Il segnale di allarme è stato forte, ma la reazione debolissima. Il vertice della Fao (l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura), che si è tenuto a Roma lunedì scorso, si è concluso con un nulla di fatto. Eppure il dato diffuso alla vigilia dalla stessa organizzazione era  impressionante: nel 2005 il numero degli affamati nel mondo era di 848 milioni, nel 2009 è giunto a 1020 milioni, più di un miliardo, un sesto dell’umanità. Tutte le promesse e gli sforzi di questi anni sono risultati vani. Il fatto avrebbe dovuto far scattare una mobilitazione generale, invece alla fine ci sono state solo raccomandazioni. Per di più il vertice è stato snobbato dagli stati più importanti, che hanno inviato rappresentanti di secondo rango. Il direttore della Fao, Jacques Diouf, aveva proposto il raddoppio della cifra assegnata dal G8 de L’Aquila, passando dai 20 miliardi di dollari a 44 miliardi. Ma non è stato ascoltato. Nessuno stanziamento aggiuntivo.
Al vertice è intervenuto anche papa Benedetto XVI e le sue parole, che hanno ripreso il discorso dell’enciclica Caritas in veritate (n. 27), sono state tra le più forti pronunciate durante l’incontro, ma non sono riuscite a smuovere l’inerzia delle grandi nazioni.
La mancanza di cibo per oltre un miliardo di persone è il vero pericolo incombente sull’umanità. È inutile sbarrare le porte degli stati o ributtare a mare gli sventurati: gli affamati non si possono fermare. Non fanno guerra gli affamati, non ne hanno la forza, sono come un fluido che si insinua ovunque c’è abbondanza di cibo.

Oltre all’insicurezza generale che generano in un mondo globalizzato, essi sono il segno di un peccato che grida vendetta al cospetto di Dio.
Il Papa, concludendo il suo discorso, ha dichiarato: «Non è possibile continuare ad accettare opulenza e spreco». Perché, in realtà, gli alimenti che si producono attualmente nel mondo sarebbero sufficienti a sfamare l’intera umanità. Non è vero che la causa della fame e della povertà sia il numero eccessivo di popolazione. Il fatto è che la maggior parte del cibo è sprecato da parte di chi vive nell’abbondanza. Le ricerche condotte sugli sprechi alimentari danno dati agghiaccianti. In Italia il 10% della spesa alimentare delle famiglie è buttato nei cassonetti della spazzatura. In America si arriva addirittura al 50%. Il sistema della grande distribuzione è micidiale da questo punto di vista. Nei supermercati devono entrare soltanto prodotti perfetti e dall’aspetto attraente. Non si ha l’idea di quanto cibo sano sia scartato per motivi estetici lungo il percorso dal produttore al consumatore. Così si è persa la sacralità del cibo, quella che si aveva una volta per cui era un delitto buttarlo via.
Ma non è lo spreco la causa principale della fame nel mondo. Il male non si cura inviando nel mondo povero container di cibo. Per improvvise emergenze alimentari è doveroso anche provvedere in questo modo, ma non è la via risolutiva del problema. La soluzione sta nel far diventare ciascun paese autosufficiente in fatto di alimenti, fargli acquisire una “sovranità alimentare” come dicono gli esperti in questo campo (che poi è il presupposto della sovranità politica). Da questo punto di vista ci sono meccanismi perversi che impediscono questo obiettivo. In molti paesi l’agricoltura è condizionata dalle grandi compagnie, che impongono colture destinate ai paesi ricchi e non ai bisogni interni, come il caffè, le banane, il tè, il cacao, eccetera. Anche i piccoli proprietari sono, in un modo o nell’altro, forzati verso queste coltivazioni i cui prodotti sono poi pagati pochissimo, lasciando i produttori con risorse insufficienti per vivere. Invertire questa tendenza e organizzare un’agricoltura in funzione dei bisogni interni della popolazione, incontra mille ostacoli, proprio da parte dei paesi più ricchi. Anche la speculazione finanziaria che ha causato l’attuale crisi ha fatto la sua parte in questo disastro, perché non si è fermata nemmeno di fronte agli alimenti di base, come il grano, facendone aumentare enormemente i prezzi.
Il difficile cambiamento dei rapporti tra paesi ricchi e poveri deve anche essere accompagnato da aiuti per migliorare i sistemi di coltivazione, in modo da assicurare non solo l’autosufficienza, ma anche una produzione da scambiare con l’esterno che assicuri un benessere generale alla popolazione.
Il vertice della Fao ha dato un brutto segnale. Benedetto XVI ha lanciato un forte avvertimento: «Vi è il rischio che la fame venga ritenuta come strutturale, parte integrante delle realtà socio-politiche dei paesi più deboli, oggetto di un senso di rassegnato sconforto, se non addirittura di indifferenza. Non è così, non deve essere così!». Questo grido del Papa, unito a quello del miliardo di affamati, deve scuotere le coscienze di tutti.

Giampietro Moret

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