Don Vinicio Albanesi è prete senza peli sulla lingua. Immerso da tanti anni nel mondo della sofferenza e dell’emarginazione (è presidente della Comunità di Capodarco), don Vinicio ha deciso di mettere nero su bianchi alcune riflessioni sulla crisi della Chiesa in Italia. Riflessioni che gli girano nella mente e nell’anima da quasi dieci anni. È nato così il libro “I tre mali della Chiesa in Italia”, in uscita in questi giorni nelle librerie (editrice Ancora). Ma quali sono questi tre “mali”? Il verbalismo, l’estetismo e il moralismo. Il primo è l’abuso della parola, cioè di prese di posizione che spesso hanno poco a che vedere con i contenuti della fede. Il secondo consiste nella mancanza di semplicità, che si evidenzia, ad esempio, in un certo ritorno al barocchismo della liturgia. Il terzo si materializza in “una serie di atteggiamenti che esprimono esteriormente virtù evangeliche, poi contraddette nella pratica”.
Ma queste tre piaghe, che rendono la Chiesa poco misericordiosa e coraggiosa, possono essere curate e guarite, secondo don Vinicio, se la comunità cristiana si fa più fedele nell’imitazione di Cristo.
Abbiamo bisogno di comunità convertite, capaci di entrare nella vera crisi di fede che attanaglia la nostra società e di portarvi il sale e la luce del Vangelo.
Don Helmut Schuller è tutt’altro che un prete scalmanato ed eccentrico. È stato vicario generale della diocesi di Vienna e responsabile della Caritas di quella diocesi, ed è considerato un “prete conservatore”. Eppure è proprio lui tra i primi firmatari dell’appello Pfarrer-Iniziative (iniziativa dei parroci), che oggi conta 450 sottoscrizioni tra preti e laici (specie in Austria). L’appello contiene sette richieste specifiche di rinnovamento della Chiesa, temi che derivano tutti dalle esperienze di lavoro pastorale quotidiano dei parroci. «Chiediamo che i vertici della Chiesa aprano un nuovo dialogo con il popolo di Dio e valorizzino i carismi dei battezzati e di quanti sono impegnati nella Chiesa per una lettura dei “segni dei tempi” - ha dichiarato don Schuller alla Settimana -. Come cerchiamo di fare noi come parroci delle nostre comunità». Quindi non si tratta di un appello alla “disobbedienza”, come da più parti è stato definito, ma la richiesta di un dialogo-confronto su alcuni punti specifici. Nell’ultima messa crismale papa Benedetto ha citato l’appello definendolo come strumento contraddittorio per rinnovare la Chiesa. I parroci della Pfarrer-Initiative hanno trovato sorprendentemente articolato il ragionamento del Papa perché «si avvicina alle nostre richieste nella forma della domanda - e non, come qualche vescovo ha fatto, con l’accusa infondata secondo cui metteremmo a rischio la nostra appartenenza alla Chiesa». Proprio ai vescovi i firmatari dell’appello chiedono più coraggio: «I vescovi devono chiarire le loro posizioni come pastori delle Chiese locali (senza rimandare sempre alla competenza di Roma) e devono chiarire come vogliono esprimere la loro corresponsabilità in ordine alla guida dell’intera Chiesa».
Per la Settimana l’appello è sbagliato ma non privo di qualche ragione. Ma al di là delle valutazioni sui contenuti, dobbiamo chiederci se è meglio una certa disobbedienza “silenziosa”, che è in atto non solo in centro Europa, oppure un confronto limpido tra credenti.
Le analisi del sociologo Ilvo Diamanti sono sempre intelligenti. In una delle ultime si sofferma sui suicidi di lavoratori e ancor più dei piccoli imprenditori che pare essere un fenomeno che riguarda, in particolare, le zone forti dello sviluppo degli ultimi decenni, come il Nordest. Qui, secondo Diamanti, ad alimentare l’angoscia sociale c’è “la paura del baricentro sociale, un tempo imperniato sulla grande fabbrica, spostatosi, poi, sul lavoro autonomo e sulla piccola impresa. Un modello fondato, comunque: sul “lavoro”. Riferimento dell’identità e della coesione sociale, prima che fonte di reddito… Ma se il lavoro e la fatica non bastano più: cosa terrà insieme la società? E, prima ancora, che “senso” ha la vita”?
Sono domande che ci interrogano come credenti. Non possiamo eluderle e farci carico della responsabilità di comunicare altre ragioni per cui vale la pena vivere oggi nel Nordest.
Darsi una regola di vita per mettere ordine nelle giornate in modo che i comportamenti corrispondano a ciò che si vuole fare della propria vita. È quanto consiglia di fare il vescovo di Brescia, Luciano Monari, ai propri sacerdoti, in una lettera consegnata il Giovedì Santo. Monari propone anche delle indicazioni concrete per questa regola. Svegliarsi a un’ora stabilita prendendo coscienza “che la mia vita ha la forma di un servizio”. Prendersi una giusta cura del proprio aspetto. Una “lettura calma”, e fatta con la bocca e non solo con gli occhi, delle lodi. I pasti intesi non solo come assimilazione di cibo ma anche come momento per creare legami con altre persone. Lettura. Messa ben preparata e vissuta con attenzione (senza pensare ad altro). Individuare almeno un giorno alla settimana di riposo. Confessione regolare, perché il prete ha bisogno di guarigione. Prudenza nell’uso di internet.
Questa regola di vita prende senso se a monte c’è stata una scelta esistenziale:
«Se il vangelo non cambia la nostra vita, sarà impossibile anche per noi crederci. E così avremo la tentazione di dedicarci a qualche servizio sociale: far divertire i bambini, offrire alle famiglie un periodo di vacanza a poco prezzo, organizzare feste, insegnare sport, musica, danza e così via…».
Oggi a Mel il vescovo ordina due nuovi diaconi, Paolo Astolfo di Motta e Domenico Valentino di Vittorio Veneto, studenti di sesta teologia. L’ordinazione diaconale ci richiama alla mente un’omelia di Tonino Bello sul servizio nella Chiesa: “Cerchiamo di essere uomini portatori di speranza, come ha fatto Gesù che ha lavato i piedi agli apostoli, e si è messo il grembiule al fianco. Anche noi dobbiamo metterci il grembiule, lavare i piedi dei poveri, lavare gli occhi ai malati, come ha fatto Gesù con i ciechi. Questo dobbiamo fare. E c’è spazio per tutti. La vita cristiana è questa: non è solo battersi il petto e proclamare le lodi di Dio mentre stiamo in chiesa. La vita cristiana si vive fuori della chiesa, nella vita concreta”.
Naturalmente questo non vale solo per Paolo e Domenico, ma per chiunque cerchi, con tutti i propri limiti, di vivere il Vangelo.
Più di un navigatore penserà che siamo partiti per la tangente. Cosa c’entra la cucina con l’opera della creazione? C’entra, c’entra. Come è spiegato in un buon articolo di Anita Polat sul nuovo numero dell’Azione, scritto a conclusione del corso di aggiornamento promosso dal Centro di Studi Biblici di Sacile, sul tema “Come a un ricco banchetto”.
Come ha sottolineato il biblista Luca Mazzinghi “chi non sa mangiare a un banchetto terreno non saprà gustare il banchetto escatologico”. Certo, si parla di un cibo preparato e assunto in un contesto di convialità.
Non è azzardato considerare la cucina come una parabola e vedere in ogni nostro pasto un’anticipazione, un “aperitivo” del banchetto che sazierà ogni desiderio.
Questo rivaluta anche il prezioso servizio di chi, e sono soprattutto donne, dedica tanto tempo e tante energie, a preparare i pasti. A loro il nostro grazie.
Le chiese europee continuano a interrogarsi sul possibile futuro di una catechesi evidentemente in crisi. Al Congresso europeo per la catechesi, che termina oggi a Roma, è stato ribadito che la famiglia è il luogo di educazione fondamentale alla vita di fede. In questo contesto gioca un ruolo sempre più fondamentale la figura della nonna: è sempre più percepita come il membro della famiglia determinante per l’apprendimento delle prime nozioni di catechesi, è lei che invita alla preghiera, ad andare in chiesa, a fare regali in occasione delle feste cristiane. Dunque rappresenta un anello di congiunzione nella tradizione cristiana di una famiglia. La nonna è, quindi, testimone vivente di valori.
Questo dato combinato con quello della fuga delle quarantenni dalla vita parrocchiale, ci dice che dobbiamo ben riflettere, in ambito pastorale, sulla valorizzazione delle nonne.
“Il nostro problema è che siamo immersi in un oceano d’amore e non ce ne rendiamo conto”. È un pensiero di padre Vannucci che padre Ermes Ronchi propone nel commento al vangelo di domenica prossima (Giovanni, … se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore…).
In questa limpidissima giornata facciamo un piccolo esercizio di “consapevolezza” della nostra immersione nell’amore di Dio, che si esprime anche nella bellezza del creato.
Troviamo particolarmente significativo il titolo di un nuovo libro “Dio non produce scarti - Cronache da Basùra”, autore Matteo Donati (Emi). Con Basùra in spagnolo si definisce la spazzatura. La spazzatura che portiamo dentro di noi. Perché anche il cuore ha la sua spazzatura: sono tutti quegli atteggiamenti con cui ci difendiamo dagli incontri che ci mettono in crisi, dai volti che ci disturbano, da quegli appelli silenziosi a ciò che sentiamo che dovremmo fare ma… non ne abbiamo voglia.
Donati ci fa scendere nelle viscere delle città a contatto con un’umanità dolente ma reale. E ci fa scendere ben più dentro, dentro di noi, nella spazzatura del cuore, per invitarci a non buttare via quella salutare inquietudine che ci fa prendere sul serio la vita di tanti ultimi che normalmente preferiamo non vedere. Ultimi che ai nostri occhi di ben pensanti sono “scarti”, ma a quelli di Dio sono perle preziose. Sicuramente più di noi.
Nei giorni scorsi i giornali locali hanno dato spazio a una vicenda accaduta a Santa Lucia di Piave. Il parroco don Paolo Cester ha deciso di non celebrare un matrimonio dato che, a suo avviso, non vi erano erano sufficienti condizioni di libertà da parte dei nubendi. Sul fatto interviene, sul prossimo numero dell’Azione, Alberto Azzari che spiega come “le parole che gli sposi usano nell’esprimere la volontà reciproca di costituire una comunità di tutta la vita, quell’“io accolgo te come mio sposo/mia sposa”, li uniscono in un valido matrimonio soltanto se ad esse corrisponde una volontà integra, libera dei due. Il parroco che raccoglie il loro consenso è tenuto, secondo la legge canonica, ad accertarsi se ve ne siano le condizioni nei termini detti sopra. Ciò che ha fatto, né più né meno, il parroco di S. Lucia di Piave. Non è che la sua assistenza al matrimonio in questione avrebbe supplito al difetto delle condizioni richieste per celebrarlo validamente”.