A pensarci bene (ma quanti veramente ci pensano) il caso è serio. Serissimo. Al punto da mettere in pericolo tutto l’impianto della nostra convivenza civile. Si sta proponendo una legge che fissa i termini di scadenza dei processi penali. Sei anni, due per ogni grado. Forse è bene intervenire d’imperio nello svolgimento dei processi per superare la montagna di interminabili processi sotto cui è stato sepolto il sistema giudiziario. O forse no. Non è questo il problema.
Il caso serio è che, per ammissione più o meno esplicita da parte di alcuni suoi proponenti, l’intervento serve in primo luogo per mettere al riparo da ogni eventuale condanna il presidente del consiglio, che ha in corso un paio di processi. Bocciato dalla Corte costituzionale il lodo Alfano che impediva di chiamare in tribunale le quattro più importanti cariche istituzionali, si è provveduto a creare, in fretta e furia, questa nuova protezione. La proposta di legge, infatti, non riguarda solamente i futuri processi, ma anche quelli in atto, ma solo nel primo grado e per gli incensurati. Il nostro presidente del consiglio è incensurato ed è implicato in due processi in primo grado che sono prossimi alla scadenza dei due anni. Più ad personam di così!
Qualcuno continua a giurare di no, che il presidente non c’entra per niente, che la legge, come recita il titolo, è per la tutela dei cittadini, ma assomiglia al bambino scoperto con le dita nel vaso della marmellata che mette la mano davanti agli occhi per nascondersi.
I meno irragionevoli riconoscono che, sì, la legge è fatta per il presidente, ma solamente per difenderlo dagli attacchi ingiusti di una magistratura legata ai partiti di opposizione, la quale, da quando Berlusconi è sceso in campo, cerca in tutti i modi di farlo fuori a suon di sentenze, dato che per le vie democratiche non ci riescono. Ad un’azione così contraria alla giustizia, di cui il potere giudiziario dovrebbe essere l’inflessibile custode, non resta che reagire con una legge che di per sé è contraria alla natura della legge che deve essere sempre per il bene di tutti e non per assicurare privilegi personali, ma che al momento è l’unico modo per far fronte a questo attacco. È una specie di legittima difesa. Ad un abuso si è costretti a rispondere con un altro abuso.
Consideriamo solamente questa ipotesi, lasciando cadere l’altra, che cioè la magistratura in questi anni non abbia fatto altro che il suo dovere, il che sposterebbe la preoccupazione in altra direzione, altrettanto grave. Nell’ipotesi considerata ci troviamo di fronte al collasso del nostro sistema di convivenza. I poteri sui quali poggia lo stato, sono stravolti. Potere giudiziario che diventa forza politica, potere legislativo che legifera contro il bene comune, potere politico che usa la sua forza per chiudere la bocca ai giudici. Non occorre essere esperti di cose politiche per capire che il caso è serio. Anche il cittadino comune può arrivare a questa conclusione.
La cosa stupefacente è che, invece, tutto sembra continuare ad andare avanti come se nulla fosse. Il governo continua ad avere il consenso di una massiccia maggioranza dei cittadini. L’opposizione strepita, ma sembra più preoccupata per il suo assetto interno. Di fronte a una situazione del genere verrebbe voglia di dire le parolacce, come è capitato al presidente della camera, ma non è bene e non risolve nulla. La soluzione sta sotto gli occhi di tutti e consiste in una radicale riforma, incominciando dal sistema giudiziario che, colpevole o no di abusi, è impantanato in una palude di inefficienza e di mancanza di risorse.
Ma riformare il sistema giudiziario significa dover ricalibrare anche gli altri poteri. Insomma si tratta di una grave e delicata riforma istituzionale che richiede, come condizione necessaria, la collaborazione di tutte le forze politiche per arrivare ad un certo equilibrio di consenso. Senza questo clima di consenso generale si partorirebbe un mostro ancor più pericoloso della situazione presente. Ma è proprio questo scatto di volontà comune che sembra mancare. Sulle riforme si trascina una estenuante guerra di trincea che non prevede possibilità di accordi utili per il Paese. I vescovi stanno sollecitando a “deporre le armi” per iniziare la collaborazione, ma è una voce che grida nel deserto. L’opinione pubblica è distratta da una informazione che sembra additare come unico pericolo incombente il virus A/H1N1. Ma ben altro virus sta minando la vita comune nel nostro Paese.
Giampiero Moret
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