Venerdì della scorsa settimana, 4 dicembre, sono state dette contemporaneamente da persone diverse alcune parole che avrebbero dovuto scuotere le coscienze di tutti. Invece sono state quasi ignorate, sepolte da altre parole che in quel momento risuonavano più prepotenti. Erano parole che si riferivano a certe cattive abitudini che si stanno radicando nel mondo dell’informazione e quindi nel costume generale del Paese, dato che l’informazione condiziona ormai la vita di tutti.
Incominciamo con la ritrattazione di Vittorio Feltri in prima pagina de Il Giornale, dove riconosce di essersi sbagliato tre mesi fa quando ha accusato di cose ignominiose Dino Boffo, direttore di Avvenire, provocandone le dimissioni. “Boffo – scrive Feltri – ha saputo aspettare, nonostante tutto quello che è stato detto e scritto, tenendo un atteggiamento sobrio e dignitoso che non può che suscitare ammirazione”.
Lo stesso giorno il cardinale Bagnasco intervenendo al convegno dell’Unione della stampa cattolica (Ucsi), ha affermato: “Quando la comunicazione perde gli ancoraggi etici e sfugge al controllo sociale finisce per non tenere più in conto la centralità e la dignità inviolabile dell’uomo, rischiando di incidere negativamente sulla sua coscienza, sulle sue scelte e di condizionare in definitiva la libertà e la vita stessa delle persone”.
Al Quirinale, quella mattina, il presidente Napolitano riceveva i rappresentanti delle associazioni di volontariato.

Nell’elogiare l’opera indispensabile dei volontari per il bene del Paese il presidente ha affermato a mo’ di inciso: “I mezzi di comunicazione e noi stessi che lavoriamo nelle istituzioni siamo spesso troppo assorbiti dai comportamenti litigiosi o comunque poco cooperativi che caratterizzano la nostra società politica e non guardiamo con sufficiente attenzione alle espressioni della nostra società civile”. Solo un inciso, ma di inequivocabile riferimento al clima in cui viviamo.
Infine sul Corriere di quel giorno appare una lettera aperta che Sergio Zavoli, presidente della Commissione di vigilanza, indirizza al presidente della Rai, Paolo Garimberti, dove si lamenta dell’“uso e abuso del caso Marrazzo” al quale è dedicata “un’attenzione mediatica che supera ogni criterio civile e qualunque principio umano” offrendo “uno spettacolo privo di avvedutezze e di pietà; specie se penso a quanti, soprattutto bambini, hanno potuto cogliervi aspetti inquietanti”. E cita il rabbino Abraham Heschel: “Il vuoto di molti uomini oggi è dovuto al fatto che hanno cessato di interrogarsi sulla natura dei gesti che compiono; mentre l’essenza dell’uomo sta nel valore di ciò che compie per ricreare se stesso”.
È stata una singolare e straordinaria coincidenza di parole forti che avrebbero dovuto sommuovere il Paese e farlo reagire di fronte a una tale degenerazione, invece è stato dato ad esse, salvo che in Avvenire, uno spazio esiguo all’interno dei giornali e, per quanto riguarda il caso Boffo, nessun accenno nei telegiornali di Rai 1 e 2 e di Canale 5. La responsabilità dell’informazione è ciò che sta venendo meno, e senza responsabilità, come dicono il cardinale e il rabbino, non c’è umanità. Indispensabile e ineliminabile la libertà per avere crescita in umanità, ma mai separata dalla responsabilità. Senza questa la libertà diventa distruttiva. Ed è ciò che stiamo assistendo in questo periodo nel quale sembra che si siano rotti tutti gli argini della decenza. Urla, insulti, menzogne dai media che a noi spettatori hanno corrotto l’udito, per cui prestiamo attenzione solo a questi. È come se fossimo ormai tutti drogati in fatto di informazione. E poi ignobili ricatti come nel caso di Marrazzo o della deputata Mussolini. Si rubano o si inventano momenti di vita personale per guadagnare soldi.
E veniamo alla ritrattazione di Feltri, da voci ufficiali della Cei è stata qualificata “tardiva e ambigua”. Scrive il giornalista: “La ricostruzione dei fatti descritti nella nota, oggi posso dire, non corrispondono al contenuto degli atti processuali”. La “nota” è quella informazione anonima trasmessagli e sulla quale fondava tutta la sua accusa. “Oggi posso dire”, scrive. Oggi? Due giorni dopo il suo scoop, il Tribunale di Terni pubblicava il testo della sentenza dove risultava in maniera inequivocabile la falsità di quella nota. Ma Feltri si accorge soltanto dopo tre mesi. Altro che dimostrazione di coraggio, come qualcuno ha elogiato l’uscita dei Feltri. Anche perché il giorno dopo ha precisato che le sue non sono “scuse né lacrime né una retromarcia”. Invece l’unica cosa degna che avrebbe dovuto fare era di chiedere perdono a Boffo e d’ora in avanti usare più responsabilità nel suo mestiere.

GIampiero Moret

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