A pensarci bene non termina niente con il vecchio anno e non inizia niente con il nuovo. C’è solamente il tempo che continua a scorrere come prima, come sempre. Per nostra comodità, per renderci conto della quantità del tempo che passa, abbiamo messo questi segna-tempo. Ma anche per obbligarci a fare, di tanto in tanto, il bilancio di ciò che abbiamo realizzato e di ciò che abbiamo perso lungo  lo scorrere di questo fiume.

È stato un anno orribile, questo è il bilancio per l’anno trascorso. È questa l’etichetta che mettiamo sul faldone intitolato 2009. Soprattutto per via della crisi economica. Tanti hanno sofferto durante quest’anno, presi dall’angoscia di non farcela. Di non farcela a gestire decentemente la vita familiare assicurando cibo e vestiti, pagando bollette, tasse e mutui. Di non farcela con il lavoro: mio Dio, se la fabbrica chiude che farò? Di non farcela a portare avanti l’attività che si era iniziata con tanta fiducia negli anni buoni: dover chiudere, gli operai, i creditori. Un incubo. Nell’anno appena passato una decina di imprenditori veneti si  sono tolti la vita. Dobbiamo anche dire che tanti altri non sono stati nemmeno sfiorati dalla crisi e hanno continuato a vivere la vita di sempre e questo ha aumentato la rabbia e la sofferenza di chi invece è stato colpito duramente.
Non si capisce bene come andrà a finire. Si dice che il peggio è passato e che bisogna aver fiducia.

Questo è vero, ma non perché ce lo dicono  quelli che manovrano dall’alto le cose, ma perché la vita non è un fiume di malanni che ti piombano addosso uno dopo l’altro al punto che non fai in tempo di alzare la testa da uno che ti capita subito un altro. La vita è anche ricca di risorse impreviste. Se non ti lasci sommergere completamente dai guai, ti accorgi che c’è sempre una possibilità, una via d’uscita, una possibilità di aiuto. Ma bisogna aver occhi per vedere queste possibilità. Bisogna anche saper chiedere aiuto nel modo giusto. Non diventando degli accattoni che vivono sulle spalle degli altri, ma facendo presente con umiltà il proprio bisogno.

La fiducia nasce nel cuore di una persona come una pianta spontanea, quando mantiene mosso il terreno della propria vita senza lasciarsi bloccare dalle difficoltà. Si rafforza diventando una pianta ben robusta, quando scopre che la vita apre sempre vie positive di crescita perché c’è qualcuno che la conduce. Allora non è solamente un moto istintivo di sopravvivenza, ma un atteggiamento consapevole che sa dove appoggia e diventa speranza per il futuro.

Il Papa all’Angelus della scorsa domenica ha affermato: «I problemi non mancano, nella Chiesa e nel mondo, come pure nella vita quotidiana delle famiglie. Ma, grazie a Dio, la nostra speranza non fa conto su improbabili pronostici e nemmeno sulle previsioni economiche, pur importanti. La nostra speranza è in Dio, non nel senso di una generica religiosità, o di un fatalismo ammantato di fede. Noi confidiamo nel Dio che in Gesù Cristo ha rivelato in modo compiuto e definitivo la sua volontà di stare con l’uomo, di condividere la sua storia, per guidarci tutti al suo Regno di amore e di vita. E questa grande speranza anima e talvolta corregge le nostre speranze umane».

La fiducia, che nasce da esperienza di vita personale e non da imbonimento esterno, diventa sguardo positivo su tutto quello che succede nel mondo. Oggi il mondo è tutto davanti ai nostri occhi, non per esperienza diretta, ma perché ci viene mostrato dai mezzi di comunicazione. Le cose che ci fanno vedere non ci aiutano ad avere fiducia. La sequenza dei mali è interminabile e impressionante. Quest’anno, oltre ai disastri della crisi economica, le guerre si sono susseguite una dopo l’altra come una reazione a catena inarrestabile, c’è stato poi l’intensificarsi del terrorismo, il persistere della  miseria che fa strage al di fuori dello spazio ristretto del nostro benessere, le malattie che lasciamo dilagare mentre curiamo le nostre, vere o presunte, con grande dispendio di risorse, il disprezzo e la violazione della dignità di tante persone, soprattutto dei bambini e delle donne. Tante cose orrende. Ma l’umanità non si riduce a questo cumulo impressionante di cattiveria  e di miseria. Il bene c’è, ma bisogna scoprirlo tra le maglie deformanti della comunicazione di massa. Bisogna renderlo evidente, parlarne. È una dura battaglia che bisogna combattere per riuscire a far filtrare il bene e ridare fiducia e speranza. Soprattutto chi crede che la vita non è un coacervo di fatti senza senso, ha il dovere di scavare continuamente in questo immondezzaio e scoprire e far vedere quante cose sane e buone ci sono nel mondo.

Giampiero Moret

Commenti

Nome *
Inserisci l'e-mail per la verifica
Code   
Invia commento