Era da aspettarsi che prima o poi si sarebbe arrivati all’aggressione fisica. Soprattutto dopo la settimana scorsa, segnata da varie sovreccitazioni. I cortei viola e rossi. Le rivelazioni di un mafioso pentito che molti speravano fossero decisive per incastrare definitivamente Berlusconi, ma che poi sono svanite come una bolla di sapone per le dichiarazioni di mafiosi non pentiti. Le esternazioni di Berlusconi a Bonn e Bruxelles che picconarono pesantemente le nostre istituzioni democratiche, compresa la Presidenza della repubblica e la Corte costituzionale. Le violenti reazioni contro il cardinale Tettamanzi, colpevole di aver criticato, nel tradizionale discorso alla città di Milano la vigilia del patrono sant’Ambrogio, certe decisioni dell’amministrazione comunale nei confronti dei rom e dei musulmani.
Viviamo in una continua e rissosa contrapposizione. Tutta colpa dell’odio da parte di una sinistra scassata che non ha altri argomenti per fare opposizione, se non eccitare all’odio contro il capo del governo, si dice a destra. No, si risponde a sinistra, tutta colpa di Berlusconi che si è messo a fare politica per difendere i propri interessi e che considera pericoloso comunista chi non sta con lui riesumando tutto l’armamentario del tempo della guerra fredda. E poi c’è la Lega di Bossi, che ha aggiunto a questo tutto il suo rancore contro gli extracomunitari.
Sono discorsi che si involvono in se stessi senza sbocco. È come la disputa se sia nato prima l’uovo o la gallina. E le parole sempre più dure diventano pietre vere.
Dobbiamo fermarci in tempo. Sì, ma chi può fermare questa rovinosa corsa? Il gesto inconsulto di domenica sera contro Berlusconi sembrava aver uniti tutti nel deprecare l’accaduto e nel richiamare tutti ad una maggiore correttezza nello scontro politico. Ma è durato poco. Subito dopo sono riesplose le accuse reciproche. In un clima del genere il richiamo al rispetto reciproco è poco ascoltato, ma è l’unico freno che si può attivare per fermare la deriva. Dobbiamo ragionare di più e continuare a ripeterci che la vera politica è un’altra cosa.
Si sta avverando nel nostro Paese la sciagurata teoria, propugnata da alcuni autori a cavallo delle due guerre e che non è stata estranea alla catastrofe che poi è avvenuta, secondo la quale la politica è guerra. La guerra guerreggiata con le armi non è altro che la continuazione della politica con altri mezzi. C’è solamente l’alternanza tra una forma e l’altra, ma la sostanza rimane uguale. In politica, come in guerra, l’importante è saper chi è amico e chi è nemico. Contro il nemico ogni mezzo è lecito per stroncarlo.
Ma la politica non può essere così concepita. Se c’è un passo fondamentale che l’umanità ha fatto è stato quello di concepire l’esercizio della politica non come annientamento dell’avversario nella corsa al potere, ma come confronto pacifico di idee e di progetti per condurre al meglio la vita della comunità. La prevalenza di una proposta sull’altra (poiché governare presenta necessariamente forme diverse) è fatta sulla base delle ragioni e dei risultati ottenuti, mantenendosi rigorosamente entro il percorso segnato dal diritto. Non solamente la violenza deve essere bandita, ma anche ogni forma subdola di manipolazione delle menti. Quanto più si fa ragionare la gente, evitando l’eccitamento delle passioni e l’incantamento delle illusioni, tanto più ci si avvicina ad un uso umano della politica che ci fa vivere in pace senza sfociare necessariamente nella guerra. Questa è la democrazia. In questa visione anche il rapporto tra maggioranza e minoranza deve essere di mutuo rispetto e di completamento sia pur attraverso la critica, perché nessun programma di governo sa rispondere a tutte le esigenze della vita sociale.
Si pensava che, dopo le due spaventose guerre mondiali, la vecchia teoria della politica come guerra fosse del tutto superata. C’è stata anche la caduta del muro di Berlino che aveva segnato un altro passo in avanti sulla via della democrazia, facendo crollare l’ideologia marxista che pretendeva di avere la soluzione definitiva della società giusta da imporsi con la forza a tutti, rimandando il godimento della libertà al radioso futuro del socialismo perfettamente realizzato. Se vogliamo diventare un Paese che si mette sulla scia del procedere più positivo della storia, dobbiamo imparare queste lezioni e abbandonare la vecchia politica fatta di demonizzazioni reciproche, di fanatismi populistici, di revocazioni di fantasmi del passato. Ho sentito uno slogan gridato a Copenhagen durante il summit sul clima: se non cambia la politica, cambiamo i politici.
Giampiero Moret
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