ma cosa dovrei fare? Forse parlare meglio l’italiano? Capire le barzellette? Capire qualcosa della politica? Mangiare più pasta e meno riso? Forse se riuscirò a fare tutte queste cose mi daranno un lavoro diverso, più sicuro, più pagato?”. È la testimonianza di Uddin immigrato bengalese, in Italia da due anni (tratto da Redattore Sociale).

In una lunga e bella intervista rilasciata a “La Settimana” il vescovo emerito di Lecce, Cosmo F. Ruppi, parla del ruolo dei vescovi e dei parroci “emeriti”. Un capitolo dell’intervista è dedicato al cambio dei parroci. Chiede l’intervistatore: “Va bene o va male cambiare (spesso) i parroci?”. Risponde Ruppi: “Dalle nostre parti si dice: “Chi cambia, si rinfresca”, ed io aggiungo volentieri: “Si rinfresca chi cambia e, a volte, anche le comunità che vivono il cambiamento”, perché inevitabilmente un po’ di polvere si accumula su ognuno di noi; le azioni abitudinarie rattrapiscono l’azione pastorale. Per questo un cambiamento né rapido, né irrazionale, è necessario ed è utile… Ogni nuovo parroco deve continuare il lavoro, lo deve migliorare, perfezionare e allargare la schiera dei collaboratori, recuperando, se necessario, quelli che si sono autoesclusi, ma non deve partire da zero. Ci vuole continuità e rispetto per chi è venuto prima e per la stessa comunità che, senza scosse e senza polemiche, vive la vicinanza con il nuovo parroco senza perdere la vicinanza di quello che se n’è andato”.

“Don Mario è stato un dono speciale e gioioso anche perché sapeva farsi piccolo con i piccoli, umile con gli umili e compagno di strada premuroso di tante persone.
Ci piace ancora ricordarlo nei cortili di casa Giralba e di casa Cimacesta ad Auronzo, in mezzo a tanti ragazzi che lo rendevano partecipe delle gioie o delle difficoltà che vivevano nei campiscuola; in cucina quando scambiava qualche battuta di affettuosa riconoscenza con il personale; nei sentieri di montagna sempre pronto ad incoraggiare bambini e adulti che faticavano a raggiungere rifugi e mete stabilite”. È un passo del ricordo di don Mario Battistella scritto da Annamaria e Claudio Betto e pubblicato su L’Azione di questa domenica. Don Mario è mancato il 28 febbraio di dieci anni fa.

Erano un miliardo e 166 milioni i fedeli battezzati nel 2008, con un incremento di 19 milioni (+1,7%) rispetto all’anno precedente. È quanto emerge dall’Annuario Pontificio 2010 uscito in questi giorni. Considerando la crescita della popolazione mondiale a 6 miliardi e 700 milioni di persone si registra un lieve aumento percentuale dell’incidenza dei cattolici a livello planetario (dal 17,33 al 17,40 per cento). Per quanto riguarda i sacerdoti, tra il 2000 e il 2008 si è verificato un leggero aumento (intorno all’1%): da 405.178 a 409.166. La loro distribuzione tra i continenti, nel 2008, è caratterizzata da una forte prevalenza di sacerdoti europei (47,1%, ma erano il 51,5% del totale nel 2000); gli americani sono il 30%, gli asiatici il 13,2%, gli africani l’8,7% e quelli dell’Oceania l’1,2%.

Ci aiuta a capire il momento politico che stiamo vivendo l’analisi elaborata dal presidente dell’Eurispes, prof. Gian Maria Fara, nel Rapporto Italia 2010 dell’istituto di ricerca. Dal crollo della “prima repubblica” secondo Fara “l’Italia è una sorta di cantiere aperto che non si riesce a chiudere perché nessuno ha le idee chiare su che cosa si deve costruire. Un cantiere popolato da una moltitudine di litigiosi aspiranti architetti che non riescono a mettersi d’accordo perché, in definitiva, non hanno nessun vero interesse a che i lavori partano e si concludano. Questi infatti sono i figli e i padroni della transizione infinita interessati, più che alla prospettiva, al mantenimento dello statu quo. Il rischio è che come nella legge del pendolo si passi dal pessimismo cupo dei primi mesi del 2009 ad una sconsiderata e superficiale euforia da scampato pericolo. Occorre invece far tesoro del vantaggio, anche immeritato, che ci è stato concesso dal non essere stati travolti, come si temeva, dalla crisi per ragionare sul vero stato del Paese, elaborare un censimento dei bisogni e delle possibilità e lavorare senza sosta per chiudere la transizione. Soprattutto considerando che mantenere il cantiere aperto comporta un costo altissimo per la nostra economia e un rischio per la tenuta stessa della democrazia. Non abbiamo timore di essere accusati di eccessivo allarmismo, ma dal nostro osservatorio cogliamo segnali preoccupanti di disagio, di distacco, quando non di ostilità nei confronti delle Istituzioni che aspiranti capipopolo vorrebbero cavalcare”.